Detto anche: Grigio-elfico, la lingua del Beleriand, la nobile favella; nel Signore degli Anelli spesso citato semplicemente come "la lingua degli Elfi". Denominato "Noldorin" nei carteggi di Tolkien precedenti al signore degli Anelli, ma ciò discorda con la sua visione matura o "classica" della storia di tale linguaggio (lo scenario esposto nelle Appendici di SdA ed in fonti successive).
Il Sindarin fu la lingua Eldarin prevalente nella Terra di Mezzo, il
vernacolo degli Elfi Grigi o Sindar. Esso fu il più rilevante
discendente del Telerin Comune, il quale a sua volta evolve
dall'Eldarin Comune, l'antenato di Quenya, Telerin, Sindarin e Nandorin.
"Il Grigio-Elfico era originariamente derivato dal Quenya," spiega Tolkien,
"essendo il linguaggio di quegli Eldar i quali erano giunti alle sponde della Terra di
Mezzo e invece di traversare il Mare erano rimasti sulle coste del
Beleriand. Il lore Re era Thingol Grigiomanto di Doriath, e durante il lungo
crepuscolo il loro idioma si era trasformato con la mutevolezza delle terre dei
mortali, divergendo notevolmente dal linguaggio degli Eldar di
là dal Mare" (Il Signore degli Anelli, Appendice F). Sebbene del Sindarin si dice
che sia la meglio preservata delle parlate Eldarin della Terra di Mezzo (PM:305),
nondimeno esso è il linguaggio elfico più radicalmente modificato di cui abbiamo
qualche conoscenza approfondita: "Il linguaggio dei Sindar è cambiato molto,
crescendo impercettibilmente come un albero muta la sua forma senza che sia
possibile rendersene conto: tanto quanto una lingua mortale non scritta cambierebbe
in cinquecento anni o forse più. Esso già dianzi l'Ascesa del
Sole era un idioma grandemente differente all'orecchio dal [Quenya], e dopo tale
Ascesa tutte le modifiche furono ratte, per un tempo nella seconda Primavera di Arda invero
assai rapido" (WJ:20). Lo sviluppo dall'Eldarin Comune al Sindarin coinvolse
cambiamenti molto più radicali dello sviluppo dall'EC al Quenya, o al
Telerin di Aman. Tolkien suggerì che il Sindarin "si era trasformato con la
mutevolezza delle terre dei mortali" (SdA Appendice F). Questo non per dire che
le mutazioni furono caotiche e non sistematiche; esse furono in definitiva regolari - ma
mutarono drammaticamente il suono generale e la "musica" del linguaggio. Alcune
modifiche rilevanti comprendono le vocali finali che sono abbandonate, le occlusive afone
p, t, k che divengono b, d, g foniche
seguendo una vocale, le occlusive foniche che divengono spiranti nella medesima posizione
(eccetto g, che scomparve del tutto) e molte vocali che sono alterate,
spesso per assimilazione ad altre vocali. Secondo PM:401, "lo sviluppo del
Sindarin era divenuto, molto prima dell'arrivo degli esuli Ñoldorin,
principalmente il prodotto di cambiamenti inosservati come le lingue degli Uomini". Commentando
le grandi mutazioni, PM:78 rimarca che "era ancora una lingua gradevole, ben adattata
alle foreste, i colli, e le rive ove aveva preso forma".
Dal tempo in cui i Noldor ritornarono alla Terra di Mezzo, pressappoco tre
millenni e mezzo dopo la loro separazione dai Sindar, il classico linguaggio
Sindarin fu pienamente sviluppato. (Invero sembra essere entrato in una fase più
stabile, malgrado l'affermazione di Tolkien che i cambiamenti furono rapidi dopo l'ascesa del
Sole: le mutazioni che occorsero durante i settemila anni successivi, fino ai giorni di
Frodo, furono invero piccole se comparare al rapido sviluppo nei precedenti
tremila anni.) Nella Prima Era, vi erano vari dialetti
del Sindarin - l'arcaico linguaggio del Doriath, il dialetto occidentale dei
Falathrim o "Popolo delle Rive" ed il dialetto settentrionale del
Mithrim. Quale di questi fu la base del Sindarin parlato in ere
posteriori non è noto con certezza, ma la lingue dei Falathrim sembra la
miglior candidata, dacché il Doriath fu distrutto e quel pochissimo che sappiamo sul
Sindarin del Nord suggerisce che esso differiva dal Sindarin dei giorni di Frodo. (Il
nome Hithlum è Sindarin Settentrionale; vedere WJ:400.)
I Noldor e i Sindar non erano a tutta prima in grado di intendersi l'un l'altro,
i loro linguaggi essendosi allontanati troppo durante la loro lunga separazione. I
Noldor appresero il Sindarin velocemente e pure presero a rendere i loro nomi Quenya
in Grigio-elfico, poiché "essi trovavano assurdo e disdicevole chiamare persone
viventi che parlavano Sindarin nella vita quotidiana con nomi in un'affatto differente
modalità linguistica" (PM:341). Talvolta i nomi erano adattati con gran cura, come
quando Altáriel deve essere stato tracciato a ritroso nella sua (ipotetica)
forma Eldarin Comune *Ñalatârigellê; partendo con
tale "ricostruzione" i Noldor poi derivarono la forma Sindarin che dovrebbe
essere apparsa in Sindarin se vi fosse effettivamente stato un antico nome
*Ñalatârigellê: Galadriel. I nomi non furono
sempre convertiti con tale cura. Il rilevante nome Fëanor è di
fatto un compromesso tra il puro Quenya Fëanáro e la
forma Sindarin "corretta" Faenor ("corretta" nel senso che questo è come il
primitivo *Phayanâro dovrebbe essere divenuto in Sindarin, se tale nome
fosse effettivamente occorso in Eldarin Comune in tempi antichi). Alcuni nomi, come
Turukáno o Aikanáro, furono semplicemente Sindarizzati nel
suono, sebbene le forme risultanti Turgon ed Aegnor fossero pressoché
privi di significato in Grigio-elfico (PM:345). Molte delle traduzioni di nomi ebbero luogo
assai presto, prima che i Noldor avessero classificato tutte le sottigliezze del Sindarin
- pertanto i nomi risultanti "erano spesso inaccurati: cioé, essi non sempre
corrispondevano precisamente nel senso; né gli elementi equiparati erano sempre
effettivamente le più prossime forme Sindarin degli elementi Quenya" (PM:342).
Ma i Noldor, sempre linguisti preparati, presto conseguirono piena maestria del
linguaggio Sindarin e classificarono le sue precise relazioni col Quenya. Venti
anni dopo la venuta dei Noldor alla Terra di Mezzo, durante la Mereth
Aderthad o Festa di Riconciliazione, "la lingua degli Elfi Grigi fosse la più
parlata, finanche dai Noldor, i quali erano rapidi nell'apprendere la favella del Beleriand, laddove
i Sindar erano lenti nel padroneggiare quella di Valinor" (Silmarillion cap.
13). Il Quenya come una lingua parlta fu finalmente abolito da Thingol quando egli apprese
che i Noldor avevano assassinato molti Teleri e trafugato le loro navi per tornare
alla Terra di Mezzo: "Mai più alle mie orecchie risuoni la lingua di coloro che
in Alqualondë hanno sterminato i miei consanguinei! Né sia più pubblicamente parlata nel mio regno."
Conseguentemente "gli Esiliati presero l'abitudine di servirsi, nell'uso quotidiano, del Sindarin"
(Silm. cap. 15). Sembra che l'editto di Thingol accelerò meramente il
processo [già avviato, N.d.T.]; come notato, molti dei Noldor parlavano già il Sindarin.
Più tardi, gli Uomini mortali apparvero nel Beleriand. L'Appendice F in SdA (ed UT:216)
ci informa che "i Dúnedain erano gli unici fra gli Uomini a parlare
un idioma Elfico; i loro avi avevano infatti appreso il Sindarin, tramandandolo
ai figli con pochi mutamenti attraverso gli anni e le generazioni".
Forse furono i Dúnedain che
consolidarono il linguaggio Sindarin, almeno per com'era adoperato fra loro stessi (UT:216
afferma che il Sindarin parlato dagli Uomini mortali per altri versi "mostrasse la tendenza a divergere
verso forme dialettali"). Qualunque fosse lo standard che il Sindarin Umanico può aver avuto
in epoche successive, nella Prima Era "gran parte di loro [gli Edain] presto appresero
la favella degli Elfi Grigi, vuoi come lingua con cui comunicare fra loro stessi,
vuoi perché erano desiderosi di apprendere la dottrina degli Elfi" (Silmarillion cap. 17).
Infine, alcuni Uomini conoscevano e parlavano il Sindarin così come gli Elfi. Il
famoso lai Narn i Chîn Húrin (com'è propriamente compitato) fu
creato da un poeta Umanico dal nome di Dírhavel, "ma [fu un'opera, N.d.T.] assai apprezzata
dagli Eldar, perché il poeta si era servito della lingua degli Elfi Grigi, nella
quale era molto versato" (UT:146). D'altra parte, il popolo di Haleth non apprese
il Sindarin a fondo o con entusiasmo; vedere UT:378). Túrin imparò il Sindarin nel
Doriath; Nellas "gli insegnò a parlare il Sindarin al modo dell'Antico Regno, che
era più vetusto e più cortese e più ricco di belle parole"
(UT:76).
Gli Elfi stessi continuarono ad usare il Sindarin durante tutta la Prima Era. In una
colonia Noldorin come Gondolin si potrebbe aver pensato che i Noldor avessero
riesumato il Quenya come il loro linguaggio parlato, ma ciò non pare essere stato il
caso, eccetto che nella casa reale: "Per la maggior parte della gente di Gondolin [il Quenya]
era divenuta una lingua libresca, e quanto agli altri Noldor essi si servivano comunemente
del Sindarin" (UT:55). Tuor udì la Guardia di Gondolin parlare dapprima in Quenya
e poi "[nella lingua] del Beleriand [Sindarin], ma con un accento che gli
suonava alquanto strano, come d'un popolo che a lungo sia rimasto isolato dai suoi simili" (UT:44). Pure
il nome Quenya della città, Ondolindë, appare sempre nella sua
forma Sindarizzata Gondolin (sebbene questo sia un mero adattamento e non "reale"
Sindarin; il primitivo *Gondolindê dovrebbe aver prodotto
*Gonglin, se il vocabolo fosse stato ereditato).
Molti parlatori di Sindarin perirono nelle guerre del Beleriand, ma per
l'intervento dei Valar, Morgoth fu finalmente rovesciato nella Guerra d'Ira.
Molti Elfi si recarono ad Eressëa quando la Prima Era fu terminata, e da allora il
Sindarin evidentemente divenne una lingua parlata nel Reame Benedetto così come nella
Terra di Mezzo (un passaggio nell'Akallabêth, citato sotto, indica
che i Númenóreani tenevano conversazioni con gli Eressëani in
Sindarin). I Valar vollero ricompensare gli Edain per le loro sofferenze nella guerra
contro Morgoth ed elevarono un'isola fuori dal mare, e gli Uomini, seguendo la
Stella di Eärendil alla loro nuova dimora, fondarono il reame di
Númenor.
Il Sindarin era ampiamente usato in Númenor: "Sebbene questo popolo tuttora usasse
il proprio linguaggio, i loro sovrani e signori conoscevano e parlavano anche la favella Elfica,
da essi appresa nei giorni della rispettiva alleanza, sicché tenevano tuttora
comunione con gli Eldar, vuoi di Eressëa vuoi delle contrade occidentali della
Terra di Mezzo" (Akallabêth). I discendenti del popolo di
Bëor adoperavano pure il Sindarin come loro parlato quotidiano (UT:215). Sebbene
l'Adûnaico fosse il vernacolo della maggior parte della popolazione
Númenóreana, il Sindarin era "noto in varia misura a quasi tutti" (UT:216). Ma
più tardi le cose cambiarono. I Númenóreani presero ad invidiare
l'immortalità degli Elfi, ed infine essi respinsero la loro antica
amicizia con Aman ed i Valar. Quando Ar-Gimilzôr "proibì drasticamente
l'uso delle lingue Eldarin" verso il 3100 della Seconda Era, dobbiamo presumere
che pure i Bëoriani dismisero il Sindarin e si diedero invece all'Adûnaico
(UT:223). La storia della follia di Ar-Pharazôn, l'astuta "resa" di Sauron,
la totale corruzione dei Númenóreani e la
Caduta di Númenor sono ben noti dall'Akallabêth.
Dopo la Caduta, gli Amici degli Elfi sopravvissuti istituirono i Reami in Esilio, Arnor
and Gondor, nella Terra di Mezzo. PM:315 afferma: "I Fidi [dopo la
Caduta]... adoperavano il Sindarin, ed in quella lingua divisarono tutti i nomi di luoghi che
nuovamente diedero alla Terra di Mezzo. L'Adûnaico fu abbandonato alle trascurate modifiche
e corruzione dei linguaggi quotidiani, e come unica lingua degli
illetterati. Tutti gli uomini d'alto lignaggio e tutti coloro che erano istruiti a leggere e
scrivere usavano il Sindarin, pure come lingua quotidiana fra loro stessi. In alcune famiglie,
è detto, il Sindarin divenne la lingua nativa, e la lingua volgare
Adûnaica fu imparata solo casualmente se necessario. Il Sindarin non
era comunque insegnato agli stranieri, sia perché era ritenuto un marchio di
discendenza Númenóreana che perché si provava difficoltà ad acquisirlo -
persino più della 'lingua volgare'." Conformemente a ciò, il Sindarin è
dichiarato essere stato "il linguaggio normalmente parlato dal popolo di Elendil"
(UT:282).
Fra gli stessi Elfi, il Sindarin penetrò verso oriente nella Seconda e Terza
Era ed infine spiazzò alcune delle lingue Silvane (Nandorin, Daniano). "Alla
fine della Terza Età, i linguaggi Silvani probabilmente non si parlavano più
nelle due uniche regioni che ancora avessero una qualche importanza all'epoca della Guerra dell'Anello:
il Lórien ed il Regno di Thranduil nella parte settentrionale di Bosco Atro" (UT:257). Il Silvano
era fuori gioco, il Sindarin vi era in pieno [personalmente detesto l'uso di
'in' e 'out', N.d.T.] Veramente, si ha l'impressione da SdA1/II cap. 6 che
il linguaggio usato in Lórien fosse qualche strana lingua Bosco-elfica, ma
Frodo, l'autore del Libro Rosso, lo fraintese. Una nota a pié pagina in SdA Appendice F
spiega che nei giorni di Frodo, il Sindarin era invero parlato in Lórien,
"anche se con un 'accento', poiché gran parte del popolo di Lórien era di origine Silvana.
Questo 'accento' e la scarsa conoscenza che aveva del Sindarin trassero Frodo in errore (come è
dimostrato nel Libro del Conte di un commentatore di Gondor)". UT:257
su ciò elabora: "Nel Lórien, moltiu dei cui abitanti erano di origine Sindar
o Noldor, superstiti dell'Eregion, il Sindarin era divenuto la lingua da tutti
parlata. Naturalmente, non sappiamo in che misura il loro Sindarin differisse
dalle forme del Beleriand - vedere [SdA1] II 6, dove Frodo osserva che il
linguaggio dei Silvani da questi usato tra loro era diverso da quello dell'Ovest.
Probabilmente la differenza era poco più di quello che oggi si chiamerebbe
volgarmente 'accento': soprattutto divergenze di suono delle vocali e dell'intonazione, sufficienti
però a mettere fuori strada uno che, come Frodo, non conoscesse a fondo il puro Sindarin.
Naturalmente può darsi che avessero corso termini locali e altre caratteristiche
dovuti, in ultima analisi, all'influenza della precedente lingua Silvana." Il
Sindarin tipo, senza "accento", era evidentemente parlato a Gran Burrone e fra il
popolo di Círdan ai Porti.
Ma alla fine della Terza Era, gli Elfi stavano scomparendo nella Terra di Mezzo,
qualunque lingua parlassero. Il dominio degli Uomini Mortali, i Secondogeniti di
Ilúvatar, stava per iniziare. Tolkien nota che alla fine della Terza Era
vi erano molti Uomini che parlavano Sindarin o conoscevano il Quenya di quanti fossero gli Elfi
che lo facevano (Lettere:425). Quando Frodo e Sam incontrarono gli uomini di Faramir in Ithilien,
essi li udirono parlare dapprima in Lingua Corrente (Ovestron), ma poi
passarono ad "un loro proprio idioma. Con stupore Frodo si rese conto,
ascoltandoli, che parlavano la lingua elfica, o un'altra
assai simile; e li guardò meravigliato, perché sapeva che dovevano essere
Númenóreani del Sud, Uomini della stirpe dei Signori
dell'Ovesturia" (SdA2/IV cap. 4). In Gondor, "il Sindarin era un linguaggio acquisito
raffinato ed usato da coloro di più pura discendenza N[úmenóreana]"
(Lettere:425). Il loquace esperto di erbe delle Case di Guarigione si riferisce al
Sindarin come alla "lingua nobile" (SdA3/V cap. 8: "La vostra signoria ha
chiesto della foglia di re, poiché tale è il nome che gli incolti danno
a questa pianta; nella lingua nobile viene chiamata athelas, e coloro
che comprendono qualche parola di Valinoreano [=
Quenya]...").
Come il Sindarin passò nella Quarta Era non possiamo sapere. Come il Quenya, esso
deve essere stato rammentato fin quando il reame di Gondor persistette.
"Sindarin" è il nome Quenya di tale linguaggio, derivato da Sindar *"i Grigi" = Elfi Grigi; può essere (ed è) tradotto Grigio-elfico. Come il Sindarin fu chiamato col suo proprio termine non è noto con certezza. È detto degli Elfi nel Beleriand che "il loro proprio linguaggio era l'unico che essi mai udirono; ed essi non necessitavano di parole per distinguerlo" (WJ:376). I Sindar probabilmente si riferivano alla loro propria lingua semplicemente come all'Edhellen, "Elfico". Come notato sopra, l'esperto di erbe delle Case di Guarigione si riferì al Sindarin come alla "lingua nobile" (mentre "la più nobile lingua al mondo" rimane il Quenya, UT:218). Da un capo all'altro di SdA, il termine usualmente impiegato è semplicemente "la lingua degli Elfi", dacché il Sindarin era il vernacolo vivo degli Elfi.
In 1954, nelle Lettere:176, Tolkien affermò che "il linguaggio vivo degli
Elfi Occidentali (Sindarin o Grigio-elfico) è quello usualmente incontrato [in
SdA], specialmente nei nomi. Ciò è derivato da una origine comune ad esso ed
al Quenya, ma le modifiche sono state deliberatamente escogitate per dargli
un carattere linguistico molto vicino (sebbene non identico)
al gallese britannico: poiché quel carattere è quello che trovo, in qualche modo linguistico,
assai attraente; ed in quanto sembra adattarsi al tipo piuttosto 'celtico'
delle leggende e storie narrate dai suoi parlatori". Più tardi, egli trovò che
"tale elemento nel racconto ha dato forse più piacere a molti lettori
che non ogni altra cosa in esso"
(MC:197).
Un linguaggio con sonorità gallesi o celtiche era presente nei miti di Tolkien
dal principio. Tale linguaggio fu originariamente denominato Gnomico o
I·Lam na·Ngoldathon, "la lingua degli Gnomi (Noldor)".
L'originale dizionario Gnomico di Tolkien, che data circa dal 1917, fu
pubblicato in Parma
Eldalamberon #11 e si è rivelato come un documento comprensivo,
con migliaia di vocaboli. Molti termini Gnomici si trovano anche nelle appendici di
LT1 ed LT2. Anche Parma pubblicò una (mai completata) grammatica Gnomica.
Ma sebbene Tolkien mettesse molta opera [? N.d.T.] in tale linguaggio, esso fu in effetti rigettato
posteriormente. In PM:379, in un documento successivo, Tolkien si riferisce allo Gnomico come al
"linguaggio Elfico che in ultimo divenne quello del tipo chiamato Sindarin" e notò
che esso "era in una forma primitiva e disorganizzata". Alcuni dei concetti centrali
della grammatica Gnomica, in particolare certe mutazioni di consonante, furono più
tardi riciclate in Sindarin. Un certo numero di voci del vocabolario Gnomico sopravvissero anche in
Sindarin, invariate o in forme riconoscibili. Pure così, lo Gnomico era realmente un linguaggio interamente differente,
sebbene avesse uno stile fonetico alquanto simile a quello del Sindarin (moltitudini di
ch e th, e la maggior parte dei vocaboli che finisce in una consonante!) Una
importante caratteristica del Sindarin, l'umlaut o affezione delle vocali,
a quel che si dice dapprima
appare nelle grammatiche scritte da Tolkien negli anni Venti. Ma soltanto negli anni
Trenta, con le Etimologie, un linguaggio realmente prossimo al maturo
Sindarin emerse nelle note di Tolkien. Questo era, come notato sopra, definito
"Noldorin", poiché come il suo predecessore Gnomico essu fu concepito come il linguaggio,
non dei Sindar, ma dei Noldor - sviluppato in Valinor. A questo stadio, il Quenya fu pensato come il
linguaggio dei Lindar (più tardi: Vanyar) solamente. Soltanto fino a
quando le appendici a SdA non furono scritte Tolkien abbandonò tale idea
e volse il Noldorin nel Sindarin. Il Quenya allora divenne l'originale linguaggio sia dei
Vanyar che dei Noldor - questi ultimi semplicemente adottarono il Sindarin quando
giunsero alla Terra di Mezzo. "Risultò" che il linguaggio di sonorità celtica dei miti di Tolkien
non era, dopo tutto, la loro propria lingua (sebbene negli annali della Terra di Mezzo, essi certamente
vennero ad essere i suoi preminenti utilizzatori). Esso non si originò nel Reame Benedetto di
Valinor, ma era una lingua indigena della Terra di Mezzo.
Nella primissima concezione, gli Elfi nativi del Beleriand parlavano un linguaggio denominato Ilkorin,
che il Sindarin in effetti spiazzò quando Tolkien effettuò la sua revisione(Edward Kloczko ha argomentato
che l'Ilkorin fu trasformato nel dialetto settentrionale del Sindarin; il suo articolo è allegato
al mio trattato sull'Ilkorin). La decisione di Tolkien di rivedere fondamentalmente
la storia del linguaggio di sonorità celtica dei suoi miti fu probabilmente una [scelta, N.d.T.] felice,
rendendo lo scenario linguistico molto più plausibile: sicuramente era difficile immaginare che
i Vanyar ed i Noldor potessero aver sviluppato due linguaggi così marcatamente differenti come il Quenya
ed il "Noldorin" quand'essi vivevano fianco a fianco in Valinor. Volgendo il "Noldorin" nel Sindarin
si prese cura di quel problema; ora i due rami dell'Elfico poterono svilupparsi totalmente indipendentemente
durante le lunghe ere in cui i loro parlatori vissero in assoluta separazione gli uni dagli altri.
Il "Noldorin" delle Etimologie
non è interamente identico al Sindarin come esso appare in SdA, dacché Tolkien non cessò mai
di raffinare ed alterare i suoi linguaggi inventati. Ma molte delle differenze che
separano il "Noldorin" dal Sindarin in stile SdA sono felicemente regolari, Tolkien aggiustando alcuni
dettagli dell'evoluzione dall'Elfico Primiordiale. Pertanto, la maggior parte del materiale "Noldorin"
può alquanto facilmente essere aggiornato in accordo con lo scenario linguistico di SdA. Un certo numero di vocaboli
devono essere sottilmente alterati; per esempio, il dittongo "Noldorin" oe dovrebbe piuttosto
essere ae in Sindarin. Un esempio coinvolge Belegoer come un nome del Grande Oceano (LR:349,
352); Tolkien più tardi modificò tale forma in Belegaer - così sulla mappa dell'edizione pubblicata
del Silmarillion. Un'altra modifica ha a che fare con le consonanti lh- ed rh-;
ove esse ricorrono in "Noldorin" molti esempi mostrano che il Sindarin dovrebbe avere invece le semplici l-
ed r-. Così, possiamo dedurre che un termine "Noldorin" come rhoeg ("erroneo",
LR:383) dovrebbe piuttosto essere raeg in Sindarin - sebbene quest'ultima forma non sia esplicitamente
attestata in nessun luogo. È stato suggerito che il "Noldorin" delle Etimologie, con le sue varie
peculiarità, possa essere equiparato all'"alquanto strano" dialetto del Sindarin che i Noldor
parlavano in Gondolin (UT:44). In tale maniera potremmo pure rendere conto del suo essere denominato Noldorin
piuttosto che Sindarin. Comunque, è anche possibile che Tolkien abbia considerato il "Noldorin"
totalmente obsoleto al punto in cui esso differisce dalla sua tarda visione del Sindarin.
La fonologia Sindarin è meno restrittiva di quella del Quenya. Molti gruppi di consonanti sono consentiti in tutte le posizioni, mentre i gruppi iniziali e finali sono virtualmente assenti in Quenya. I suoni ch (tedesco ach-Laut, NON "tsh" come nell'inglese church) e th, dh ("th" come in think e this, rispettivamente) sono frequenti. Tolkien talvolta adopera la speciale lettera eth (ð) per compitare dh, ma qui useremo il digrafo, come in SdA. Le esplosive afone p, t, c non ricorrono mai seguendo una vocale, ma sono lenite (vedere sotto) in b, d, g. Notare che come in in Quenya, la c è sempre pronunciata k (esempio tipo: Celeborn = "Keleborn", non "Seleborn"). Alla fine dei vocaboli, la f è pronunciata v, come nell'inglese of. (In sillabazione Tengwar, un vocabolo come nef è effettivamente pronunciato nev.) R dovrebbe essere vibrata, come in spagnolo, russo etc. I digrafi rh e lh rappresentano le r ed l afone (ma talvolta tali combinazioni possono effettivamente indicare r + h o l + h, come in Edhelharn - non sorprendentemente, il nostro alfabeto non può rappresentare il Sindarin del tutto adeguatamente).
Il Sindarin ha sei vocali, a,
e, i, o, u ed y, l'ultima delle quali
corrisponde al tedesco ü o francese u come in Lune
(pronunciare ee come nell'inglese see con labbra arrotondate come quando si
pronuncia oo, ed eccola). Le vocali lunghe sono marcate con un accento
(á, é etc.), ma nel caso di monosillabi
tonici le vocali tendono a divenire specialmente lunghe e sono marcate da un
circonflesso: â, ê etc. In HTML sfortunatamente non si può
piazzare un circonflesso sulla vocale y. Ad evitare sgradevoli compitazioni come my^l
("gabbiani", WJ:418), qui adoperiamo invece un accento (i rilevanti vocaboli che ricorrono in questo
articolo sono býr, thýn, fýr, rýn,
mrýg, mýl, 'lýg ed hýn
- idealmente questi dovrebbero avere invece un circonflesso). Ciò non è molto critico:
in scrittura Tengwar, nessuna distinzione è operata tra vocali lunghe ed extra-lunghe;
l'uso di circonflessi invece degli accenti nei monosillabi è puramente una ulteriore
complicazione che Tolkien introdusse nella sua ortografia Romana per il Sindarin (evidentemente
per rendere abbondantemente chiaro come i vocaboli sono da pronunciare).
I dittonghi Sindarin
comprendono ai (come nell'inglese aisle, NON come in mail),
ei, oi, ui (come "ooy" in too young) ed au
(come nel tedesco Haus, o come "ow" nell'inglese cow). Alla fine dei
vocaboli, au è pronunciato aw. Vi sono anche i dittonghi
ae ed
oe, senza controparti in inglese; Tolkien effettivamente suggerisce di sostituirli
con ai ed oi se non ci si cura di tali dettagli (invero egli
talvolta anglicizzò Maedhros in "Maidros", ma ognuno che legga questo
documento probabilmente si cura dei dettagli). Ae ed oe sono
semplicemente le vocali a, o pronunciate in una sillaba con la vocale
e (come nell'inglese pet), così come ai ed oi sono
a ed o pronunciate assieme alla i.
Alquanto confusamente, negli scritti di Tolkien il digrafo oe è talvolta adoperato anche a significare la o con umlaut, apparentemente il medesimo suono del tedesco ö (effettivamente è spesso preferita la compitazione ö in quest'articolo, ad evitare confusione). Alla fine della Terza Era, ö si era fusa con e (questo è il [motivo, N.d.T.] perché i Monti Grigi appaiono come Ered Mithrin e non Öröd Mithrin sulla Mappa in SdA!), ma necessita ancora riferirsi a tale suono discutendo del Sindarin arcaico.
Importanti campioni di Sindarin in SdA comprendono:
-Il saluto di Glorfindel ad Aragorn: Ai na vedui Dúnadan! Mae govannen! (SdA1/I cap. 12). I primi vocaboli non sono tradotti, ma probabilmente significano *"Ah, finalmente, Uomo dell'Ovest!" Mae govannen significa "benincontrato" (Lettere:308).
-Il grido di Glorfindel al suo cavallo: Noro lim, noro lim, Asfaloth! (medesimo capitolo). Intradotto; evidentemente dal significato *"corri veloce, corri veloce, Asfaloth!"
-L'incantesimo di fuoco di Gandalf: Naur an edraith ammen! Naur dan i ngaurhoth! La prima parte indica letteralmente, secondoo TI:175, "sia il fuoco per salvarci". (Effettivamente non sembra esservi un vocabolo che indica "sia".) La seconda parte deve significare *"fuoco contro lo stuolo di mannari!" (Cfr. il commento di Gandalf la mattina dopo l'attacco dei lupi: "È come temevo. Questi non erano comuni lupi.") (SdA1/II cap. 4)
-L'invocazione di Gandalf dinanzi al Cancello di Moria: Annon edhellen, edro hi ammen! Fennas nogothrim, lasto beth lammen! "Porta Elfica apriti ora per noi; ingresso del Popolo dei Nani ascolta le parole della mia lingua" (SdA1/II cap. 4, tradotto in RS:463). Una variante iniziale dell'invocazione si trova in RS:451.
-L'iscrizione sul Cancello di Moria stesso: Ennyn Durin Aran Moria: pedo mellon a minno. Im Narvi hain echant: Celebrimbor o Eregion teithant i thiw hin. "Le Porte di Durin, Signore di Moria. Dite, amici, ed entrate. Io, Narvi, le feci. Celebrimbor dell'Agrifogliere [Eregion] tracciò questi segni."
-Il canto A Elbereth Gilthoniel / silivren penna míriel / o menel aglar elenath! / Na-chaered palan-díriel / o galadhremmin ennorath, / Fanuilos le linnathon / nef aer, sí nef aearon (SdA1/II cap. 1). È tradotto in RGEO:72 e significa approssimativamente, "O Elbereth che accendi stelle, bianche faville, che digradano scintillanti come gemme, dal firmamento la gloria della volta stellata. A remote distanze contemplando da lontano dai paesaggi intessuti di alberi della Terra di Mezzo, Fanuilos, a cui va il mio canto, da questa riva dell'oceano, qui da questa diva dell'Oceano" (mia traduzione basata sulla versione interlineare di Tolkien). Una variante primeva del canto si trova in RS:394. (L'inno è alquanto simile al Canto di Lúthien [intradotto] in I Lais del Beleriand p. 354: Ir Ithil ammen Eruchîn / menel-vîr síla díriel / si loth a galadh lasto dîn! / A Hîr Annûn gilthoniel, le linnon im Tinúviel.)
-Il grido "ispirato" di Sam a Cirith Ungol: A Elbereth Gilthoniel o menel palan-diriel, le nallon sí di-nguruthos! A tiro nin, Fanuilos! "O Elbereth che accendi stelle, dal firmamento costì contemplando, a Te grido preda [lett. al di sotto] dell'ombra della morte. Volgimi il tuo sguardo, Semprebianca!" (tradotto nelle Lettere:278 ed in RGEO:72).
-Il plauso ricevuto dai Portatori dell'Anello al Campo di Cormallen (SdA3/VI cap. 4): Cuio i Pheriain anann! Aglar'ni Pheriannath! ... Daur a Berhael, Conin en Annûn, eglerio! ... Eglerio! Questo è tradotto nelle Lettere:308 e significa "possano gli Halflings vivere a lungo, gloria agli Halflings... Frodo e Sam, principi dell'ovest, glorificate(li)! ... Glorificate(li)!"
-Il linnod di Gilraen ad Aragorn in SdA Appendice A: Ónen i-Estel Edain, ú-chebin estel anim, tradotto "Ho dato la Speranza ai Dúnedain; non ne ho conservata per me".
Al di fuori di SdA, la fonte più importante - invero il più lungo testo Sindarin che abbiamo, ed il più lungo testo in prosa in alcuna lingua Elfica - è la Lettera Reale, una parte dell'Epilogo di SdA, che Tolkien più tardi accantonò. Fu finalmente pubblicata in SD:128-9: Elessar Telcontar: Aragorn Arathornion Edhelharn, aran Gondor ar Hîr i Mbair Annui, anglennatha i Varanduiniant erin dolothen Ethuil, egor ben genediad Drannail erin Gwirith edwen. Ar e aníra ennas suilannad mhellyn în phain: edregol e aníra tírad i Cherdir Perhael (i sennui Panthael estathar aen) Condir i Drann, ar Meril bess dîn; ar Elanor, Meril, Glorfinniel, ar Eirien sellath dîn; ar Iorhael, Gelir, Cordof, ar Baravorn, ionnath dîn. A Pherhael ar am Meril suilad uin aran o Minas Tirith nelchaenen uin Echuir. (I nomi Elessar Telcontar sono in Quenya; la traduzione in Sindarin di Elessar, Edhelharn [Gemma Elfica], occorre nel testo.) Tale traduzione è data in SD:128: "Aragorn Grampasso la Gemma Elfica [ma il testo Elfico recita "Elessar Telcontar: Aragorn figlio di Arathorn Gemma Elfica"], Re di Gondor e Signore delle Terre Occidentali, arriverà al Ponte del Baranduin nell'ottavo giorno di Primavera, o nel Calendario della Contea il secondo giorno d'Aprile. Ed egli desidera salutare là tutti i suoi amici. In special modo egli desidera vedere Maestro Samvise (che dovrebbe essere chiamato Pienamente Saggio [vedere l'articolo sull'Ovestron degli Hobbit per il gioco di parole, N.d.T.]), Sindaco della Contea, e Rosa sua moglie; ed Elanor, Rosa, Cioccadoro, e Daisy sue figlie; e Frodo, Merry, Pipino ed Hamfast, suoi figli. A Samvise e Rosa il saluto del Re da Minas Tirith, il trentunesimo giorno di Stimolo [non nel testo Elfico:], che è il ventitreesimo di Febbraio in quel computo." Le parole fra parentesi ("che dovrebbe essere...") sono omesse dalla traduzione in SD:128, ma cfr. SD:126.
Altri campioni di Sindarin comprendono:
-L'esclamazione di Voronwë quando vide i Monti Cerchianti attorno al reame di Turgon: Alae! Ered en Echoriath, ered e·mbar nín! "Alae [= ?ecco]! [I] monti di Echoriath, [i] monti della mia patria!" (UT:40, tradotto in UT:54 nota 19.)
-Gurth an Glamhoth!, "morte a[ll']orda assordante", Túrin maledice gli Orchi in UT:39 (cfr. UT:54).
-Il grido di battaglia degli Edain del Nord, dato in UT:65: Lacho calad! Drego morn! "Fiammeggia Luce! Fuggi Notte!"
-Un'esclamazione di Húrin: Tûl acharn, "Giunge vendetta", emendata da Tôl acharn (WJ:301, 254).
-I nomi Sindarin di certi Grandi Racconti nel Silmarillion, i Nern in Edenedair o *"Racconti dei Padri di Uomini", dato in MR:373: 1) Narn Beren ion Barahir, "Racconto di Beren figlio di Barahir", anche denominato Narn e·Dinúviel, "Racconto dell'Usignolo". 2) Narn e·mbar Hador *"Racconto della casa di Hador" che include il Narn i·Chîn Hurin "Racconto dei Figli di Hurin" (anche chiamato Narn e·'Rach Morgoth "Racconto della Maledizione di Morgoth") e Narn en·Êl "Racconto della Stella" (o Narn e·Dant Gondolin ar Orthad en·Êl, *"Racconto della Caduta di Gondolin e del Sorgere della Stella").
-Una proposizione dalla cosiddetta "Veste di Túrin": Arphent Rían Tuorna, Man agorech?, che probabilmente significa *"E Rían disse a Tuor, Che hai fatto?" (Comparare agor "fece" in WJ:415. I pieni contenuti della Veste di Túrin saranno "presto" pubblicati e discussi in Vinyar Tengwar...o così Carl F. Hostetter scrisse nel messaggio TolkLang 21.09 addietro nel 1996.)
La caratteristica più distintiva del Sindarin come un linguaggio è probabilmente la complessa fonologia, il Grigio-elfico spesso facendo affidamento su caratteristiche fonologiche tali come umlaut e mutazioni invece di affissi ad esprimere varie idee grammaticali. Avremo a toccare brevemente tali faccende molto spesso nel nostro tentativo di esaminare la struttura del Sindarin.
Come il Quenya, il Sindarin non ha articoli indefiniti come l'inglese "a, an"; l'assenza di un articolo determinativo indica che il sostantivo è indefinito: Edhel = "Elfo" o "un Elfo".
L'articolo determinativo, "il", è i al singolare: aran "re", i aran "il re". Tali esempi potrebbero opportunamente essere Quenya. In un testo intradotto in I Lais del Beleriand p. 354 troviamo la frase ir Ithil. Se ciò significa *"la luna", sembrerebbe indicare che l'articolo prende la forma ir prima di un vocabolo in i- (ad evitare due identiche vocali in iato).
Diversamente dal Quenya (e dall'inglese), il Sindarin ha una speciale forma plurale dell'articolo, in. "Re" [al plurale, N.d.T.] è erain (formato da aran per umlaut vocalici, vedere sotto); "i re" è in erain.
Sia al singolare che al plurale, l'articolo può apparire come un suffisso apposto alle preposizioni. Tale suffisso ha la forma -n o -in. Così la preposizione na "a" diviene nan "al". Ben "nel" o più letteralmente *"secondo il", un vocabolo occorrente nella Lettera Reale, sembra essere una preposizione be "secondo" - non attestata di per sé - con il suffisso -n per "il". (Tale be dovrebbe essere l'affine Sindarin del Quenya ve "come".) La preposizione nu (o no) "sotto" diviene nuin "sotto le" (come in Dagor-nuin-Giliath "Battaglia sotto le Stelle", un nome occorrente nel Silmarillion, capitolo 13). Quando l'articolo ricorre nella forma -in, può innescare modifiche fonologiche nel vocabolo cui è apposto. Or "sopra, su" volge in erin "sul", la vocale i causando umlaut sulla o in e (via ö; "sul" deve essere stato örin ad uno stadio iniziale). La preposizione o "da, di" appare come uin quando l'articolo è suffisso, dacché in Sindarin il primevo oi diviene ui (cfr. Uilos come l'affine del Quenya Oiolossë). Si potrebbe pensare che la desinenza -in aggiunta a preposizioni corrisponda all'articolo indipendente in per il plurale "i", così che vocaboli come erin od uin potrebbero essere usati in congiunzione solamente con termini plurali. Ma la Lettera Reale dimostra che non è questo il caso; qui troviamo tali vocaboli adoperati assieme a singolari: erin dolothen Ethuil "nell'ottavo [giorno] di Primavera", uin Echuir "dello Stimolo" (nome di mese). Presumibilmente -n, -in suffisso a preposizioni rappresenta una forma obliqua dell'articolo che è usato sia al singolare che al plurale. - In alcuni casi, il normale, indipendente articolo è utilizzato seguendo una preposizione indipendente, così come in inglese: cfr. naur dan i ngaurhoth *"fuoco contro lo stuolo di mannari" in uno degli incantesimi di fuoco di Gandalf. Dan i "contro il" non è rimpiazzato da un singolo vocabolo, sc. qualche forma di dan "contro" con l'articolo suffisso. Forse alcune preposizioni non possono proprio ricevere un articolo suffisso, o forse è discrezionale voler dire nan o na i(n) per "al", erin o or i(n) per "su/sopra il", uin od o i(n) per "di/dal". Non sappiamo.
L'articolo genitivale: il Sindarin spesso esprime relazioni genitivali dal solo ordine dei vocaboli, come Ennyn Durin "Porte (di) Durin" ed Aran Moria "Signore (di) Moria" nell'iscrizione sul Cancello di Moria. Tuttavia, se il secondo termine della costruzione è un comune sostantivo e non un nome come in tali esempi, l'articolo genitivale en "del" è utilizzato se il sostantivo è definito. Cfr. nomi come Haudh-en-Elleth "Tumulo della Fanciulla degli Elfi" (Silmarillion cap. 21), Cabed-en-Aras *"Salto del Cervo" (UT:140), Methed-en-Glad "Fine del Bosco" (UT:153) oppure la frase orthad en·Êl "Levata della Stella" in MR:373. Cfr. anche Frodo e Sam che vengono chiamati Conin en Annûn "principi dell'Ovest" al Campo di Cormallen. (Tale articolo genitivale talvolta assume la più breve forma e; cfr. Narn e·Dinúviel "Racconto dell'Usignolo", MR:373. Vedere sotto, nella sezione circa le mutazioni delle consonanti, riguardo alle varie incarnazioni di tale articolo e le condizioni ambientali nelle quali occorre.) Soltanto infrequentemente il normale articolo sg. i rimpiazza e(n)- in frasi genitivali, ma nella Lettera Reale si ha Condir i Drann per "Sindaco della Contea". Ma al plurale, il normale articolo pl. in è normalmente usato pure in una costruzione genitivale, cfr. Annon-in-Gelydh "Porta (de)i Noldor" (UT:18), Aerlinn in Edhil *"Inno (de)gli Elfi" (RGEO:70, in scrittura Tengwar). Tuttavia, vi sono esempi dell'articolo esplicitamente genitivale en che viene inoltre usato al plurale: Bar-en-Nibin-Noeg, "Casa dei Nanerottoli" (UT:100), Haudh-en-Ndengin "Tumulo di Massacro", o *"dei Massacrati" (Silmarillion cap. 20). Ciò sembra essere meno usuale, però.
In molti casi, gli articoli causano il modificarsi della consonante iniziale del seguente vocabolo. Tali complicanze fonologiche sono descritte sotto, nella sezione sulle mutazioni delle consonanti. L'articolo i innesca lenizione o mutazione palatale sel sostantivo che segue; vedere sotto. La n finale dell'articolo in è spesso assorbita in un processe chiamato mutazione nasale; la n scompare e la consonante iniziale del sostantivo è invece modificata. D'altra parte, la nasale del suffisso -n o -in, "il" apposto alle preposizioni, apparentemente persiste - sebbene sembri innescare quel che interlocutoriamente si chiama mutazione mista nel vocabolo seguente.
Gli articoli sono anche utilizzati come pronomi relativi; cfr. Perhael (i sennui Panthael estathar aen) "Samvise (che che dovrebbe essere chiamato Panthael)" nella Lettera Reale, oppure il nome Dor Gyrth i chuinar "Terra del Morto che Vive" (Lettere:417 - ciò rappresenta *Dor Gyrth in cuinar, un esempio di mutazione nasale. Dor Firn i Guinar nel Silmarillion cap. 20 impiega il singolare i come un pronome relativo persino se Firn è plurale; la lezione Dor Gyrth i chuinar da un'assai tarda lettera (1972) è da preferire).
Deve essere notato che Tolkien talvolta, ma non sempre, connette gli articoli Sindarin al vocabolo successivo per mezzo di un trattino o d'un punto. Questo è apparentemente opzionale. In quest'opera, quando non si cita la fonte direttamente, connettiamo l'articolo genitivale e, en "del" al vocabolo successivo per mezzo di un trattino (dacché diversamente dovrebbe spesso essere arduo distinguerlo dalla preposizione ed, e "fuori da"), ma non uniamo con un trattino gli altri articoli.
Nella linea temporale fittizia, il sostantivo Sindarin originariamente aveva tre numeri [in tale contesto, nel seguito dell'articolo e in tutti gli altri, con 'numero' si indica il genere, N.d.T.]: singolare, plurale e duale. Tuttavia, s'è detto che la forma duale inizialmente divenne obsoleta eccetto che nelle opere scritte (Lettere:427). D'altra parte, un cosiddetto plurale di classe si sviluppò, coesistendo col "normale" plurale; vedere sotto.
Come nella maggior parte dei linguaggi, la singolare è la forma di base, non inflessa del sostantivo. Tolkien notò che i plurali Sindarin "erano prevalentemente creati con modifiche vocaliche" (RGEO:74). Per esempio, amon "colle" diviene emyn "colli"; aran "re" diviene erain "re" [il che non costituisce certo un esempio calzante in italiano, N.d.T.]. Le consonanti rimangolo le stesse, ma le vocali mutano. Vi sono pochi sostantivi inglesi che formano i loro plurali in una maniera similare: man pl. men, woman pl. women (pronunciato "wimen"), goose pl. geese, mouse pl. mice etc. Tuttora l'inglese usualmente fa affidamento sulla desinenza plurale -s. In Sindarin, la situazione è all'opposto: il trucco di modificare le vocali è l'usual modo di formare i plurali, e soltanto pochi vocaboli esibiscono qualche sorta di desinenza al plurale. Le regole per tali modifiche vocaliche sono le medesime sia per i sostantivi che per gli aggettivi (questi ultimi si accordano nel numero), così citeremo anche gli aggettivi fra gli esempi nell'esplorare i modelli di plurale Sindarin. Fondamentalmente, le modifiche vocaliche recedono dai cosiddetti fenomeni di umlaut. L'umlaut (in origine un termine tedesco che letteralmente significa qualcosa come "suono modificato") è un importante caratteristica della fonologia Sindarin; Il termine Sindarin per tale fenomeno è prestanneth, indicante turbamento oppure affezione. Esso ha a che fare con una vocale che "ha effetto" su di un'altra vocale nel medesimo vocabolo, rendendola più simile a se stessa, in termini linguistici assimilandola. L'umlaut rilevante per la formazione plurale Tolkien lo etichettò come "affezione della i" (WJ:376), dacché era una vocale i che originariamente l'innescava. Tolkien immaginò che il primitivo linguaggio Elfico avesse una desinenza plurale *-î, ancora presente in Quenya come -i (come in Quendi, Atani, Teleri etc). Tale desinenza come tale non sopravvisse in Sindarin, ma vi sono chiare tracce della sua antecedente presenza, e tali "tracce" sono esse stesse divenute l'indicatore di pluralità in Grigio-elfico. Quando la forma plurale di, diciamo, fang "barba" (come in Fangorn "Barbalbero") è feng, ciò è in quanto la a era affetta dall'antica desinenza plurale *-î, -i mentre quest'ultima era ancora presente. Nella più primitiva forma d'Elfico, il vocabolo per "barba" appariva come spangâ, plurale spangâi; nello stadio che chiamiamo Antico Sindarin, ciò era divenuto sphanga pl. sphangi. La prima fornì il "Classico" Sindarin fang, ma il plurale sphangi divenne feng, l'originale vocale a trascinandosi verso la qualità della desinenza plurale -i prima che la desinenza fosse perduta - e così nella più tarda forma plurale feng abbiamo e come una specie di compromesso tra (l'originale vocale) a e (la desinenza perduta) i. (Può essere che vi fu uno stadio intermedio che aveva ei, perciò ?feing.)
tâl "piede", pl. tail (singolare in LR:390 s.v. TAL; il plurale tail è attestato nella forma lenita -dail nel composto tad-dail "bipedi" in WJ:388)NOTA: nel "Noldorin" delle Etimologie, la a in una sillaba finale spesso risulta invece come ei. Perciò abbiamo adar "padre" pl. edeir (voce ATA), Balan "Vala" pl. Belein (BAL), habad "riva" pl. hebeid (SKYAP), nawag "nano" pl. neweig (NAUK), talaf "suolo, pavimento" pl. teleif (TAL). Stessa cosa nei monosillabi: Dân "elfo Nandorin", pl. Dein (NDAN), mâl "polline" pl. meil (SMAL), pân "tavola" pl. pein (PAN), tâl "piede" pl. teil (TAL). Ma come dimostrato sopra, la forma plurale di tâl era divenuta tail nel Sindarin posteriore di Tolkien (forma lenita -dail in tad-dail in WJ:388). Parimenti, il plurale Sindarin di adar è visto, non come edeir come nelle Etimologie, ma edair (come in Edenedair "Padri di Uomini", MR:373 - questa è una fonte post-SdA). L'Appendice del Silmarillion, voce val-, conferma anche che in Sindarin la forma plurale di Balan "Vala" è Belain, non Belein come nelle Etimologie. Sembra che in tutti gli esempi appena elencati, dovremmo leggere il Sindarin ai per il "Noldorin" ei nelle forme plurali. In un caso almeno, evidenza dalle Etimologie si accorda con i modelli osservati nel tardo Sindarin: il già citato esempio aran "re" pl. erain (non *erein) alla voce 3AR. (Per erain come il plurale Sindarin, comparare il nome Fornost Erain "Roccanorda dei Re" occorrente in SdA3/VI cap. 7.) Destando interesse, Christopher Tolkien nota che nelle Etimologie, il gruppo di voci cui 3AR appartiene fu "depennato e rimpiazzato più leggibilmente" (LR:360). Forse questo fu dopo che suo padre ebbe rivisto i modelli di plurale che per altri versi persistono in Etim. PM:31, riproducendo una bozza per un'Appendice a SdA, mostra Tolkien che modifica il plurale di Dúnadan da Dúnedein a Dúnedain. Sembra che i più antichi plurali "Noldorin" in ei non siano concettualmente obsoleti; essi possono essere visti come arcaico Sindarin: in certi ambienti, la modifica ei > ai occorse anche entro la storia immaginata, così Dúnedain potebbe invero essere stato Dúnedein ad uno stadio iniziale. Sembra che Tolkien decise che ei nella sillaba finale di un vocabolo (ciò vale anche per i monosillabi) divenne ai, ma per altri versi rimase ei. Perciò abbiamo teithant per "tracciò" (oppure *"scrisse") nell'iscrizione sul Cancello di Moria, e questo teith- è correlato al secondo elemento -deith del vocabolo andeith "segno lungo" (un simbolo adoperato per marcare le vocali lunghe in scrittura, LR:391 s.v. TEK). Pure il vocabolo andeith dalle Etimologie appare invece come andaith in SdA Appendice E, dacché ei qui era in una sillaba finale. Teithant non potrebbe divenire **taithant in quanto ei qui non è in una sillaba finale. Altri vocabolo confermano tale modello. Come indicato sopra, il normale plurale di aran è erain, ma erein- è visto nel nome Ereinion "Rampollo di Re" (un name di Gil-galad, PM:347/UT:436). Evidentemente la forma plurale era erein in arcaico Sindarin, più tardi divenendo erain in quanto ei mutò in ai nelle sillabe finali, ma in un composto come Ereinion il dittongo ei non era in una sillaba finale e pertanto rimase invariato.
cant "forma", pl. caint (singolare in LR:362 s.v. KAT; per la forma pl. cfr. morchaint = "forme oscure, ombre" nell'Appendice del Silmarillion [voce gwath, wath]; questa è mor "oscuro" + caint "forme", la c qui divenendo ch per ragioni fonologiche)
rach "vagone, carro", pl. raich (cfr. Imrath Gondraich "Valle del Carro di Pietra" [anche 'Valle Cavapietra', N.d.T.] in UT:465)
barad "torre", pl. beraid (Appendice del Silmarillion, voce barad)
lavan "animale", pl. levain (WJ:416)
aran "re", pl. erain (LR:360 s.v. 3AR)
In vocaboli di una particolare conformazione, la a nella sillaba finale (od unica) diviene e invece di ai. Nelle forme plurali, la a può dapprima essere divenuta ei come d'uso, ma allora l'elemento finale del dittongo fu evidentemente perduto (prima che ei volgesse in ai) lasciando sola la e che semplicemente rimase invariata a posteriori. MR:373 indica che la forma plurale di narn "racconto" è nern, non **nairn oppure **neirn, sebbene quest'ultimo possa essere occorso ad uno stadio iniziale. Sembra che abbiamo e piuttosto che ei/ai pure prima di ng; le Etimologie forniscono l'esempio Anfang pl. Enfeng (non **Enfaing) per "Lungobarbi", una delle tribù dei Nani (LR:387 s.v. SPÁNAG). WJ:10, riproducendo una fonte post-SdA, conferma che il plurale Enfeng era ancora valido nel Sindarin tardo di Tolkien. Seguendo l'esempio di fang "barba" pl. feng sembrerebbe che il plurale di vocaboli come lang "lama d'assalto, spada" (per il "Noldorin" lhang, LR:367), tang "corda d'arco" o thang "necessità" dovrebbe essere leng, teng, theng.
NOTA: Nelle Etimologie, vi sono ulteriori esempi di plurali "Noldorin" ove la a in una sillaba finale diviene e invece di ai od ei. Abbiamo adab "costruzione, edificio" pl. edeb (TAK), adar "padre" pl. eder in aggiunta a edeir (ATA), Balan "Vala" pl. Belen in aggiunta a Belein (BAL), falas "spiaggia, riva" pl. feles (PHAL/PHALAS), nawag "nano" pl. neweg in aggiunta a neweig (NAUK), rhofal "estremità alare" pl. rhofel (RAM) e salab "erba" pl. seleb (SALÂK-WÊ). Comunque, nel caso di tali vocaboli sembra esservi scarsa ragione di credere che i plurali in e dovrebbero essere ancora validi nel tardo Sindarin di Tolkien. Almeno due di tali plurali "Noldorin" - eder e Belen - cozzano con gli attestati plurali Sindarin edair e Belain. Sembra, quindi, che possiamo sentirci liberi di rimpiazzare anche edeb, feles, neweg, rhofel, seleb coi Sindarin edaib, felais, newaig, rovail, selaib, sebbene queste ultime forme non siano direttamente attestate (osservare che il "Noldorin" rhofal "estremità alare", pl. rhofel, deve divenire roval pl. rovail se si introducono la fonologia e compitazione Sindarin). - Un altro caso "Noldorin" di un plurale a > e è rhanc "braccio" pl. rhenc (RAK). Il singolare deve divenire ranc se lo aggiorniamo al Sindarin in stile SdA, ma il plurale dovrebbe essere renc oppure rainc? L'esempio Sindarin cant "forma" pl. caint (vedere sopra) sembra indicare che la a prima di un gruppo consistente di n + una occlusiva afona diviene ai al plurale; perciò "bracci" dovrebbe probabilmente essere rainc in Sindarin.
In un vocabolo almeno, il primevo ei resta invariato e non volge in ai sebbene ricorra in una sillaba finale. Secondo UT:265, la forma plurale di alph "cigno" è eilph; sembrerebbe che ei sia invariato prima di un gruppo di consonanti che inizia in l. (Anteriormente, nel "Noldorin" delle Etimologie, il vocabolo per "cigno" era compitato alf, ed il suo plurale era dato come elf: LR:348 s.v. ÁLAK; per la forma plurale, cfr. hobas in Elf *"Porto dei Cigni " in LR:364 s.v. KHOP.) Conformemente con l'esempio eilph, il plurale Sindarin di lalf "olmo" dovrebbe probabilmente essere leilf, sebbene il plurale "Noldorin" elencato nelle Etimologie fosse lelf (LR:348 s.v. ÁLAM).
In una sillaba non finale, la a diviene e nelle forme plurali, come visto in alcuni degli esempi già citati: aran "re", pl. erain; amon "colle", pl. emyn; lavan "animale", pl. levain. Ciò non vale soltanto per la vocale in una sillaba dalla seconda all'ultima come in tali esempi; può anche sostenersi attraverso un vocabolo pure più lungo, la a che in ogni sillaba non finale volge in e. Ciò vale pure se a occorre diverse volte: secondo WJ:387, il vocabolo Aphadon "Successivo" diviene Ephedyn al plurale. LR:391 s.v. TÁWAR indica che l'aggettivo tawaren "ligneo" ha la forma plurale tewerin. In MR:373 abbiamo Edenedair per "Padri di Uomini", il plurale di un composto Adanadar "Uomo-padre" (adan "uomo" + adar "padre"). Qui vediamo la a che nella sillaba finale diviene ai, ma in tutte e tre le sillabe non finali, a diviene e. Naturalmente, il plurale di adan dovrebbe essere edain (ben attestato) se il vocabolo occorresse da sé, daché la seconda a sarebbe quindi nella sillaba finale. Ma nel composto Adanadar non lo è, e così vediamo Eden- al plurale.
edhel "Elfo", pl. edhil (WJ:364, 377; cfr. il "Noldorin" eledh pl. elidh in LR:356 s.v. ELED)Ciò vale anche per i monosillabi, ove la sillaba finale è anche l'unica sillaba:
ereg "Agrifoglio", pl. erig (LR:356 s.v. ERÉK)
Laegel "Elfo Verde", pl. Laegil (WJ:385)
lalven "olmo", pl. lelvin (LR:348 s.v. ÁLAM)
malen "giallo", pl. melin (LR:386 s.v. SMAL)
certh "runa", pl. cirth (WJ:396)Nel caso della lunga ê, troviamo anche la lunga î al plurale:
telch "gambo", pl. tilch (LR:391 s.v. TÉLEK)
hên "fanciullo", pl. hîn (WJ:403)LR:363 s.v. KEM elenca un vocabolo cef "macchia", pl. ceif; entrambe le forme sono alquanto inusitate. Se si regolarizza ciò dal "Noldorin" al Sindarin sarebbe probabilmente meglio leggere cêf (con una vocale lunga), pl. cîf.
têw "lettera", pl. tîw (WJ:396)
Se vi è un'altra i immediatamente prima della e nella sillaba finale, tale gruppo ie semplicemente diviene i al plurale:
Miniel "Minya" (Elfo del Primo Clan), pl. Mínil (WJ:383 - forse la i nella prima sillaba è allungata in í per compensare in qualche modo il fatto che il vocabolo è ridotto da tre a due sillabe al plurale? Ciò non avviene in casi comparabili nel "Noldorin" delle Etimologie, nondimeno - e.g. Mirion "Silmaril" pl. Miruin, not ?Míruin, in LR:373 s.v. MIR)Nelle sillabe non finali, la e è invartiata al plurale, come può esser visto dagli esempi eledh pl. elidh ed ereg pl. erig citati sopra.
orch "orco, folletto" pl. yrch (LR:379 s.v. ÓROK)Nel caso di amon, le Etimologie elencano anche emuin come una possibile forma plurale; siamo evidentemente a presumere che questa sia una forma più antica, il dittongo ui volgendo in y ad uno stadio posteriore. (Possiamo anche concludere che quando LR:152 menziona "Peringiul" come il di. of Peringol "mezzo-Gnomo", questo è certamente un travisamento per Peringuil - Christopher Tolkien descrive il passaggio in questione come "segnato precipitosamente", incline ad essere travisato. La forma più tarda, non attestata, dovrebbe essere Peringyl.)
toll "isola" pl. tyll (LR:394 s.v. TOL2)
bór "uomo fidato" pl. býr (so in LR:353 s.v. BOR; secondo l'ortografia in stile SdA, l'accento dovrebbe piuttosto essere un circonflesso sia al sg. che al pl., dacché tali termini sono monosillabici)
amon "colle" pl. emyn (LR:348 s.v. AM1)
annon "grande portone" pl. ennyn (LR:348 s.v. AD)
Se vi è una i prima della o nella sillaba finale, quel che dovrebbe essere "iy" al plurale è semplificato in y: perciò abbiamo thelyn come il pl. di thalion "eroe" (LR:388 s.v. STÁLAG). Miruin come il pl. di Mirion "Silmaril" (LR:373 s.v. MIR) dev'esser visto come una forma arcaica. Possiamo presumere che thelyn fosse ad uno stadio antecedente theluin e che Miruin più tardi divenne Miryn; i plurali in y sono da preferirsi nel Sindarin in stile SdA.
NOTA: tutti gli esempi qui sopra sono stralci dalle Etimologie, ma i plurali yrch, emyn, ennyn sono attestati anche in SdA. Per un esempio fondatamente Sindarin, cfr. ithron "stregone" pl. ithryn (UT:388, 390, riproducendo una fonte post-SdA). Comunque, nel "Noldorin" delle Etimologie, vi sono anche esempi della o in una sillaba finale che si comporta in una maniera alquanto differente, vale a dire divenendo öi (in Etim compitata "oei") al plurale. Tale öi a sua volta divenne ei quando tutte le ö volsero in e. Perciò alla voce ÑGOL il pl. di golodh "Noldo" è elencato sia come gölöidh ("goeloeidh") che come geleidh - evidentemente intese come una forma antecedente e posteriore. In altri casi solamente la forma tarda in ei è elencata: gwador "amico fraterno" pl. gwedeir (TOR), orod "montagna" pl. ereid (ÓROT), thoron "aquila" pl. therein (THOR/THORON). Tuttavia, sembra esservi scarsa ragione di assumere che tali forme sarebbero valide in Sindarin nello stile SdA: in due di tali casi, ereid e gölöidh/geleidh, i corrispondenti plurali Sindarin sono attestati, mostrando y invece di ei: vale a dire eryd "montagne" e gelydh "Noldor" (cfr. Eryd Engrin "Monti di Ferro" in WJ:6 ed Annon-in-Gelydh "Porta dei Noldor" nell'Indice del Silmarillion, voce Golodhrim - in WJ:364 il pl. di Golodh è dato come "Goelydh" = Gölydh, ma questa è meramente una arcaica forma di Gelydh). Alla luce di tali esempi, possiamo sentirci liberi di aggiornare i plurali "Noldorin" gwedeir "fratelli" e therein "aquile" nei Sindarin gwedyr, theryn (arcaico thöryn). Nelle Etimologie vi sono anche due esempi di o nella sillaba finale dei vocaboli che diviene e piuttosto che y al plurale: doron "quercia" pl. deren (DÓRON) ed orod "montagna" pl. ered oltre a ereid (ÓROT). Il plurale ered è ancora valido in tardo Sindarin, competendo con eryd (vedere le molte varianti elencate nell'indice de La Guerra dei Gioielli, e.g. Eryd Engrin oltre ad Ered Engrin, WJ:440). Sembra che ered non sia normalmente utilizzato come un vocabolo indipendente per "montagne" - che dovrebbe probabilmente essere soltanto eryd - ma ered può essere usato quando il vocabolo è il primo elemento in un nome di diverse parti, perciò Ered Engrin è una valida alternativa ad Eryd Engrin. Nelle Lettere:224, Tolkien dà enyd come il pl. di onod "Ent", ma si osservi anche che ened potrebbe essere una forma adoperata in Gondor. Forse, quindi, i Gondoriani tenderebero anche ad usare ered piuttosto che eryd come il pl. di orod, ma non può esservi dubbio sul fatto che eryd sia la forma regolare Sindarin. Deren come il pl. di doron "quercia" può esser visto nella medesima luce; sebbene il regolare plurale Sindarin deryn non sia attestato, è forse da preferirsi.
In una sillaba non finale, la vocale o normalmente diviene e al plurale: Alchoron "Elfo Ilkorin", pl. Elcheryn (LR:367 s.v. LA). Una tale e in arcaico Sindarin era invece ö (e.g. Golodh "Noldo", pl. Gelydh per l'antecedente Gölydh; vedere riferimenti nella nota sopra). Un altro esempio è nogoth "nano"; in WJ:388 il plurale è dato come nögyth ("noegyth"), ma in WJ:338 abbiamo Athrad-i-Negyth per "Guado dei Nani". Non v'è reale discrepanza; nögyth è semplicemente la forma arcaica che più tardi divenne negyth. In Sindarin nello stile SdA, preferiremmo i plurali negyth e Gelydh; cfr. anche Tolkien che menziona Enyd come il plurale di Onod "Ent" nelle Lettere:224. (Il plurale arcaico, non menzionato altrove, dovrebbe essere Önyd.)
Vi sono, comunque, pochi vocaboli ove la o oppure la ó in una sillaba non finale non diviene (ö >) e nelle forme plurali. Questo quando la o rappresenta la primeva A; lo sviluppo è rozzamente â > au > o. Un esempio è Rodon "Vala" pl. Rodyn invece di **Rödyn > **Redin (MR:200 ha Dor-Rodyn per il Quenya Valinor = "Terra dei Valar"; sembrerebbe che Rodyn sia un'alternativa a Belain come il vocabolo Sindarin per "Valar"; è stato pure suggerito che Rodyn rimpiazzò Belain nella concezione di Tolkien). La prima sillaba di Rodyn evidentemente ha la medesima origine della sillaba di mezzo -rat- in Aratar, il termine Quenya per qualcuno dei supremi Valar. Una o che rappresenti l'iniziale A non è soggetta ad umlaut della i-. Comparare Ódhel "Elfo che partì dalla Terra di Mezzo" pl. Ódhil in WJ:364, tale lunga ó rappresentante il primevo aw (la primitiva forma di Ódhel è citata come aw(a)delo, letteralmente "che va via"). La forma posteriore Gódhel (influenzata da Golodh "Noldo") parimenti aveva la forma plurale Gódhil: a dispetto dell'influenza da Golodh pl. Gelydh, nessuna forma **Gédhil sorse. Tali esempi giungono dal Sindarin post-SdA, ma la stessa cosa si trova già nel "Noldorin" delle Etimologie. L'esempio rhofal "[penna, N.d.T.] remigante" pl. rhofel alla voce RAM (LR:382), ove la primitiva forma sg. è data come râmalê, conferma che la o da â (via au) non è soggetta ad umlaut della i. Come menzionato sopra, il "Noldorin" rhofal pl. rhofel deve divenire il Sindarin roval pl. rovail se aggiorniamo le forme alla compitazione e alla fonologia in stile SdA - roval è effettivamente attestato in SdA come parte del nome d'aquila Landroval - ma tale o non dovrebbe ancora divenire e al plurale (**revail essendo impossible a causa della storia fonologica).
NOTA: il plurale del vocabolo cû "arco" dovrebbe probabilmente essere cui, apparentemente in conformità col modello schizzato sopra. Ma effettivamente cui dovrebbe rappresentare il più antico plurale ku3i (oppure kuhi), dacché la radice è KU3 (LR:365). Il suono primitivo che Tolkien variamente ricostruì come h o 3 (quest'ultimo = spirante g) era scomparso in Sindarin Classico, così il più antico uhi dovrebbe divenire ui.
gwaun "oca", pl. guin (LR:397 s.v. WA-N)Tuttavia, sembra che questa sia una caratteristica del "Noldorin" che non sopravvisse nel tardo Sindarin di Tolkien: in UT:148 abbiamo Nibin-noeg come un nome dei Nanerottoli, e l'elemento finale è ovviamente una forma plurale di naug (cfr. Naugrim come un nome della razza Nanesca, trovato nel Silmarillion). Così in Sindarin, au volge in oe al plurale. Nelle forme plurali dei vocaboli "Noldorin" elencati sopra, dovremmo apparentemente leggere oe invece di ui se li aggiorniamo al Sindarin posteriore. (Il "Noldorin" rhaw pl. rhui dovrebbe divenire il Sindarin raw pl. roe, ma thaun "pino" Tolkien apparentemente lo modificò nel Sindarin thôn; cfr. Barbalbero che canta del Dorthonion e di Orod-na-Thôn in SdA2/III cap. 4; l'Indice del Silmarillion spiega che Dorthonion significa "Terra di Pini". Nelle Etimologie, thôn era stato un termine "Ilkorin". Il pl. di thôn come un vocabolo Sindarin è presumibilmente thýn.)
naw "idea", pl. nui (LR:378 s.v. NOWO)
rhaw "leone", pl. rhui (LR:383 s.v. RAW)
saw "succo", pl. sui (LR:385 s.v. SAB)
thaun "pino", pl. thuin (LR:392 s.v. THÔN)
NOTA: Il dittongo au, quando occorre in una sillaba non tonica nel secondo elemento di un composto, è spesso ridotto ad o, ma presumibilmente dovrebbe ancora divenire oe al plurale. Perciò la forma plurale d'un vocabolo come balrog "demone di potere" (ove la parte -rog rappresenta raug "demone") è presumibilmente belroeg - a meno che l'analogia prevalga a produrre ?belryg.
NOTA: In una frase come Ithryn Luin "Stregoni Blu" (UT:390) l'aggettivo luin "azzurro" deve essere plurale per accordarsi con "stregoni". Potrebbe ritenersi che luin sia la forma plurale di lûn, il quale è quel che dovrebbe conseguirsi se fossimo a rendere un aggiornamento Sindarin del vocabolo "Noldorin" per "blu", vale a dire lhûn (LR:370 s.v. LUG2). Come indicato sopra, la lunga û in una sillaba finale diviene ui al plurale, così ogni cosa sembra adattarsi: luin potrebbe essere la forma plurale di lûn. Ciò che sopprime tale seducentemente promettente teoria è il nome del monte Mindolluin, "TEsta Azzurra Torreggiante" (tradotto nell'Indice del Silmarillion). Qui, non v'è ragione per l'aggettivo "blu" d'essere plurale, così luin dev'essere pure la forma singolare/elementare. C'è anche Luindirien "Torri Azzurre" in WJ:193; all'inizio di un composto, il vocabolo per "azzurro" sarebbe atteso apparire nella sua forma più o meno elementare, non inflessa dal plurale. Dovrebbe anche essere notato che la medesima voce nelle Etimologie che fornisce il "Noldorin" lhûn (> Sindarin ?lûn) come il vocabolo per "azzurro", dà anche lúne come il corrispondente termine Quenya. In Namárië in SdA, l'aggettivo "azzurro" è invece luini (questa è una forma plurale, dalla frase "azzurre volte"; il singolare è probabilmente luinë). Così mentre nelle Etimologie i vocaboli per "blu" sono stati derivati da una primitiva forma lugni (radice LUG2, LR:370) producendo il Quenya lúne e "Noldorin" lhûn, Tolkien deve più tardi aver deciso che la forma primitiva fosse qualcosa come *luini a fornire il Quenya luinë ed il Sindarin luin. Fatore decisivo è che luin "azzurro" sembra ricoprire sia il singolare che il plurale, indicando che il dittongo ui non subisce modifiche al plurale. Il fatto che l'aggettivo annui "occidentale" sia tanto sg. quanto pl. punta nella medesima direzione.
Plurali speciali in ai-
NOTA: In "Noldorin", lhain pl. lhîn appariva come thlein pl. thlîn, la forma primitiva (sg.) essendo citata come slinyâ (LR:386 s.v. SLIN). Una revisione che separa il "Noldorin" dal Sindarin è che mentre il primitivo sl- iniziale divenne thl- in N, diviene lh- in S. Alteriamo il vocabolo in conformità con la fonologia riveduta di Tolkien. Thlein può essere più direttamente adattato come lhein, ma una tale forma dovrebbe essere arcaica ai giorni di Frodo, la forma corrente essendo invece lhain. Similmente, paich "succo, sciroppo" effettivamente appare come peich nelle Etimologie (LR: 382 s.v. PIS); tale forma "Noldorin" non è concettualmente obsoleta, ma può esser vista come arcaica Sindarin. Questo è anche il caso di ceir "nave" (LR:365 s.v. KIR); la forma cair nel Sindarin in stile SdA è attestata (cfr. la nota a pié pagina in SdA Appendice A che spiega che Cair Andros significa "Nave dalla Lunga Scia"; vedere anche PM:371). - Il vocabolo cair fornisce un esempio di un'altra peculiare proprietà di tale gruppo di vocaboli: quando essi occorrono come il primo elemento nei composti, ai è ridotto ad í-, come nel nome Círdan "Costruttore di navi". Comunque, ai rimane invariato se un tale termine è l'elemento finale di un composto; perciò gwain "nuovo" appare come -wain nel nome Sindarin del mese di Gennaio, Narwain (che evidentemente significa "Nuovo Sole" oppure "Nuova Fiamma"; comparare il Quenya Narvinyë).
In tre vocaboli, ove ai rappresenta ei dal pur più datato öi (compitato "oei" da Tolkien), le forme plurali dovrebbero probabilmente mostrare la vocale y, ý, sebbene difettiamo di esplicita conferma nei carteggi pubblicati di Tolkien. Tale teoria è basata sul fatto che la prima parte dell'arcaico dittongo öi rappresenta o oppure u nella radice originale, e l'umlaut prodotto da tali vocali è y, così come nei casi in cui il più antico suono vocalico ancora sopravvive in Sindarin (come in orch "Orco" pl. yrch). I vocaboli in questione sono 1) fair agg. "retto" oppure sostantivo "mano destra" (pl. fýr, radice PHOR, cfr. il Quenya forya), 2) rain "fessura, orma, traccia, impronta" (pl. rýn, radice RUN, cfr. il Quenya runya) ed 3) il vocabolo correlato tellain "pianta del piede" (pl. tellyn, dacché l'elemento finale -lain è effettivamente assimilato da rain < runya, cfr. la forma arcaica talrunya citata in LR:390 s.v. TAL, TALAM). Nel "Noldorin" delle Etimologie, tali vocaboli appaiono come feir (anche la più antica forma "foeir" = föir è menzionata), rein (più antico röin) e tellein (forma più antica tellöin non menzionata ma chiaramente intenzionale). Osservare che mentre fair può significare sia "ritta (mano)" che "uomo mortale", le differenti derivazioni create per distinti plurali: fýr nel primo caso e fîr nel seguente.
Monosillabi che successivamente divengono polisillabi
Una importante modifica che occorse nell'evoluzione del Sindarin fu che le vocali finali furono perdute. Perciò un antico termine come ndakro "battaglia" più tardi divenne ndakr. In Sindarin primevo, tale vocabolo appariva come dagr. Un altro esempio è makla "spada" che posteriormente appare come makl, Sindarin iniziale magl. Dobbiamo presumere che il plurale di vocaboli come dagr, magl fosse formato secondo lo stesso modello di altri monosillabi di struttura comparabile, come alph "cigno", pl. eilph. Così i plurali "battaglie" e "spade" dovrebbero presumibilmente essere deigr, meigl (questo sarebbe prima che ei in una sillaba finale normalmente divenga ai).
Quel che complica la faccenda è che vocaboli come dagr e magl furono alla fine modificati. Le finali r, l vennero a costituire una sillaba separata, così che per esempio magl fu pronunciato mag-l così come l'inglese "aquila" è pronunciato eeg-l. Più tardi, tali consonanti sillabiche volsero in normali sillabe pienamente sviluppate siccome una vocale o si sviluppò prima di esse: Dagr (dag-r) volse in dagor e magl (mag-l) divenne magol. (Incidentalmente, l'ultimo vocabolo apparentemente fu spesso rimpiazzato da megil, il quale dev'essere una forma adattata del vocabolo Quenya per "spada", vale a dire macil.) I plurali deigr, meigl dovrebbero presumibilmente subire il medesimo processo a divenire deigor, meigol (e la tarda modifica ei > ai nelle sillabe finali non dovrebbe mai occorrere semplicemente in quanto ei non era più nella sillaba finale). Da un punto di vista sinronico, ciò risulta in quel che sembra un'irregolarità: normalmente, si dovrebbe attendere che vocaboli singolari come dagor e magol abbiano le forme plurali degyr, megyl, dacché la o nella sillaba finale normalmente diviene y al plurale (e.g. amon "colle" vs. emyn "colli"). Ma nei casi come dagor o magol, la o s'intruse relativamente tardi e sembra essere più giovane dell'umlaut o > y; perciò tali o recentemente sviluppate dovrebbero - presumibilmente - rimanere inviolate dall'umlaut. Se Tolkien non immaginò che il livellamento analogico spianasse tali "irregolarità" all'estinzione, tutti i vocaboli bisillabici ove la seconda sillaba contiene una o secondariamente sviluppata devono ancora essere trattate come monosillabi tanto quanto la formazione plurale che attiene. La o deve essere lasciata sola e la vocale nella "seconda-fino-all'ultima" sillaba deve essere trattata come se vi fosse la vocale nella sillaba finale, la quale è precisamente quella adoperata.
Gli aggettivi e sostantivi in questione sono: badhor "giudice" (pl. beidhor se la teoria regge - altrimenti dovrebbe essere l'analogo bedhyr), bragol "improvviso, violento" (pl. breigol; tale aggettivo appare anche come bregol, pl. presumibilmente brigol), dagor "battaglia" (pl. deigor), glamor "eco" (pl. gleimor), hador "lanciatore" (pl. heidor), hathol "ascia" (pl. heithol), idhor "premurosità" (invariato al pl.; fortunatamente un sostantivo con tale significato normalmente non richiede una forma pl. [), ivor ?"cristallo" (invariato al pl.), lagor "rapido" (pl. leigor), maethor "guerriero" (invariato al pl.), magol "spada" (pl. meigol), magor "spadaccino" (pl. meigor), nadhor "pastura" (pl. neidhor), nagol "dente" (pl. neigol), naugol "nano" (pl. noegol), tadol "doppio" (pl. teidol), tathor "salice" (pl. teithor), tavor "picchiatore, picchio" (pl. teivor), tegol "penna" (pl. tigol). Forse anche gollor "mago" appartiene a tale elenco (pl. gyllor piuttosto che ?gellyr).
NOTA: Anche talune altre peculiarità circa tale gruppo di vocaboli possono essere qui notate. In (più antichi?) composti, la o recentemente sviluppata non appare, e la vocale finale che è altrimenti sparita, è talvolta preservata. Perciò magol, che discende dal primitivo makla, può apparire come magla- in un composto. LR:371 s.v. MAK elenca Magladhûr per "Spada Nera" (magol "spada" + dûr [lenito dhûr] "nero, oscuro"). Se a uno di tali vocaboli è prefisso un elemento che inizia in una vocale, l'originale vocale finale non riappare, ma la o recentemente sviluppata non si trova: LR:398 s.v. TAM indica che tavr (anche compitato tafr) "picchio" contiene quella forma nel composto Tavr-obel, Tavrobel *"Picchio-cittadina" - sebbene tavr divenne tavor come un vocabolo indipendente. Similmente, LR:361 s.v. ID indica che il vocabolo "idher" (travisamento per idhor?) "premurosità" appare come idhr- nel nome Idhril. - È possibile che in tardo Sindarin, l'analogia in certa misura prevalesse, tale gruppo di vocaboli essendo trattato come ogni altro. Prima della desinenza plurale collettiva -ath (vedere sotto), non dovremmo aspettarci di vedere la susseguentemente sviluppata vocale o. Per esempio, dovremmo aspettarci il plurale collettivo di dagr "battaglia" come dagrath (non attestato), non affetto dal fatto che dagr era successivamente divenuto dagor quando occorreva come semplice (da sé). Pure in UT:395, 396 troviamo, non dagrath, ma dagorath, sebbene non possa esservi dubbio che quest'ultimo sia una forma storicamente ingiustificata: R non era finale oppure sillabica in dagrath, così nessuna o dovrebbe svilupparsi a fronte di essa, E dagorath dev'essere formato in analogia col semplice dagor. Ciò è addirittura più sorprendente quando un'altra forma attestata, il plurale collettivo di nagol "dente", è quel che dovremmo aspettarci: Naglath (WR:122). Una forma ?nagolath che equivale a dagorath non si trova. (Il semplice nagol non è attestato, ma Tolkien indubitabilmente immaginò un primitivo vocabolo *nakla "strumento per mordere" = "dente" [cfr. la radice NAK "mordere", LR:374], tale *nakla divenendo *nakl e quindi *nagl > *nagol in Sindarin.) Vi è anche Eglath "Gli Abbandonati" come il nome dei Sindar, tale plurale collettivo riflettendo la forma primitiva (singolare) hekla oppure heklô (WJ:361; non sappiamo se questo fornì anche una forma sg. indipendente in Sindarin; se così essa dovrebbe essere egol per il primevo egl, il normale pl. essendo igl e più tardi igol). Una forma ?Egolath non occorre altrove (e sarebbe però tanto sorprendente quanto che l'attestato composto Eglamar "Terra degli Elfi Abbandonati" improvvisamente fosse apparso come *Egolmar invece). Siamo ad assumere, quindi, che Tolkien scordò le sue proprie regole quand'egli scrisse (due volte) dagorath invece di dagrath in UT:395, 396? Piuttosto possiamo immaginare che vi fossero diverse varianti di Sindarin in giro. In uno stile "più puro" o più "classico", i plurali collettivi di vocaboli come dagor, nagol dovrebbero forse essere le forme storicamente corrette dagrath, naglath, ma in uno stile più "colloquiale" oppure "informale", forme come dagorath, nagolath possono essere venute in uso pe analogia. Possiamo speculare sul fatto che nella forma del Sindarin che preferiva dagorath a dagrath, il plurale storicamente giustificato deigor dovrebbe anche essere alterato in degyr, gli umlaut seguendo il modello più normale. Destando interesse, il nome Dagorlad "Pian della Battaglia" occorrente in SdA rivela che dagor non diviene ?dagro- come la prima parte di un composto, riflettendo la primeva forma ndakro (contrasta con gli esempi citati sopra: magol "spada" che diviene magla- riflettendo il primitivo makla nel composto Magladhûr, e tavor "picchio" occorrendo in forma arcaica tavr nel composto Tavrobel). Così daccapo, l'analogia con la forma semplice è all'opera. Forse Dagorlad dovrebbe essere stato ?Dagrolad se il composto fosse stato più antico, coniato già nei giorni antichi realmente belli in cui gli Elfi ancora dicevano qualcosa come *Ndakro-lata (vocale finale incerta). Invece Dagorlad fu chiaramente messo insieme da dagor "battaglia" e -lad "piano" più tardi. Un tardo composto "Spada-Nera" dovrebbe presumibilmente essere, non Magladhûr, ma semplicemente Magoldhûr, e "Villaggio dei Picchi" come un tardo composto potrebbe ben essere Tavorobel piuttosto che la forma attestata Tavrobel.
Certi altri casi di monosillabi che volgono in polisillabi coinvolgono, non una nuova vocale introducentesi prima di una consonante come in dagr > dagor, ma una consonante che volge in una vocale. La maggior parte degli esempi coinvolge la più antica -w che diviene -u. Prima della fase dove le vocali finali furono perse, alcuni vocaboli terminavano in -wa (tipicamente aggettivi) oppure -we (tipicamente astratti). Quando le vocali finali scomparvero, fu lasciata soltanto la -w di tali desinenze. Per esempio, il termine per "mestiere" o "abilità" che appare in Quenya come kurwe (curwë), la quale dovrebbe anche essere la forma Antico Sindarin del vocabolo, risultò come curw in Sindarin primevo. Dobbiamo assumere che al plurale ciò diverrebbe cyrw, una forma perfettamente regolare secondo le regole esposte sopra. Ma come indicato in LR:366 s.v. KUR, curw più tardi divenne curu: la finale -w che segue un'altra consonante volse in una vocale -u, la semivocale divenendo una vocale piena. Nuovamente, l'apparizione d'una nuova vocale presumibilmente sfocerebbe in un'apparente irregolarità: presentata con un sostantivo come curu, si sarebbe tentati di passarlo come tulus "pioppo", pl. tylys - perciò curu pl. ?cyry. Ma quest'ultimo, se occorse al postutto, dovrebbe essere una forma analogica. Il plurale storicamente giustificato di curu può soltanto essere cyru, il più antico pl. cyrw volgendo in cyru così come il più antico sg. curw volse in curu.
Ecco i vocaboli affetti, con i plurali suggeriti: anu "un maschio" (forma plurale einu), celu "sorgiva, fonte" (pl. cilu), coru agg. "scaltro, astuto" (pl. cyru), curu "abilità, congegno ingegnoso, destrezza" (pl. di nuovo cyru), galu "buona fortuna" (pl. geilu), gwanu "morte, atto di morire" (pl. gweinu), haru "ferita" (pl. heiru), hethu "nebuloso, oscuro, vago" (pl. hithu), hithu "nebbia" (invariato al pl. e da non confondersi con la forma pl. dell'aggettivo hethu), inu "una femmina" (invariato al pl.), malu "sterile, scialbo" (pl. meilu), naru "rosso" (pl. neiru), nedhu "capezzale, cuscino" (pl. nidhu), pathu "spiazzo livellato, terreno erboso" (pl. peithu), talu "piano" (pl. teilu), tinu "favilla, piccola stella" (invariato al pl.) Concediamo che vocaboli con la vocale radicale a abbiano forme plurali in ei piuttosto che in ai, nuovamente assumendo che tali termini divennero disillabi prima che ei volgesse in ai nelle sillabe finali (cioé, quando tale modifica occorse, la sillaba nella quale ei si trovava non era più finale in quanto la -w era già divenuta -u, costituendo una nuova sillaba finale). Perciò anu : einu, gwanu : gweinu, haru : heiru, malu : meilu, naru : neiru, pathu : peithu, talu : teilu. Se la modifica ei > ai nelle sillabe finali fu antecedente a che tali termini divenissero polisillabici, dovremmo leggere ai invece di ei nelle forme plurali - eccetto che nel caso di haru e naru, le forme plurali dei quali dovrebbero quindi probabilmente essere heru e neru per gli antecedenti herw, nerw. (Cfr. il pl. di narn "racconto" che è nern, presumibilmente dall'iniziale ?neirn, ei apparentemente essendo semplificato in e prima di un gruppo di consonanti che inizia in r-. Se il pl. di naru is neru, ciò implicherebbe che that ei fosse semplificato in e prima che il gruppo rw delle forme precedenti narw pl. ?neirw cessasse d'essere un gruppo al postutto in quanto la consonante finale w volse in una vocale. Per altri versi, come assunto sopra, la regola per cui ei divenne e prima di un gruppo in r- non dovrebbe applicarsi: l'originale gruppo s'era tramutato invece in una singola consonante + una vocale.)
NOTA: nelle Etimologie, lo stadio posteriore in cui la finale -w divenne -u spesso non è esplicitamente registrato. Vi è curu in aggiunta al più antico curw (voce KUR) e naru in aggiunta al più antico narw (NAR1), ma per altri versi soltanto le forme più antiche ove la -w ancora persiste sono elencate: perciò troviamo anw (3AN), celw (KEL), corw (KUR), galw (GALA), gwanw (WAN), harw (SKAR), hethw / hithw (KHITH), inw (INI), malw (SMAL), nedhw (NID), pathw (PATH) e tinw (TIN) invece di anu, celu, coru etc. come sopra. Tali forme posteriori non sono direttamente attestate nei carteggi di Tolkien. Può essere che per quanto riguarda il "Noldorin" delle Etimologie, Tolkien non avesse ancora deciso una volta per tutte che -w in tale posizione divenisse -u; tale idea spunta proprio in un paio di posizioni. Per ora non necessita esitare ad introdurre le forme posteriori in -u se siamo a mirare a quella specie di Sindarin esemplificata in SdA e nel Silmarillion. Osservare che in Etim, è detto che la forma "Noldorin" del nome Quenya Elwë sarebbe stata *Elw, marcata con un asterisco dacché non fu effettivamente usata in "Esilio" in tale forma (LR:398 s.v. WEG). Comunque, nel Capitolo 4 dell'edizione pubblicata del Silmarillion lo scenario è un altro. Il "Noldorin" è ora divenuto Sindarin, e non soltanto vi è una forma Sindarin di Elwë, ma essa è anche Elu piuttosto che "Elw" come nelle Etimologie: "la gente di Elwë che lo cercava non lo trovò... In tempi successivi [Elwë Singollo, N.d.T.] divenne un re famoso [il testo originale ha 'rinomato', N.d.T.]... ed egli era re Mantogrigio, Elu Thingol nella lingua di quel paese [Beleriand]." Qui siamo chiaramente a presumere uno sviluppo Elwë > Elw > Elu. Sembra interamente giustificato, quindi, alterare (diciamo) celw "sorgiva, fonte" nella sua più tarda forma celu (s'accompagna con Elu), sebbene la forma celu come tale non sia esplicitamente attestata. Un caso parallelo è fornito dal nome Finwë; di nuovo le Etimologie affermano che la forma "Noldorin" dovrebbe essere *Finw, ma che tale forma non era in uso (LR:398 s.v. WEG). Molto più tardi, la fonte post-SdA conviene che non vi era nessuna forma Sindarin di Finwë, ma se tale nome "fosse stato trattato come un vocabolo di tale forma dovrebbe essere stato, il che era occorso anticamente in Sindarin, sarebbe stato [non Finw, ma] Finu" (PM:344). Se il "Noldorin" Finw fosse corrisposto al Sindarin Finu, potremmo anche concludere che il "Noldorin" gwanw corrisponderebbe al Sindarin gwanu. - Il termine talu "piano" elencato sopra effettivamente appare come dalw (non **talw) nelle Etimologie, ma elencato immediatamente dopo dalw è dalath "superficie piana, piano, piana" (LR:353 s.v. DAL), che ricorre nel nome Dalath Dirnen "Piana Vigilata" (LR:394 s.v. TIR). Comunque, Tolkien più tardi mutò dalath in talath; nell'edizione pubblicata del Silmarillion, la "Piana Vigilata" nel Beleriand è invece chiamata Talath Dirnen. In conformità con tale revisione, alteriamo anche il correlato vocabolo "Noldorin" dalw "piano" al Sindarin talw > talu. Potremmo ancora accettare (dalw >) dalu - e per questa faccenda dalath - come forme collaterali valide.
Vi sono anche pochi casi del finale -gh (spirante g) che volge in una vocale. Un esempio è fornito da LR:381 s.v. PHÉLEG, ove un vocabolo fela "cava" è derivato dall'Antico Sindarin (o "Antico Noldorin") phelga. Dacché le vocali finali furono perdute in seguito alla fase dell'Antico Sindarin, fela non è un caso di una originale finale -a che sopravvive nel tardo Sindarin. Che cosa Tolkien immaginò sembra essere questo: l'Antico Sindarin phelga naturalmente divenne phelg quando le vocali finali se ne andarono. Quindi le occlusive volsero in spiranti seguendo le liquide l, r (UT:265), così che phelg divenne phelgh (oppure felgh, dacché lo spostamento ph > f occorse circa allo stesso stadio). Tuttavia, gh in nessun caso sopravvisse nel Sindarin dei giorni di Frodo; inizialmente esso fu perduto senza traccia, ma in tale posizione fu vocalizzato: felgh volse in fela. Il plurale di felgh era evidentemente stato filgh formato secondo le normali regole (cfr. e.g. telch "gambo", pl. tilch - LR:391 s.v. TÉLEK). La forma plurale filgh quindi divenne fili, la vocalizzazione del primevo gh qui essendo i piuttosto che a (forse g > gh fu in qualche modo palatalizzata dalla perdita della desinenza plurale Antico Sindarin -i che causò anche l'umlaut, polarizzando la susseguente vocalizzazione verso la i). Poco importa di preciso come immaginare lo sviluppo: in ogni caso, il risultato finale è la peculiare coppia fela pl. fili, per il più antico felgh pl. filgh.
Fela pl. fili è il solo caso noto di Tolkien che esplicitamente menzioni sia il singolare che il plurale di una tale coppia. Vi sono, comunque, due o tre altri vocaboli che condividono un similare sviluppo fonologico. Il termine thela "punta (d'arpione)" deriva da una radice STELEG (LR:388), e mentre Tolkien non elenca forme primitive, siamo probabilmente a presumere una forma in Elfico Primordiale stelgâ (vocale finale incerta) che volge nell'Antico Sindarin sthelga e più tardi (s)thelgh, la forma plurale del quale dovrebbe essere (s)thilgh. Il singolare quindi fornisce l'attestata forma Sindarin thela (interamente parallela a fela); il plurale non attestato "punte d'arpione" deve essere thili (va assieme all'attestato plurale fili).
Vi sono anche assai pochi aggettivi. Un aggettivo thala "leale, stabile, saldo" è in LR:388 s.v. STÁLAG è derivato dall'Antico Sindarin/"Noldorin" sthalga. La forma intermedia non attestata dovrebbe essere (s)thalgh pl. (s)theilgh, seguendo il normale modello di (diciamo) alph "cigno", pl. eilph. Dobbiamo assumere che la forma plurale di thala sia theili. Un caso simile dovrebbe essere tara "tenace, saldo", dichiarato rappresentare l'Antico "Noldorin"/Sindarin targa (LR:390); nuovamente la forma intermedia non attestata dovrebbe essere targh. La forma plurale di tale aggettivo potrebbe essere teirgh, il quale dovrebbe presumibilmente produrre il Sindarin teiri. Vi è un'altra possibilità: come già menzionato, sembra che ei fosse ad uno stadio semplificato in e prima di un gruppo di consonanti che inizia in r (perciò abbiamo nern piuttosto che neirn > nairn come la forma plurale di narn "racconto"). Se ciò avvenne prima che il finale gh dell'aggettivo plurale teirgh divenne una vocale così che il gruppo scomparve, la forma dovrebbe volgere in tergh, in tardo Sindarin teri. Attualmente non possiamo dire per sicuro se teri o teiri sia la miglior forma plurale di tara, dacché non sappiamo in quale esatta sequenza Tolkien immaginò gli scostamenti sonori coinvolti che hanno trovato luogo; utilizzerei probabilmente teiri.
Plurali espansi
In WJ:363, êl è detto essere un (arcaico) vocabolo Sindarin per "stella". Secondo le regole esposte sopra, basate su modelli come hên "fanciullo" pl. hîn (WJ:403), dovremmo aspettarci la forma plurale come **îl. Tuttavia, WJ:363 ci informa anche che l'effettivo plurale di êl è elin. Qui potrebbe sembrare che sia presente una desinenza plurale -in. Questo, comunque, non è realmente il caso. Dal confronto di tali vocaboli coi loro affini Quenya elen pl. eleni si può iniziare a sospettare cosa realmente accade. Eleni dovrebbe anche essere la forma plurale usata in Antico Sindarin, che alla fine fornisce il Sindarin elin: la desinenza plurale essendo perduta come tutte le vocali finali, ma lasciando il suo marchio sul vocabolo causando umlaut della seconda e in i. Ma una cosa che occasionalmente avveniva in Antico Sindarin era che le consonanti alla fine dei vocaboli potessero decadere. La n della forma plurale eleni fu "salvata" in quanto fu protetta dalla desinenza plurale che la segue, ma la forma singolare elen fu apparentemente ridotta ad ele, sebbene tale forma non sia esplicitamente menzionata da Tolkien. Più tardi, le vocali finali furono perdute, lasciando proprio el, ed ancor più tardi, la vocale di un monosillabo di tale conformazione fu allungata, producendo il Sindarin êl. Perciò siamo lasciati con la curiosa coppia êl pl. elin nel Sindarin della Terza Era. Nel caso di un'altra, simile coppia, nêl "dente" pl. nelig, le Etimologie elencano le forme Antico "Noldorin"/Sindarin nele pl. neleki, confermando che la spiegazione abbozzata sopra è corretta: dalla comparazione del singolare nele alla radice NÉL-EK (LR:376) intendiamo che la consonante finale è decaduta. (In Eldarin Comune, nele era evidentemente ancora *nelek, la qual forma soggiace direttamente al Quenya nelet elencato nel medesimo sito - la fonologia Alto-Elfica non permette la finale -k, così essa divenne invece -t.) Perciò abbiamo il singolare *nelek > nele > *nel > Sindarin nêl, ma il plurale neleki (ancora usato in Quenya) > con umlaut *neliki > tardo *nelik con perdita della vocale finale > Sindarin nelig.
Altri vocaboli che si comportano in una maniera similare:
NOTA: Diverse forme citate sopra sono alquanto regolarizzzate. Pêl "campo cintato" effettivamente appare come pel in LR:380 s.v. PEL(ES); secondo la fonologia che possiamo ricostruire da molti altri esempi, la vocale in definitiva dovrebbe essere lunga. L'omissione del circonflesso nella forma pel deve essere un mero sbaglio, o Tolkien stesso oppure il trascrittore sono da incolpare (forse il singolare fu confuso col plurale peli, nella qual forma la e dovrebbe essere corta). - La forma plurale di ôl "sogno" è data come elei in LR:379 s.v. ÓLOS; in Sindarin dovremmo evidentemente leggere ely, come suggerito sopra. Questo è un caso interamente parallelo al "Noldorin" geleidh corrispondente al Sindarin gelydh come il vocabolo per Noldor (sg. golodh): in ambedue i casi il "Noldorin" ei derivato da o al singolare corrisponde al Sindarin y (cfr. anche i plurali corretti/aggiornati suggeriti sopra: il Sindarin beryn, teryn, theryn ove il "Noldorin" delle Etimologie effettivamente ha berein, terein, therein). - Anche un'altra forma è regolarizzata: nelle Etimologie, il plurale di thêl non è theli come suggerito sopra, ma thelei (LR:392 s.v. THEL, THELES). Perché un vocabolo thêl derivato da una radice THELES dovrebbe comportarsi punto differentemente al plurale che non un vocabolo pêl derivato da PELES è difficile da comprendere, così se il plurale è peli in quest'ultimo caso, possiamo sentirci liberi di emendare il plurale di thêl da thelei a theli. I plurali theli e l'attestato peli si adattano meglio al generale sistema: i plurali rappresentano le radici piene THELES e PELES, eccetto che per il dettaglio che la finale -s fu posteriormente perduta (dopo essere divenuta -h), e come d'uso, e in una sillaba finale diviene i al plurale (come in Edhel "Elfo" pl. Edhil, WJ:377). Perciò il pl. di *peles dovrebbe essere *pelis, e rimovendo la consonante finale perduta arriviamo all'attestato plurale peli; alla luce di questo, il pl. di *theles dovrebbe essere *thelis > theli piuttosto che "thelei". Se fossimo a ratterere il plurale thelei (nel qual caso avremmo ad alterare peli in pelei nell'interesse della coerenza), dobbiamo tenere in conto la scoperta di Tolkien post-Etim che ei in a sillaba finale in fin dei conti divenne ai, che ci farebbe approdare a thelai, pelai come i piuttosto esotici plurali di thêl, pêl nel tardo Sindarin della Terza Era. Così tutto considerato, sembra meglio regolarizzare thelei in theli in conformità con l'attestato esempio peli piuttosto che andare per l'altra via. (Nel caso di thelei/theli "sorelle" gli scrittori possono felicemente evitare il problema; LR:392 s.v. THEL indica che il vocabolo più normale per "sorella" era muinthel pl. muinthil, o - ove "sorella" è usato nel più ampio senso di "femmina congiunta" - gwathel pl. gwethil.) - Un altro plurale in -ei è il "Noldorin" tele "fine, retro, parte più arretrata", pl. telei (LR:392 s.v. TELES). Per quanto concerne il singolare, lo sviluppo differisce alquanto de quello che produsse thêl dalla radice THELES; osservare che in tele, l'ultima vocale di TELES è ancora in sito (non è divenuta **têl ad eguagliare thêl). La forma primitiva di tele è data come télesâ (l'accento contrassegna unicamente il tono). In "Antico Noldorin", ciò dovrebbe essere divenuto telesa > teleha (non esplicitamente dato in Etim ma comparare il primitivo barasâ "scottante, bruciante" che produce in "AN" barasa > baraha, LR:351 s.v. BARÁS). Più tardi le vocali finali furon perdute, perciò teleha > teleh, ma alla fine anche la debole consonante finale -h decadde, lasciando solamente tele (e la nuova vocale finale non andò perduta; la fase in cui tale perdita occorse era già passata). Ma che dire della forma plurale telei? È difficile dire precisamente che specie di sviluppo Tolkien si figurò. Il plurale "Antico Noldorin" di teleha non è menzionato ma dovrebbe essere stato telehi (cfr. per esempio poto "piede animale", pl. poti, LR:384 s.v. POTÔ). Più tardi, dovremmo aspettarci che la finale i causi umlaut alla e dalla seconda all'ultima sillaba, telehi divenendo telihi; quindi le vocali finali e la tarda finale h sono perdute, il che dovrebbe lasciarci con teli come la forma plurale. Così come mai Tolkien venne fuori invece con telei? Siamo ad assumere che alla fase telehi, la h decadde così che le vocali e ed i vennero in diretto contatto e formarono un dittongo telei? Ma ciò sarebbe incoerente con l'esempio riferito sopra: la forma plurale pelehi che diviene peli invece di **pelei. Sembra che quando si aggiorna il "Noldorin" tele pl. telei in Sindarin, sia meglio leggere tele pl. teli. Nuovamente, la forma plurale telei non può essere mantenuta com'è in alcun caso, dacché in Sindarin ei in una sillaba finale diviene ai.
Plurali in -in
Quel che può essere il miglior esempio coinvolge una parola-prestito, Drû "Wose", il nome di uno dei Drúedain o "Uomini Selvaggi"; il termine Sindarin era basato sul loro vocabolo nativo Drughu. Secondo UT:385, un plurale Sindarin di Drû era Drúin. Forse tale straordinario plurale in qualche modo marca il vocabolo come un prestito; esso non è inflesso secondo il normale modello (che dovrebbe averci fatti approdare a **Drui come la forma plurale).
Al Campo di Cormallen (SdA3/VI cap. 4), i Portatori dell'Anello furono acclamati come Conin en Annûn, e secondo le Lettere:308, ciò significa "Principi dell'Ovest". Assumendo che Conin "principi" contenga la desinenza plurale -in, potrebbe essere la forma plurale di ?caun (dacché dall'aggiunta della -in, che costituisce una nuova sillaba, au diviene o nell'ambientazione polisillabica che mediante ciò sorge). Tale ?caun potrebbe a sua volta essere una forma Sindarizzata del Quenya cáno "comandante" (PM:345), il quale dovrebbe nuovamente essere una parola-prestito piuttosto che un vocabolo "nativo" Sindarin (PM:362 menziona un vocabolo ereditato alquanto distinto caun, che indica protesta oppure clamore). Se conin "principi" non è il plurale di *caun, potrebbe essere il plurale d'un per altri versi ignoto termine *conen, ma questo sembra un aggettivo piuttosto che un sostantivo.
Il nome Dor-Lómin ricorrente nel Silmarillion è interpretato "Terra dell'Eco" in LR:406. L'Appendice del Silmarillion elenca un vocabolo lóm "eco", sebbene nulla sia detto circa quale linguaggio sia supposto essere questo. È lómin la forma plurale di lóm? Dobbiamo cautamente distinguere vari stadi nella concezione di Tolkien. Le Etimologie elencano un vocabolo lóm "eco" (LR:367 s.v. LAM), ma questo è Doriathrin, non "Noldorin" > Sindarin. In Doriathrin (un dialetto del linguaggio Ilkorin il cui posto nei miti sarebbe più tardi usurpato dal Sindarin), vi è invero una desinenza plurale -in, così lómin potrebbe essere il Doriathrin per "echi". Eppure nella voce nelle Etimologie cui giusta ci si riferisce, il nome ovviamente corrispondente a Dor-Lómin nel Silmarillion appare come Dorlómen invece. Dorlómen è detto essere, non Doriathrin, ma una forma "Noldorinizzata" del vero nome Doriathrin Lómendor. Il primo elemento non è affatto una forma plurale, ma un aggettivo Doriathrin lómen "echeggiante". Ciò può fornire un indizio di come Tolkien dovrebbe più tardi avere interpretato il nome. Quand'egli aveva reso il Sindarin il linguaggio del Beleriand, dismettendo l'"Ilkorin", egli operò ancora riferimenti al peculiare dialetto Sindarin Nordico, ed il nome Dor-Lómin sembra attagliarsi a quel poco che è noto di esso (la m non è aperta in mh > v seguendo una vocale; cfr. il nome Sindarin Nordico di Oromë che è Arum piuttosto che Araw [per *Arauv] come in Sindarin standard: WJ:400). Un'ipotesi realistica può essere che nel periodo post-SdA, Tolkien interpretò Dor-Lómin come se significasse letteralmente "Terre Echeggianti", lómin essendo l'aggettivo Sindarin Nordico discendente dal più antico *lâmina. In Sindarin standard, la desinenza aggettivale dovrebbe essere -en al singolare e -in soltanto al plurale, ma ciò può non essere vero per tale forma dialettale del linguaggio. Se lómin sia realmente un aggettivo, è naturalmente irrilevante per una discussione della formazione plurale Sindarin.
Singolari derivati da plurali
NOTA: Le desinenze -od, -ig, -og usate a formare singolari da plurali possono anche essere usate a formare i cosiddetti nomina unitatis, vocaboli denotanti una distinta parte d
Come indicato sopra, sembra che il dittongo ai sia normalmente invariato al plurale. Comunque, in un piccolo gruppo di vocaboli, ai diviene o i (usualmente la lunga î) oppure più raramente ý al plurale. Per esempio, la forma plurale del sostantivo fair "uomo mortale" è data come fîr (WJ:387, ove il sg. fair è citato nella forma arcaica feir). Le forme plurali in î (i) occorrono dove ai nelle forme singolari da ultimo sorge dalla i o e che è influenzata dalla y più tarda nel vocabolo. Proprio l'esempio citato, fair o l'arcaico feir, viene da una forma Antico Sindarin simile all'affine Quenya firya (in tardo AS forse firia; vedere skhalia- nel vocabolario apposto all'articolo sull'Antico Sindarin). Dobbiamo assumere che altri vocaboli che condividono una storia fonologica similare formerebbero i loro plurali in un modo similare, sebbene nella maggior parte dei casi tali plurali non siano esplicitamente menzionati nel materiale pubblicato di Tolkien. I sostantivi ed aggettivi in questione sono cai "cinta" (pl. cî), cair "nave" (pl. cîr), fair "uomo mortale" (pl. fîr), gwain "nuovo" (pl. gwîn), lhain "scarno, sottile, magro" (pl. lhîn), mail "caro" (pl. mîl) and paich "succo, sciroppo" (pl. pich, osservare la corta i). Il termine "Noldorin" sein "nuovo" pl. sîn (LR:385 s.v. SI) potrebbe divenire il Sindarin sain pl. sîn, ma sembra che Tolkien cambiò il vocabolo Sindarin per "nuovo" in gwain pl. gwîn proprio come elencato (osservare che la medesima voce nelle Etimologie che fornisce il Noldorin sein dà anche sinya come il corrispondente vocabolo Quenya per "nuovo", ma in fonti posteriori, l'aggettivo Quenya "nuovo" è vinya - apparentemente l'affine di gwain).
(ma che forse si comportano ancora come monosillabi al fine della formazione plurale)
Questo è qualcosa che non è direttamente apostrofato negli scritti pubblicati di Tolkien, ma dopo tutto pressoché nessuno dei suoi scritti grammaticali è a noi disponibile. Comunque, la nostra generale comprensione dell'evoluzione del Grigio-elfico sembra suggerire fortemente che certi gruppi di sostantivi dovrebbero comportarsi in modi alquanto inattesi al plurale - sebbene ciò sia perfettamente giustificato quando si sia tenuto conto della sottostante storia fonologica.
Questo è un gruppo di vocaboli che sembrano essere più lunghi al plurale che al singolare. Storicamente parlando sarebbe più accurato rigirare la prospettiva e parlare di "singolari ridotti", poiché in tal caso, la conformazione del vocabolo che soggiace alla forma plurale dà una migliore impressione del termine primitivo che non la corrente forma singolare.
In addizione a quanto sopra, vi sono pochi vocaboli che appartengono alla stessa categoria persino se le forme plurali non hanno consonante finale; pêl "campo cintato" pl. peli, ôl "sogno" pl. ely e thêl "sorella" pl. theli. Ciò che è avvenuto è semplicemente che un'originale consonante finale h, lenita da s allo stadio Antico Sindarin, è decaduta nelle forme plurali: le rilevanti radici sono date come PEL(ES), ÓLOS e THELES nelle Etimologie. Nella prima di tali voci, pêl "campo cintato" è dimostrato venire da pele (LR:380), il quale dà la forma radicale PEL(ES) ed è inteso come una forma ridotta di *peles (cfr. l'affine Quenya peler, chiaramente inteso provenire da *pelez < *peles). Il plurale dell'antica forma pele è dato come pelesi, ed è ulteriormente affermato che ciò divenne pelehi ("peleki" in LR:380 è un trasparente travisamento del manoscritto di Tolkien; per la s che diviene h come questa, cfr. barasa > baraha in LR:351 s.v. BARÁS). Così come in un caso riferito sopra, neleki che diviene nelig, il plurale pelehi divenne *pelih - ma in tal caso l'attuale consonante finale era così debole che fu perduta a produrre la forma plurale peli, creando la falsa impressione che il Sindarin occasionalmente impieghi una desinenza plurale similare al Quenya -i.
Vi sono pochi vocaboli che sembrano mostrare una genuina desinenza plurale -in, sebbene l'origine di tale desinenza non sarebbe chiara; concepibilmente Tolkien la immaginò come inventata per analogia con tali esempi come êl pl. elin, ove (come dimostrato sopra) nessuna genuina desinenza è presente.
Nella vasta maggioranza dei casi, la singolare dev'essere considerata la forma elementare del sostantivo, dalla quale il plurale è derivato. Comunque, vi sono pochi casi ove è effettivamente il plurale che è la forma di base, ed il singolare è derivato da esso. Storicamente, fileg "piccolo uccello", pl. filig, è uno di tali casi. La radice PHILIK (LR:381) risultava come filig in Sindarin, ma dacché parecchie forme plurali hanno la i che rappresenta al singolare la e nella sillaba finale (e.g. Edhil come il pl. di Edhel "Elfo"), il vocabolo filig fu mantenuto come una tale forma plurale ed un singolare fu ideato secondo il normale modello: Fileg. Dacché la radice era PHILIK, un tale singolare era interamente ingiustificato storicamente; esso è, come Tolkien annotò nelle Etimologie, soltanto un "singolare analogico". La coppia fileg pl. filig, essendo pienamente adattata ai normali modelli, naturalmente non presenta problemi extra per le persone che studiano il Sindarin sincronicamente. Ma le Etimologie indicano che il singolare potrebbe anche essere filigod, ove la desinenza -od è in effetti una "desinenza singolare", che produce il più peculiare paio filigod pl. filig. Un altro, simile caso, che coinvolge un'altra "desinenza singolare", è lhewig "orecchio", pl. lhaw. (Cfr. il colle Amon Lhaw in SdA, "Colle dell'Udito" o letteralmente *"Colle delle Orecchie", menzionato quasi al termine del capitolo Il Grande Fiume nel Volume 1.) Il plurale lhaw è spiegato rappresentare un'antica forma duale denotante un paio d'orecchie, o come Tolkien scrisse, "orecchie (d'una persona)" (LR:368 s.v. LAS2). Il singolare lhewig "orecchio" è a sua volta derivato da tale forma plurale o duale. Una simile formatzione "singolare-da-duale" in -ig è gwanunig "gemello", derivato da gwanûn "coppia di gemelli" (WJ:367).