Nella creazione di un linguaggio i Primogeniti di Ilúvatar si riconobbero come Incarnati, rampolli dell'Uno: "L'ideazione di un lambe
[linguaggio] è la caratteristica principale di un Incarnato," osservò Pengolodh, il sapiente di Gondolin (WJ:397). Infatti "appena furono desti inventarono molte parole nuove e bellissime, e molti abili artifizi dialettici" (WJ:422). Il linguaggio creato dai primi Elfi a Cuiviénen ebbe un immenso impatto sulla storia delle lingue nella Terra di Mezzo. Comunemente definito Quenya Primordiale, fu l'antenato di tutte le favelle elfiche, compresi Quenya e Sindarin. Anche linguaggi non direttamente derivati dal Quenya Primordiale hanno incorporato vocaboli elfici, come documentato negli articoli sulle lingue Adûnaica, umaniche, nanesche e perfino degli Orchi, e sulla Lingua Nera. WR:159 e PM:63 citano Faramir il quale afferma che "ogni favella umana di questo mondo è discendente dall'Elfico". L'unico linguaggio di Arda completamente scevro da influenze elfiche è il Valarin. Praticamente, il Valarin risulta la sola lingua più antica del Quenya Primordiale. Invero, Aulë ideò il Khuzdul per i Nani molto prima dell'avvento degli Elfi, ma allorquando Ilúvatar non permise che i Nani comparissero prima dei suoi Primogeniti, ai Nani venne imposto di continuare a dormire mentre gli Elfi si destavano.
Com'era la lingua che gli Elfi composero in quei primi anni d'innocenza sulle acque, rilucenti della luce degli astri che vi si specchiavano, di Cuiviénen? Sappiamo molto della sua fonologia e dei metodi di derivazione; sappiamo meno dell'esatta struttura grammaticale. A giudicare dai linguaggi-figli che si sono mantenuti molto simili all'originale, con minime varianti, vale a dire Quenya e Telerin, il Quenya Primordiale era un linguaggio di casi; una desinenza simile a -da è esplicitamente menzionata da Tolkien (WJ:366). Per quanto concerne lo stile generale del linguaggio primevo, la grande maggioranza dei vocaboli sono composti di due o tre sillabe e terminano con una vocale. In VT39:6, Tolkien stabilisce che in Quenya, "ogni parola terminata da consonante ha probabilmente perso una vocale, se si considera la remota origine Quenya". (Ciononostante molte delle forme "ricostruite" di Tolkien terminano con una consonante, ma non sono molte, e non tutte le forme asteriscate descrivono necessariamente la più antica fase del linguaggio.) Particolarmente caratteristiche dell'Elfico primitivo sono le frequenti vocali finali lunghe, p.e. in lindâ "melodia" o ndorê "terra". Nei vocaboli trisillabi, la prima e la seconda vocale sono solitamente identiche (p.e. karani "rosso"), e in diversi casi la vocale finale è sempre la medesima, però allungata p.e. eredê "seme", galadâ "albero", kyelepê "argento", ñgolodô "Noldo"). In accordo con VT39:6, le vocali in iato probabilmente non comparvero, in media, nel linguaggio primitivo; dove esse compaiono in Quenya una consonante interposta è andata perduta. Nondimeno, le forme ricostruite di Tolkien includono almeno una combinazione iatica, ie, iê; alla luce di una sua più tardo concezione possiamo presumere che ciò rappresenti del pari un originario *ihe o *iñe con una consonente mediana che si è persa più tardi.
Nell'indice del Silmarillion, Christopher Tolkien si riferisce al Quenya come a "la lingua più antica, comune a tutti gli Elfi, nella forma che prese in Valinor". Tuttavia, lo stile della "lingua più antica" per molti aspetti è marcatamente differente dal tardo Quenya, e generalmente i vocaboli Quenya non possono esservi applicati al postutto. Invero, il cambiamento di sonorità che divide il Quenya Primordiale dal classico Alto-Elfico è così pulito e corretto che un madrelingua Quenya poteva, con un minimo di esercizio, essere in grado di comprendere il primitivo linguaggio senza realmente "studiarlo" come una lingua straniera. Ma del pari, il linguaggio primordiale doveva suonargli alquanto esotico, e l'avrebbe a fatica riconosciuto come una mera variante della sua propria lingua. Tuttora, resta il fatto che i Noldor ritenevano che il Quenya fosse il linguaggio "più prossimo a preservare l'antico carattere della favella elfica" (WJ:374). Veramente il linguaggio più "conservativo" in tal senso sembra essere il Telerin di Aman, almeno per quanto riguarda la fonologia - ma il Telerin fu talvolta ritenuto come un dialetto Quenya, sebbene i Teleri stessi lo considerassero come una lingua a sé.
Tolkien ha distinto due fasi dell'Elfico primordiale. La prima propriamente detta, come sopra riportato, fu il Quenya Primordiale. Esso fu l'antenato di tutte le lingue elfiche nel mondo (eccetto, probabilmente, alcuni prodotti grossolani di costrutti linguistici a priori, se gli Elfi si fossero ingegnati in tali sports... come sappiamo, che molti umani fanno! Comunque, nel capitolo 17 del Silmarillion si cita che "tutti i linguaggi dei Quendi ebbero un'unica origine"). Nelle Etimologie, solo alcune delle forme asteriscate sono esplicitamente identificate come Quenya Primordiale (atar, atû, dêr/der-, khalatirnô,
mâ3/ma3-, e taurâ; vedere le voci
ATA, NI1, NÊR, TIR, MA3,
TÂ/TA3). Nondimeno, molte delle forme asteriscate devono assumersi come esempi dello stadio più primitivo della lingua. la fase successiva fu l'Eldarin Comune, l'antenato di tutte le lingue Eldarin (eccetto l'Avarin), compresi Quenya e Sindarin. L'Eldarin comune dovette essere il linguaggio parlato dagli Elfi che seguirono Oromë e si imbarcarono allorché intrapresero la Marcia da Cuiviénen verso il Mare, o piuttosto la lingua che essi svilupparono durante la Marcia stessa. Nelle Etimologie, solo tre vocaboli sono esplicitamente identificati come Eldarin Comune (mahtâ-, ndæ^r, wa,
vedere MA3, NDER, WÔ...sfortunatamente il computer non può porre un accento circonflesso sull'æ). Comunque, un certo numero di forme in Eldarin Comune si trova in WJ e PM.
Potrebbe essere utile conoscere approssimativamente quanto tempo trascorse nei periodi in esame. In WJ:5-6, è data una cronologia in anni di Valinor. In WJ:20 si è detto che 365 "lunghi anni dei Valar" equivalgono a "circa...tremila e cinquecento anni del Sole", sicché un anno di Valinor conta circa nove anni solari e mezzo. Usando questo calcolo, otteniamo il seguente risultato: dopo che gli Elfi si destarono al lago di Cuiviénen, essi dimorarono in pace per circa 280 anni solari (negli anni dei Valar, circa dal 1050 al 1080). Quindi essi furono trovati dalle spie di Melkor e da queste vessati. Passarono più di cinquant'anni del Sole, dopo di che gli Elfi furono trovati da Oromë nell'anno di Valinor 1085. La Separazione dei Quendi in Eldar e Avari accadde in seguito, apparentemente nell'anno 1105, dopo 190 anni solari circa. (L'impressione che si potrebbe ottenere dal testo del Silmarillion, che la Separazione sia avvenuta entro settimane o mesi dopo il ritrovamento degli Elfi da parte di Oromë, risulta essere completamente errata.) Così, dal risveglio degli Elfi alla loro Separazione, trascorsero ben più di cinquecento anni solari, congruo intervallo per il completo sviluppo di un linguaggio - ma ancora non molto lungo, secondo le abitudini elfiche. (Cfr. le parole di Legolas in LotR2/III cap. 6: "Da allora le foglie rosse della mia dimora nel Bosco Atro sono cadute cinquecento volte [da quando Meduseld fu costruita], a noi sembra un tempo molto breve." La metà di un millennio non era percepita come un lungo intervallo dagli Elfi.)
La Marcia da Cuiviénen verso il mare durò ben più di due centinaia e mezza di anni solari (Anni di Valinor 1105-1132). Durante questo periodo, i Pellegrini trassero dal Quenya Primordiale l'Eldarin Comune. Quindi i Vanyar e i Noldor andarono per mare, ed è a questo punto che l'Eldarin Comune evidentemente è divenuto Antico Quenya, siccome il suddetto periodo nell'evoluzione dell'Elfico si avvicinava alla sua fine. Nel Beleriand, l'Eldarin Comune (o il suo dialetto Telerin Comune) iniziò a evolversi verso il Sindarin.
Nei millenni successivi, fu anche nel Beleriand che gli esuli Noldor intrapresero studi comparativi linguistici tesi a ricostruire il primitivo linguaggio: "Fu...il contatto con i Sindarin e l'allargamento della loro
esperienza con le modifiche linguistiche (specialmente le rapidissime e meno
controllate sostituzioni osservabili nella Terra di Mezzo) che stimolarono gli
studi dei sapienti di linguistica, e fu nel Beleriand che le teorie concernenti l'Eldarin Primordiale e le interrelazioni con le sue derivazioni conosciute furono sviluppate." -PM:342.
(L'esperimento conclusivo in linguistica Elfica: insegnare il Quenya Primordiale ad alcune migliaia di persone e collocarle in un remoto continente in completo isolamento. Poi tornare un millennio o due più tardi e controllare se i loro discendenti hanno sviluppato linguaggi simili al Quenya e/o al Sindarin.)
radici vocaliche prefisse: Alla voce I nelle Etimologie,
Tolkien spiega che i è un "prefisso intensivo dove i è base vocale". Egli menziona ITHIL "Luna" come esempio; essa è derivata da una radice (o
"base") THIL "argento lucente" (vedere SIL). INDIS "sposa" come nome della dea Nessa viene da NDIS "donna"; La variante con vocale prefissa
i-ndise è chiamata "forma intensiva". Cfr. anche WJ:318, dove il Quenya e
Sindarin estel "speranza" è detto essere una radice con vocale prefissa derivata da una
radice STEL "rimanere saldo".
In un certo numero di casi, versioni con vocale prefissa di una radice sono dati come voci separate
nelle Etimologie. Talvolta, il tono si sposta sulla nuova prima
sillaba; talaltra l'originale radice vocalica mantiene l'accento.
ÁLAK "impetuoso" è derivato da LAK "rapido".
ÁNAK "fauci" da NAK "morso" è già stato menzionato.
ANÁR "sole" è dichiarato essere un derivativo di NAR1
"fiamma, fuoco". (Nell'appendice del Silmarillion, voce nár,
Christopher Tolkien menziona (a)nar come "la stessa antica radice" che
produsse entrambe le parole per fuoco e sole.) AYAN "sacro" è derivato da
YAN di significato simile. ELED "andare, partire, lasciare" si collega a
LED "andare, uscire da, viaggiare". ÉNED "centro" viene da
NED i significato simile. ERÉD, producendo parole per "seme",
è derivato da RED "spargere, seminare". ÓLOS "sogno" è
connesso con LOS "dormire". ÓROM, la radice che secondo
le Etimologie è all'origine del nome del Vala Oromë,
viene da ROM "rumore intenso, squillo di corno" (ma Tolkien posteriormente lo rigettò
come etimologia popolare Elfica). È stato suggerito che ÓROK,
la radice che nei vocaboli elfici per Orco è individuata nelle
Etimologie, è collegata a ROK-, la radice per "cavallo". Mentre
ciò può sembrare semanticamente stiracchiato, ROK- può originariamente avere riferimento
al destriero del "Cavaliere tenebroso sul suo cavallo selvaggio" che vessò gli Elfi
a Cuiviénen, evidentemente un servitore di Morgoth (Silmarillion cap.
3). Perciò la radice rafforzata ÓROK potrebbe essere usata per altre
creature maligne. (Comunque, Tolkien sembra aver lasciato perdere tale idea e deciso di
derivare invece la parola elfica per "Orc" da una radice RUKU; vedere WJ:389.)
Le radici negative GÛ, MÛ hanno varianti prefisse
UGU, UMU. Sottilmente più complessa è la derivazione di
AKLA-R *"brillantezza" da KAL "splendere" e OKTÂ "guerra"
da KOT "battersi, litigare"; qui la radice vocalica è prefissa come di consueto,
ma ha anche persa la sua normale posizione, e altre desinenze sono introdotte. Altri
esempi di vocaboli dove la radice vocalica è rimossa dalla sua normale posizione tra
la prima e la seconda consonante della radice per essere prefissa invece includono
esdê "riposare" da SED "rilassarsi" (vedere WJ:403), la
sopra menzionata ankâ "fauci" da NAK "morso" e
ostô "fortezza" dalla radice SOTO- "riparare, difendere" (vedere
WJ:414 per la seconda). Cfr. anche la formazione agentale edlô da
DEL, DELE "camminare, andare, iniziare un viaggio" - ma anche
edelô con la radice vocalica di DEL intatta. In WJ:363, Tolkien
dice che il termine edlô mostra la "perdita del sundóma"
(radice vocalica), e così, ovviamente, fanno parole come esdê,
ostô, ankâ. La radice RUKU è detta avere
forme varianti uruk- e urk(u). È forse impossibile
per radici monosillabiche come KWA (avente a che fare con completamento)
apparire senza la loro radice vocalica al suo posto normale, ma essa può ancora essere prefissa, come nel derivato akwâ (secondo WJ:415 "una
estensione o intensificazione di *kwâ, usato avverbialmente" - Quenya
aqua "pienamente, completamente, del tutto, interamente").
Infissione -A-: In alcuni casi, una nuova vocale A è inserita in una radice, volgendo le radici vocaliche i, u nei dittonghi ai, au. La radice SLIW "malaticcio" fornisce l'aggettivo slaiwâ "malaticcio, infermo, malato" (in contrast con un altro derivativo, slîwê "malattia", che non mostra infissione). L'infissione della A è vista anche nella parola taun ?"colle" da TUN (vedere MINI). Dalla radice MIL-IK *"brama" è derivato Mailikô, un nome di Melkor. Altri esempi ancora dalle Etimologie sono thausâ "fallo" da THUS e taurâ "possente" da TUR. In WJ:337, Tolkien deriva maikâ "affilato, penetrante, in profondità" da una radice mik "forare". Inoltre, il termine Quenya nauta "limitare" derivato da NUT punta alla forma primitiva *nautâ (non data); parimenti, il Sindarin glaer (glær) "lungo lai" da GLIR deve discendere da *glairê (cfr. il Quenya lairë). Nel saggio Quendi ed Eldar, naukâ "deforme, *corto" è derivato da una radice NUKU "rachitico". Essa è denominata una "formazione aggettivale" (WJ:413); notare che maikâ, naukâ, slaiwâ, taurâ, thausâ sono anche aggettivi. L'infissione della A si trova anche nell'astratto khaimê "abitudine" forma KHIM "aderire" (che produce anche l'aggettivo khîmâ "vischioso" senza infissione della A - come se tenere oggetti sottintendesse doti profetiche!) Per di più, una delle "antiche forme" della radice RUKU (avente a che fare con "paura", all'origine della parola elfica per Orco) è data come rauk- (WJ:415). Adoperando esempi dal Quenya, Tolkien spiegò che vocaboli formati dall'infissione della A "erano prevalentemente 'intensivi', come in rauko 'creatura assai terribile' (*RUK); taura 'assai poderoso, vasto, di incommensurabile potenza o statura' (*TUR). Alcune erano 'continuative', come Vaire 'Tessitrice' (*WIR)" (VT39:10). - Se l'infissione della A producesse i dittonghi ae, ao da semplici e, o, così come tale processo producesse ai, au da i, u, fu materia di dibattito. Fëanor riteneva che tali forme invero ricorressero nel Quenya Primordiale, ma come menzionato sopra, più tardi i Maestri furono "inclini all'opinione che tali ae, ao non fossero evoluzioni primitive, ma relativamente tarde e dovute all'analogia di ai : i, e au : u" (vedere VT39:9-10).
Infissione -I/Y-: Ciò sembra essere più raro dell'infissione della A. È dichiarato che la radice NAYKA *"doloroso" possa essere una "elaborazione" di NAK "morso"; NAYKA produce i vocaboli Quenya in naic-. La radice WAIWA "soffiare" è apparentemente una variante con I infissa di WAWA, che a sua volta sembra essere una forma raddoppiata di WÂ. In VT39:11, Tolkien indica che formazioni "ottative" spesso mostrano l'infissione della i; vedere sotto.
Infissione nasale: le radici possono essere modificate con infissione di una nasale prima della
seconda consonanta della radice, m prima di b e p, e
n altrimenti (eccetto probabilmente ñ prima di w, vedere
sotto). Così, la radice DAT "cadere in basso" ha una variante con nasale infissa
DANT. LAK "inghiottire" diviene LANK-, producendo vocaboli per
"gola". Una delle "antiche forme" della radice RUKU ha nasale infissa:
runk- (WJ:415).
L'infissione nasale non è insolita nei termini derivati. Per esempio, TUG
fornisce tungâ "teso, aderente", e ronyô "cacciatore, cane
da caccia" viene da una radice ROY "cacciare". In alcuni casi, è arduo dire se in apparenza le forme con nasale infissa siano effettivamente dovute a successive
metatesi. Il Quenya sambë "stanza" è detto discendere dal primitivo
stabnê, stambê. La seconda sembrerebbe riflettere una
forma con nasale infissa della radice STAB, ma la formulazione di Tolkien può anche essere
interpretata intendendo che la forma più antiche fosse stabnê derivata da
STAB semplicemente con l'aggiunta di una desinenza, e che il gruppo bn più tardi
subisse metatesi divenendo *nb > mb. Alternativamente,
Tolkien può aver inteso dire che era impossibile determinare se la forma
ancestrale del Quenya sambë fosse stabnê o
stambê. Un'altra di tali forme doppie si trova sotto SYAD:
sjadnô, sjandô "fendere" = spada. Qualunque sia il caso,
la radice PAT produce tanto patnâ "ampio" quanto la forma con nasale infissa
pantâ "aprire", parole che erano all'apparenza distinte anche
originariamente, così sembrwrwbbw che l'infissione nasale ricorresse anche nel
primitivo linguaggio.
C'è un esempio di infissione della ñ prima della w:
liñwi "pesce" dalla radice LIW.
Potenziamento, fortificazione, rafforzamento, arricchimento:
Questi sono i termini di Tolkien
per certe modifiche che le radici talvolta subiscono. Per esempio,
RUKU appare anche come una "radice potenziata" gruk- (WJ:415); in tal
caso il "potenziamento" consiste di una g prefissa. Un prefisso s è
visto in s-rot- "scavo sotterraneo, escavazione, tunnel" comparato
alla più semplice radice rot (PM:365; groto in WJ:414 è apparentemente una variante con
g prefissa). (Secondo VT39:11, più tardi i Maestri ritenevano che
l'originale potenziamento di r inizialmente fosse dr piuttosto che
gr; il secondo fu modellato sulla frequente variazione l /
gl.) Fëanor si dice (in VT39:9) abbia citato esempi di potenziamento dell'iniziale
che coinvolgeva "le relazioni tra le iniziali st- e s-, o t-; gl-
e l-; ky- e kw- e k-". Un altro "frequente arricchimento d'iniziale"
(WJ:413), che particolarmente impressionò Fëanor, è il volgere di b, d, g
in nasalizzate esplosive mb, nd, ñg. Ciò può definirsi
prefissione nasale, la versione iniziale dell'infissione nasale discussa sopra. Tuttavia,
l'iniziale n, come d, può essere potenziata in nd, e m può
similmente divenire mb (modifiche che possono anche ricorrere nel mezzo dei vocaboli,
vedere sotto). Forse l'iniziale ñ potrebbe essere potenziata in
ñg (senza esempi). In LR:377, la radice ÑGYÔ,
ÑGYON "nipote, discendente" è suggerita essere correlata con YÔ,
YON "figlio", suggerendo anche che Y- possa essere potenziata in ÑGY-.
La radice DORO "avvizzito, duro, inflessibile" fornisce il QP
ndorê "terra arida" dall'arricchimento dell'iniziale d > nd
(WJ:413). La radice NDER "sposo" è detta essere una "forma potenziata
di der" (LR:375), sc. la radice DER "uomo". NDUL, fornisce
parole dal significato "buio, cupo, oscuro", viene da DUL "nascondere, celare".
MBAD "carcerazione, prigione, avversità, inferno" è un potenziamento di BAD
"giudicare". MBUD, la radice che produce termini per "naso", viene da
BUD "sporgere". MBAR "risiedere, abitare" è detta essere correlata con
BAR, sebbene non sia chiaro come sono connesse semanticamente (il probabile significato
originale di BAR è dato come "elevare"). Riguardo il
potenziamento N > ND e M > MB, c'è la
radice NDIS ?"sposa", vista come un "potenziamento" di NIS "donna"
(LR:375). la radice NDÛ "scendere, affondare" viene da NÛ,
una radice apparentemente preposizionale che fornisce taluni vocaboli come "basso" e "sotto". Abbiamo
già menzionato NAK "mordere" > NDAK "uccidere". La radice
MASAG "impastare" è connessa con MBAS dal senso similare; presumibilmente
sono entrambe elaborazioni della più semplice radice *MAS. (Notare, tuttavia, che
ci sono molte radici con l'iniziale MB, ND che non possono essere confrontate
con alcuna corrispondente radice in B-/M- o D-/N-. In
tali casi, dobbiamo presumere che la nasalizata occlusiva sia "originale".)
Simili modifiche possono anche occorrere nel mezzo dei vocaboli. Kwende "elfo" è
derivato da una radice KWENE dalla "primitiva fortificazione della mediana
n > nd" (WJ:360). Cfr. anche alcune parole nelle
Etimologie, come tundu "colle, tumulo" da TUN. Il verbo Quenya
tamba- "battere, colpire ripetutamente" vs. il più semplice verbo tam-
"picchiare" indica che una fortificazione m > mb ne ha preso il posto
(radice TAM). Tolkien spiega che Lindâ "Linda, Elfo Telerin"
è derivato dalla primitiva radice LIN dal "rafforzamento della mediale N
e dall'aggettivale -â" (WJ:382). L'Eldarin Comune eldâ, "una formazione
aggettivale 'connessa o concernente le stelle' ", sembrerebbe essere
derivata dal medesimo modello e include una fortificazione mediale l
> ld (radice EL, ELE); ciò non si trova inizialmente.
Nel mezzo dei vocaboli, la "mediana" può anche essere raddoppiata:
Grottâ "una vasta escavazione" è una forma "intensificata" (WJ:415) di
grotâ "escavazione" (WJ:414). Riguardo la radice per "cavallo",
ROKO, si è detto che questa è effettivamente una "antica e più semplice forma della
radice, trovata in alcuni nomi e vocaboli composti, sebbene la forma normale della parola
indipendente 'cavallo' avesse la forma fortificata rokko" (WJ:407). Come vediamo,
rokko è "fortificata" col raddoppio della consonante di mezzo di
ROKO. La parola battâ "calpestare", con "la consonante mediale allungata in formazioni frequentative" (LR:351), ci fornisce uun
esempio di una radice verbale "fortificata": La radice di baseBAT significa "pestare",
e la radice fortificata symboleggia la ripetizione dell'azione con l'allungamento
della consonante mediana. Per la modifica semantica, si confronti il Quenya tam- "picchiare"
vs. tamba- "battere, colpire ripetutamente" menzionata sopra.
Estensione: Alcune radici hanno speciali forme "estese" fatte col suffisso
della radice vocalica (come in DELE confrontata con DEL - in Quenya, ciò si
definisce ómataina o "estensione vocalica") e l'aggiunta della
consonante finale, usualmente n, k, t, o s. Nelle
Etimologie, la radice BORÓN è detta essere un'estensione di
BOR "sopportare" (quando accentata sulla seconda sillaba è una forma verbale
del sostantivo-radice bóron-). Una simile estensione contenente una finale
n è fornita dalla radice EL, ELE che produce l'Eldarin Comune
elen "stella" (che ne rappresenta una "base estesa", WJ:360; confrontare l'Antico
Sindarin toron "fratello" da TOR; cfr. anche le coppie
PHER/PHÉREN "faggio" e THOR/THORON
"aquila").
Fra le "antiche forme" della radice RUKU (avente a che fare con
paura) vi sono rukus e rukut (WJ:415). Le radici estese
con ómataina seguita dalla t potrebbero essere ciò a cui Tolkien si riferisce
come alle "cosiddette radici kalat" in WJ:392? Kalat pare una
forma estesa di KAL, la radice avente a che fare con "luce". Se è così,
un altro esempio ancora può essere la radice ÓROT "altura, montagna", che è
apparentemente estensa dalla più elementare radice ORO "su; risalire; alto". Qui
vediamo come la forma estesa sviluppa il significato della radice elementare (gli
altri esempi di radici estese non sono annotati separatamente). Doppie forme radicali
nelle Etimologie, come LEP/LEPET "dito" o
ESE/ESET "nome" sembrano esemplificare il medesimo fenomeno. Un
esempio del genere è arat-, che in PM:363 è detto essere "una forma estesa della
radice ara- 'nobile' ". Quando la radice NA "essere" produce il Quenya
nat "oggetto", ciò può riflettere una simile estensione della t.
Vi sono alcune possibili estensioni con finale -k, come OTOK
"sette" da OT. Forse NÁYAK "dolore" è conneso a
NAY "lamento", mentre KIRIK (donde il Quenya circa "falce")
è in definitiva esteso da KIR- "tagliare, fendere" (non definita nelle
Etimologie, ma si veda kir- nell'Appendice del Silmarillion;
cfr. anche KIRIS "taglio" come sostantivo - altra forma espansa). LEPEK è
dato come un'estensione di LEP "cinque" (anche LEPEN). Cfr. anche
MIL-IK *"cupidigia", evidentemente un'estensione della più semplice radice
*MIL (donde il Quenya mailë dall'infissione della A).
Le estensioni che coinvolgono la finale -s (cfr. rukus e KIRIS
sopra) inclusa OT/OTOS "sette" (anche OTOK già
menzionato), THEL/THELES "sorella", TER/TERES
"forare", PHAL/PHÁLAS "spuma" (oltre alla variante
SPAL/SPALAS); cfr. anche KYEL(ES) "vetro". La radice
NIS "donna" è detta essere "elaborata da INI" (vedere NDIS);
forse NIS dovrebbe piuttosto essere derivato dalla semplice radice
NÎ "donna", del quale INI deve essere una versione con vocale prefissa.
(Per l'accorciamento della radice vocalica lunga nella variante con vocale prefissa,
confrontare le radici negative GÛ vs. UGU e MÛ
vs. UMU.) Tolkien specula sul fatto che THUS ?"maleodorante" è
correlato a (esteso da?) THÛ "boccata, sospiro". Il secondo esempio
indica che radici "monosillabiche" (radici senza consonante finale o "mediale")
possono essere espanse con l'aggiunta della consonante finale -n, -t, -s
direttamente all'originale radice vocalica; la vocale non può essere raddoppiata alla fine
poiché non vi è consonante alla quale essa può essere suffissa. (Ma apparentemente la
radice vocalica può essere raddoppiata di seguito alla nuova consonante dopo che la
consonante è stata aggiunta; cfr. il riferimento di Tolkien in WJ:392 alla radice "*KWE,
della quale *KWENE e *KWETE erano elaborazioni".)
Notare che vi sono alcune radici che sembrano essere polisillabiche già in partenza. Per esempio, KYELEK "rapido, agile" a stento potrebbe per ragioni semantiche
essere una forma espansa di KYEL "giungere al termine".
Dovrebbe esere notato che Tolkien talvolta usa il termine "radice estesa" anche con riferimento a radici con una radice vocalica prefissa (vedere
sotto), dove la vocale è anche presente al suo posto normale.
Differenziazione: Come notato sopra, le forme lunghe di radici con una
vocale finale usualmente implica la semplice ripetizione della radice vocalica: DEL >
DELE, KAL > KALA etc. Ma vi sono alcuni rari casi
in cui un'altra vocale finale, -U, è ripresa. In WJ:411, Tolkien menziona una
radice TELE "conclusione, fine, giungere al termine" e aggiunge che "essa era probabilmente
distinta da *tel-u 'coprire con una tettoia, portare a compimento un edificio'... Ma
*telu può essere semplicemente una forma differenziata di *TELE, dacché il
tetto era l'opera finale di un edificio." Sembrerebbe che varianti o
radici "differenziate" possano essere fatte con la modifica della vocale finale.
Eccetto che per TELU, la traccia per tali radici è usualmente indiretta. La
radice KEL "andare, correre (specialmente d'acqua)" chiaramente ha una forma più lunga
KELU. (L'indice dei Racconti Incompiuti, voce Celos,
effettivamente menziona una radice kelu- "fluire velocemente".) La forma più lunga
riemerge nel Quenya celumë "fiotto, flusso" (ma non in celma
"canale"). Il termine Ilkorin per "fiume", celon, è derivato da quel che
sembra essere una forma espansa in -n: "kelu + n", perciò
*kelun (LR:363). Un caso simile sembra essere quello del Quenya cotumo "nemico"
da KOT, KOTH: la u centrale ha qualche altra origine.
Vi sono anche alcune radici Quenya in -u, come nicu- "essere gelato,
freddo (dell'acqua)" (WJ:417) o hlapu- "volare o planare nel vento"
(MC:223). Ma come siano correlate a radici "differenziate" come TELU, se
al postutto lo sono, è lungi dall'esser chiaro.
Variazione: Sembra esservi qualche
variazione tra certe consonanti similari, come T/TH/D,
e anche tra TH e S. Nelle Etimologie, c'è ovviamente una
connessione (confermata dagli stessi riferimenti incrociati di Tolkien) tra le radici
PAT, avente a che fare col concetto di apertura, e PATH, che fornisce vocaboli come il
Sindarin pathw "spiazzo pianeggiante". È anche suggerito (in LR:393)
che THIN, che produce parole per "grigio", possa essere una variante di TIN
"emettere sottili (argentei, pallidi) raggi". Similmente, vi è ovviamente una connessione
tra le radici DAL "piatto", LAD *"ampio" e LAT "postura aperta". Le radici SIL, THIL "splendere" son dette essere varianti, e una
simile variazione S/TH è vista nelle coppie
GOS/GOTH "timore" e KHIS/KHITH "bruma, nebbia".
La variazione SP/PH è vista in SPAL/SPALAS, variante di
PHAL/PHÁLAS "spuma". KAR "fare" sembra avere una
variante KYAR "suscitare", e sotto la radice KEL "andare, correre" troviamo
riferimenti a KYEL "giungere al termine, ultimare" e KWEL "svanire, consumarsi, appassire". La variazionw tra differenti semivocaliche (Y/W)
che si vede nella coppia KYEL/KWEL si trova anche in KHAW
come confronto con KAY "coricarsi"; nelle Etimologie, KHAW è
equiparato alla seconda radice. Ciò fornisce anche un esempio di variazione
K/KH; cfr. anche RIK(H) "strattone, movimento improvviso". Sotto
TAM "bussare" vi è un riferimento a NDAM "martellare, battere"; la
seconda sembra esporre sia l'"arricchimento iniziali" con nasale prefissa che
la variazione T/D. L'Elfico Primordiale evidentemente non contempla *NT
come combinazione iniziale , così essa dev'essere invece divenuta ND.
La variazione P/T si trova nelle radici PIK e TIK;
ambedue evidentemente hanno a che fare con piccolezza. Sotto TIK,
Tolkien fa un riferimento incrociato a PIK. La variazione tra T e
D iè vista nella coppia TING, DING, ma dacché tali termini
sono semplicemente onomatopeici, tale variazione è da prevedersi.
Secondo WJ:363, vi sono "alcune indicazioni" che la variazione tra
D e L ricorra in Quenya Primordiale, "un esempio osservabile essendo
de/le come elementi pronominali in seconda persona". In tardo QP,
GL appare come una variazione iniziale di L (WJ:411, cfr. VT39:11).
Variazioni tra differenti vocali sono più rare, ma BEL "forte" è ipoteticamente
comparato da Tolkien con la radice BAL (donde balâ
"Potenza, Dio, Vala"), e sotto NAT "allacciare, tessere, legare" Tolkien compie un
riferimento incrociato a NUT "legare, fissare".
La maggior parte dei vocaboli primitivi termina in una vocale, talvolta corta ma spesso lunga. La vocale può essere una completa desinenza in sé o parte di una più lunga desinenza. Non possono essere formulate regole categoriche come per ciò che le differenti vocali finali denotano; al massimo vi sono talune tendenze. Parlando molto generalmente, termini con la finale A sono spesso verbi o aggettivi, e se essi sono sostantivi, denotano oggetti concreti più frequentemente che non sostanze o altro di intangibile. Parole in E sono usualmente sostantivi e propendono per denotare astrazioni o sostanze piuttosto che semplici, tangibili oggetti. Vocaboli in I sono spesso aggettivi di colorazioni; quando sono sostantivi essi usualmente denotano esseri femminili. Parole in O sono per la maggior parte sostantivi e tipicamente denotano esseri animati (maschi); molot spesso tali termini hanno un significato agentale. Vocaboli in U sono relativamente rari; essi sono praticamente sempre sostantivi e tipicamente denotano sia esseri maschili che parti del corpo.
La desinenza -â (o -a) occorre in molti tipi di termini, ma
quello preminente è la desinenza aggettivale -â, menzionata da
Tolkien in WJ:382. Gli aggettivi possono essere derivati da semplice suffissazione, come
mizdâ "bagnare" dalla radice MIZD o
telesâ "crescere" da TELES. Tuttavia, la desinenza è
spesso combinata con certune manipolazioni della radice:
- Fortificazioni della mediale come M > MB, N > ND,
L > LD, p.e. rimbâ "frequente, numeroso" da
RIM, kandâ "spavaldo" da KAN, kuldâ "rosso dorato"
da KUL.
- Infissione nasale, p.e. tungâ "teso, attillato" da TUG; cfr.
anche WJ:375, dove Tolkien deriva pendâ "pendenza" da una radice
PED "declinare, essere inclinato verso il basso".
- Infissione della A, p.e. thausâ "sudicio, maleodorante, putrido" da
THUS, taurâ "autorevole, possente" da TUR (cfr.
anche maikâ "aspro" da MIK, WJ:337, e
naukâ *"nano" da NUKU, WJ:413).
- Infissione della I; essa occorre in un ristretto gruppo di formazioni desiderative.
Per esempio, l'aggettivo meinâ "ansioso di andare, desideroso di partire"
viene da una radice MEN "andare" (VT39:11). (Apparentemente tale parola potrebbe anche essere
usata come un verbo "desiderare di andare in qualche direzione, muovere verso di essa, avere qualche meta in vista";
ciò è vero almeno per i suoi discendenti Quenya mína-.) Altri esempi
si trovano in Quenya: maita "affamato" dalla radice MAT "mangiare", e
soica "assetato" da SOK "tracannare, bere" (primitivo
*maitâ, *soikâ, mie ricostruzioni). Vedere VT39:11.
- Allungamento della radice vocalica, p.e. khîmâ "appiccicoso, viscoso"
da KHIM, râba "selvaggio, indomito" da RAB,
dâla "piatto" da DAL.
- radice vocalica prefissa: askarâ "straziante, lacerante" from
SKAR "straziare, lacerare" (in effetti, askarâ diviene una specie di
participio).
I sostantivi in -â esibiscono le medesime variazioni; nella
maggior parte dei casi, tali sostantivi denotano oggetti inanimati. Alcuni sono derivati da semplice
suffissazione, p.e. wedâ "legame" (WED) o golbâ
"ramo" (GÓLOB). Alcuni mostrano infissione nasale: kwentâ
"racconto" (da KWET "parlare"), randâ "ciclo, era"
(RAD), kwingâ "chinarsi" (KWIG). Notiamo anche casi in cui
la radice vocalica è allungata, come râmâ "ala" da
RAM o kânâ "protesta, clamore" da KAN (vedere
PM:361-362 per il secondo esempio). Il raddoppio della consonante finale nella radice
si trova anche in: rattâ, ratta "corso, letto fluviale" da
RAT, gassâ "buco, apertura" da GAS. Il termine
ankâ "mascella, fila di denti" è basato su una forma riarrangiata della
radice NAK "mordere"; Tolkien effettivamente scrisse "an-kâ" come per
enfatizzare che la vocale di mezzo fu perduta. Se la finale -â sia
una desinenza indipendente o solo la radice vocalica suffissa ed allungata è
difficile da dire. La formazione simile OKTÂ "guerra" da KOT
"lottare, litigare" chiaramente esibisce una desinenza indipendente -â, da che
la radice vocalica qui è O.
Come notato sopra, vi sono molti verbi che mostrano la finale A, ma in tal caso come parte delle più
lunghe desinenze -tâ o -jâ. La semplice desinenza
-a, -â è molto rara nei verbi. Notiamo olsa- "sognare" dalla radice ÓLOS. La -â lunga combinata con la fortificazione
mediale M > MB ricorre in tambâ "bussare"
(TAM); la finale -â è marcata come accentata. Così la
vocale finale di battâ "calpestare", con la "consonante mediale [della
radice BAT, *BATA] allungata in formazione frequentativa".
In alcune radici verbali, la final -a è affatto chiaramente giusta la
radice vocalica ripetuta, per esempio stama- "sbarrare, escludere" (UT:282)
o glada "ridere" (PM:359). Esse sono conseguentemente irrilevanti qui.
Il suffisso -dô è una (usualmente agentale) desinenza che si preferisce nel
caso di radici che terminano in N: ñgandô *"arpista" da
ÑGAN/ÑGANAD e lindô "cantore" da
LIN. (Lindô è attestato solamente nel composto
tuilelindô "gola", etimologicamente "fonte del cantore": vedere
TUY. Ñgandô è parimenti attestato solo come una parte del
vocabolo tjalañgandô "suonatore d'arpa"; vedere TYAL,
ÑGAN/ÑGANAD). C'è anche la parola ndandô
"Nando, Elfo Verde", interpretata "uno che ritorna sulla sua parola o decisione"
(i Nandor furono così chiamati in quanto essi abbandonarono la marcia da Cuiviénen;
la radice DAN-, NDAN- indicat "il capovolgersi di un'azione, così da
annullarne o azzerarne l'effetto", WJ:412). In ñgolodô "Noldo"
(WJ:364, 380), la desinenza -dô segue la radice vocalica raddoppiata
(ómataina) della radice ÑGOL. In tale parola,
-dô apparentemente non ha alcun significato agentale; esso è semplicemente un suffisso
personale (maschile), indicante uno che ha le proprietà denotate dalla
radice ÑGOL (saggio, saggezza).
La parola in Eldarin Comune rondô "tetto a volta" non contiene
la desinenza -dô; questa è la radice RONO (non in Etym) con
fortificatione mediale n > nd (VT39:9, cfr. WJ:414). Indvero
non possiamo essere sicuri che vocaboli come lindô non siano derivati da
LIN per mezzo di una simile fortificazione e la più semplice desinenza
-ô (vedere sotto). La questione non ha molto
interesse pratico.
La desinenza -dô appare anche in una forma con nasale infissa -ndo
o -ndô. Nel termine ulgundô "mostro, creatura deforme e
soaventosa" da ÚLUG non sembra essere
agentale, ma è semplicemente usato a formare un sostantivo. Nei vocaboli kalrondô
"eroe" (da KAL "brillare") e lansrondo, lasrondo
"uditore, ascoltatore, che origlia" (da LAS2 "ascoltare"),
la desinenza -ndo, -ndô sembra essere suffissa ad un'altra
desinenza maschile, -rô/-ro (vedere sotto). Tolkien veramente
scrisse "lansro-ndo, lasro-ndo" per fare chiarezza. Vedere anche
-ondô.
Come controparte femminile li -dô ci aspetteremmo
-dê, e tale desinenza può essere attestata in asmalindê
"uccello giallo, 'zigolo giallo' " (SMAL). La desinenza
-(i)ndê che qui occorre può essere vista come una forma con nasale infissa
di *-dê, parallelamente -ndô da
-dô. (In Quenya, -ndë può apparentemente essere usato per un ente
inanimato tanto quanto per uno femminile: cfr. ulundë "alluvione" da
ULU "flusso".)
La desinenza -ê, -e ha diversi significati, o piuttosto pochi significati
specializzati quanto alcuni molto generali. Un certo numero di termini in
-ê, -e denota un che di astratto o intangibile; in tali casi
la radice vocalica è spesso allungata: nêthê "gioventù"
(NETH), ñgôlê "Scienza/Filosofia" (PM:360),
ñôle "odore" (ÑOL),
rênê "rimembranza" (PM:372), slîwê
"malattia" (SLIW), tûrê "dominio, vittoria"
(TUR). LA radice vocalica rimane corta in we3ê "virilità,
vigore" (WEG), et-kelê "sorgente, fuoriuscita d'acqua" (KEL)
e naje "lamento" (NAY), mentre khaimê "costume"
mostra infissione della A invece dell'allungamento (KHIM). Nella parola
esdê > ezdê "riposo", l'origine del nome Quenya
della Valië Estë, LA radice SED occorre in una forma alternativa
ESD- (WJ:403). Perr -ê come desinenza astratta, si confronti
anche la più lunga desinenza -mê, -rê, -wê,
che è spesso usata per derivare parole astratte.
Un altro gruppo di sostantivi in -ê denota sostanze:
khjelesê "vetro" (KHYEL(ES) ), kjelepê
"argento" (KYELEP), laurê "luce dorata"
(LÁWAR/GLÁWAR), mazgê "pasta" (MASAG),
rossê "rugiada, spruzzo" (Letters:282), slingê "tela di ragno"
(SLIG); srawê "carne" (MR:350); possiamo pure includere
mizdê "fine pioggia" (MIZD).
Una desinenza femminile -ê, -e è vista nel vocabolo
tawarê, taware "driade, spirito dei boschi" (evidentemente fem.,
in contrasto col masc. tawarô, tawaro) (TÁWAR).
Cfr. anche bessê "moglie" (BES), sebbene ciò possa contenere una
più lunga desinenza -sê, e la vocale finale nel pronome
sê, se "lei" (radice S; anche sî,
si).
Comunque, la desinenza -ê ricorre anche in molti sostantivi che
sembrano non avere nulla in comune semanticamente. La desinenza -ê Può essere
usata da sola (come in spinê "larice" da SPIN,
tatharê "salice" da TATHAR), ma più spesso
è combinata con alcune altre manipolazioni della radice, come l'infissione nasale
(londê "sentiero stretto" da LOD), allungamento della
radice vocalica (rîgê "corona" da RIG), infissione della A
(laibê "linimento" da LIB2),
fortificazioni mediali come M > MB o N > ND (rimbê "folla, stuolo"
da RIM, spindê "treccia, ciocca di capelli" da SPIN)
o raddoppio della consonante finale della radice (lassê "foglia" da
LAS1, b'rittê "ghiaia" da
BIRÍT). Nîbe "fronte, faccia" mostra una -e corta,
ma la radice vocalica di NIB è allungata. In taluni sostantivi, la desinenza
-ê, -e può essere analizzata come fosse semplicemente la radice vocalica
suffissa e talvolta allungata, p.e. in eredê "seme",
kjelepê "argento", ndere "sposo" (ERÉD,
KYELEP, DER/NÊR). Aggettivi come dene "sottile e forte,
pieghevole, flessuoso" (WJ:412) o radici verbali come dele "camminare, andare,
procedere, viaggiare" (WJ:360) dovrebbero probabilmente essere analizzati nella medesima maniera; non è presente alcuna
reale desinenza derivazionale. Analogo è il caso del sostantivo
kwende "Quendë, Elfo"; esso è derivato dalla radice KWENE con
fortificatione mediale N > ND, senza alcuna distinta desinenza -e (WJ:360).
La desinenza -i ricorre in un certo numero di aggettivi, molti dei quali sono
di colori. Nel caso di radici monosillabiche terminanti in N, essa è sempre
combinata con la fortificazione N > ND: slindi "fine, delicato"
(SLIN), thindi "pallido, grigio, tenue, grigio pallido o argenteo"
(THIN, PM:384), windi "grigio-azzurro, azzurro o grigio pallido"
(WIN/WIND; windi fu depennato). Ninkwi "bianco"
combina la desinenza -i con infissione nasale della radice NIK-W. D'altra
parte, karani "rosso" (KARÁN) non mostra ulteriori
modificazioni, oltre alla desinenza. anche un altro aggettivo-colore, lugni
"azzurro" (LUG2), sembra contenere una più lunga desinenza -ni
che è attestata solamente in questa parola. In ringi "freddo" la desinenza può essere
la radice vocalica suffissa. Mori è specificato essere sia l'aggettivo "buio"
che l'astratto "oscurità" (Lettere:382; nelle Etimologie, radice
MOR, la glossa è semplicemente "nero"). Ciò ci conduce ai sostantivi
in -i. Taluni sono astratti, come rinki "prosperare, vibrare" (RIK(H), notare l'infissione nasale). La parola
etsiri "bocche di un fiume" in origine è palesemente l'astratto
"deflusso(defluire)" (ET, confrontare SIR). Pochi sostantivi in -i si riferiscono
a periodi di tempo: ari "giorno" (AR1) e
dômi- "crepuscolo" (DOMO).
Qualcuno denota sostanze: g-lisi "miele" (LIS) e
pori "farina, sfarinato" (POR); khîthi "foschia, nebbia" può
anche esser visto come una sostanza (KHIS/KHITH). Alla luce di ciò, può
liñgwi "pesce" (LIW, notare l'infissione nasale) essere "pesce" come una
sostanza, come cibo, piuttosto che "pesce" come un animale? Solo un vocabolo in -i
è riferito ad un singolo, concreto, tangibile oggetto: phini "un singolo capello"
(PM:362 - tale termine è specificato essere Eldarin Comune piuttosto che
Quenya Primordiale). In diversi degli esempi scorsi, incluso phini, la
"desinenza" può anche essere la radice vocalica suffissa (ma ovviamente non in ari,
dômi-, pori).
Una desinenza femminile -î è vista nei due vocaboli
Barathî (BARÁTH), un antico nome di Varda, e in
târî "regina" (moglie di un târo, "re"). Il termine
târî è probabilmente formato successivamente a târo, dacché non ci sono
R nella radice TA/TA3 e l'equivalente femminile della desinenza maschile
-rô, -ro sembra essere propriamente -rê (come
in weirê "tessitore", WEY), non *-rî. Per
-î come elemento femminile, cfr. anche il pronome sî,
si "lei" (radice S; anche sê, se). (Notare, tuttavia,
che Tolkien posteriormente insinuò un'altra etimologia per il Quenya Vairë; vedere
weirê nel vocabolario sottostante.)
La -î del vocabolo îdî "cuore, brama, desiderio"
sembra essere non connessa (una desinenza astratta, o soltanto la radice vocalica suffissa,
oppure un travisamento di *îdê come la forma Quenya
írë può suggerire?) La radice ID non è definita.
Una desinenza astratta/infinita -ie si trova in Quenya e in Antico Sindarin,
e ci aspetteremmo che essa corrisponda a qualcosa come -iê nel
primitivo linguaggio. Tale desinenza può essere attestata nel vocabolo
luktiênê "incantatrice" (LUK), se fosse
*luktiê "incantesimo" + la desinenza femminile -nê,
perciò *"incantesimo-femmina". *Luktiê dovrebbe essere un sostantivo astratto o
verbale formato da *luktâ- "incanto" (mia ricostruzione, cfr.
il Quenya luhta-).
In gwa-lassiê "raccolta di foglie, fogliame" da
lassê "foglia", la desinenza -iê + il prefisso gwa-
"assieme" è usato a formare un collettivo (Lettere:282).
Una desinenza aggettivale -imâ occorre nel vocabolo silimâ "bianco splendente", "argento" (come agg.) (SIL). Ciò dovrebbe essere l'origin della desinenza aggettivale Quenya -ima (spesso indicante "-abile", [e anche -ibile, -ubile, -evole, N.d.T.] ma a volte usata in un senso più generale). Alternativamente dovremmo spiegare silimâ come comprendente la forma con ómataina di SIL, precisamente *SILI, seguito dalla desinenza -mâ; vedere sotto. Ma tale desinenza è tipicamente adoperata per derivare parole per attrezzi e non si trova in nessun (altro) aggettivo, così è meglio presumere una desinenza -imâ.
La desinenza femminile -ittâ è menzionata in PM:345; essa è l'origin del Sindarin -eth. Vedere anche -otta, -otto.
La desinenza -jâ, -ja, -iâ, -ia as
diversi significati. Essaa ricorre in un certo numero di aggettivi:
banjâ "bello" (BAN), kalarjâ
"brillante" (KAL), miniia "singolo, distinto, unico"
(MINI), oijâ "eterno" (OY), slinjâ
"snello, sottile, magro" (SLIN), windiâ "azzurro pallido"
(WIN/WIND - è incerto se Tolkien rigettò o meno il vocabolo
windiâ). Wanjâ "biondo, bello" è definito un
"derivativo aggettivale... dalla radice WAN" in WJ:383. Il termine
kwendjâ, l'origine di Quenya, è illustrato come un
aggettivo indicante "appartenente ai *kwendî, al popolo nel suo
complesso" (WJ:360, 393). Tale enunciazione può suggerire che kwendjâ venga
da *kwendî-â, sc. la forma plurale
kwendî "Elfi" + la desinenza aggettivale -â?
La desinenza verbale -jâ, -ja, -iâ è
attestata nelle parole barjâ- "proteggere" (BAR),
berja- "osare" (BER), beujâ- "seguire,
servire" (BEW), ramja- "volare, veleggiare; errare" (RAM),
tjaliâ- "giocare" (TYAL), uljâ "sta piovendo"
(ULU). Nelle Etimologie, il vocabolo barjâ ha
un diacritico a indicare che la desinenza -jâ (o la sua vocale finale)
era accentata (BAR). Ma non possiamo concludere che questo sia sempre il caso;
berja "osare" è marcato come accentato sulla prima sillaba.
(L'aggettivale -jâ apparentemente non è accentato; cfr.
banjâ "bello".)
Vi sono solo pochi sostantivi in -jâ, -ja:
galjâ "luce vivida" (KAL), gilja "stella"
(GIL), kegjâ "siepe" (UT:282), talrunja "pianta del piede"
(TALAM, RUN). Tolkien depennò winjâ "sera"
(WIN/WIND). Wanjâ "Vanya" (Quenya pl. Vanyar, il
primo clan degli Eldar) è realmente un aggettivo "biondo, bello", come notato
sopra (WJ:380, 383). Tolkien ricostruì anche la forma primitiva di
Vanya come banjâ (BAN; cfr. pl. "Banyai" in
PM:402).
Un'altra desinenza aggettivale è -kâ. Nelle Lettere:282, Tolkien menziona una "base" LAY (anche presente nel Quenya lairë "estate") che fornisce laikâ "verde". Altri esempi includono gajakâ "terribile, spaventoso" (PM:363), poikâ "pulito, puro" (POY), urkâ "orribile" (WJ:390), tiukâ "grosso, grasso" (TIW); posteriormente -kâ divenne corto -ka come in lauka "caldo" (LAW). La desinenza -kô, attestata solamente nel vocabolo tiukô "coscia" (TIW), sembrerebbe essere una forma nominalizzata di -kâ (tiukâ "grosso" > tiukô *"cosa grossa" = "coscia"). [In inglese il legame è più evidente: "cosa grossa" = "thick thing" > "thigh", N.d.T.]
La desinenza -la sembra indicare appena più che "cosa" (o "persona"); essa
è usata come formatrice di sostantivi. Tolkien definisce hekla come "qualche cosa (o
persona) messa in disparte da, o tolta da, la sua normale compagnia" (WJ:361; radice
HEKE "in disparte, a parte"); ciò può essere volto in una "forma personale"
heklô "reietto o emarginato" con la desinenza maschile -ô;
vedere sotto. (Vi è anche una forma aggettivale heklâ composta dalla
desinenza aggettivale -â, discussa sopra.) Nellee Etimologie,
-la si trova nei nomi di un certo numero di utensili dove la desinenza
-mâ (vedere sotto) potrebbe presumibilmente essere ben stata usata come:
makla "spada" da MAK "spada, duello di spada", tekla
"penna" da TEK "scrivere" (perciò *"cosa per scrivere"), e, con una
radice con nasale infissa, tankla "spillo, spilla" da TAK "sistemare, fare presto". Nel vocabolo magla (leggere *smaglâ?) "macchia" dalla
radice
SMAG- "[?] imbrattare, macchiare" la desinenza semplicemente agisce come formatore di sostantivo. (Nelle
Etimologie, il termine Sindarin mael riferito come
magla è glossato sia "macchia" che come sostantivo e agg. "macchiato", ma
l'aggettivo "macchiato" è presumibilmente derivato da *(s)maglâ
con l'aggettivale -â.) In un caso, la desinenza -la è aggiunta,
non direttamente alla radice, ma ad un altro vocabolo derivato:
Sjatsela/sjatsêla "lama di spadone", "lama di ascia" include
la parola sjatsê < sjadsê "fenditura, ferita" derivata
dalla radice SYAD "darere a zero, smaltire"; a sjatsêla è
perciò un *"oggetto usato per ferire".
L'aggettivo ndulla "buio, cupo, oscuro" può non contenere la
desinenza -la; esso è apparentemente formato dalla radice NDUL dal
"potenziamento" della consonante finale in doppia LL e dall'aggiunta della
desinenza aggettivale -â. Invero la forma in QP ed EC dev'essere stata
*ndullâ con una vocale finale lunga, per cui il primitivo ndulla avrebbe
prodotto il Quenya **nul (null-), ma l'attuale forma Quenya è
nulla. Ndulla deve essere inteso come antico Quenya (dopo
l'accorciamento delle originali vocali finali lunghe) piuttosto che Elfico primitivo.
La desinenza -la combinata col suffisso aggettivale -â
produce -lâ, come in heklâ menzionato sopra. Tale
-lâ sembrerebbe essere l'origine della desinenza
participia Quenya -la, Sindarin -l.
La desinenza -lê è adoperata per derivare sostantivi che "sembrano propriamente essere
stati universali o astratti" (VT39:16); ciò vale anche per i loro diretti discendenti
Quenya -lë. Nella maggior parte degli esempi attestati essa semplicemente agisce come
una desinenza sostantiva verbale. La radice TUY "sorgere, sbocciare" fornisce
tuilê "giorno di fioritura" o "tempo di fioritura"; il significato di base dovrebbe essere
semplicemente *"fioritura, sboccio". Keglê viene da keg-
"protuberanza, barbiglio" e significherebbe essenzialmente *"ostacolare, mettere barbigli", ma gli astratti spesso
prendono un significato concreto, e in Sindarin cail (<
keglê) indica "steccato" o "palizzata" (UT:282).
Il -rille di silimarille "Silmaril" può essere un sostantivo
verbale derivato da RIL "risplendere", cosicché rille indica qualcosa come
*"radianza, brillantezza".
Il -le di nenle "torrente" (NEN) può essere o non essere
connesso; se lo è, la parola significherebbe "annacquamento". Ma tale -le può
anche essere una desinenza diminutiva.
Come può quadrare ramalê "estremità alare, grande ala (d'aquila)"?
(RAM)
Il suffisso -mâ è una delle desinenze più produttive. Tolkien
puntualizza che tale suffisso è frequente nei nomi di utensili (WJ:416).
Perciò la radice TAK "sistemare, fare presto" può produrre takmâ "oggetto
per fissaggio", l'origine del Quenya tangwa "occhiello, borchia". SUK
"bere" fornisce sukmâ "recipiente per bere". Un altro termine dal medesimo
significato, julmâ, è parimenti derivato da una radice che indica "bere"
(WJ:416 - questa è l'origine del Quenya yulma "coppa", noto da
Namárië). Dalla radice YAT "congiungere" viene
jatmâ, che significa apparentemente "ponte" o "congiunzione" (Quenya
yanwë). Notare che la radice della quale -mâ (-ma)
è appendice non richiede un significato verbale; kasma "elmetto"
viene da una radice KAS "capo". Telmâ "cappuccio, coperture" viene
da una radice (TEL/TELU) che non è definita, ma apparentemente ha a che fare
con la sommità o calotta di qualcosa. (Nelle Etimologie,
la vocale finale di telmâ ha un diacritico che denota che essa può essere
sia lunga che corta, così la variazione -mâ vs. -ma non è
importante.)
Alcuni "attrezzi" possono pure essere parti corporee, come nakma "mascella" da
NAK "mordere", o labmâ "lingua" da LABA "leccare"
(WJ:416).
Tuttavia, non tutti i termini in -mâ denotano utensili. Spesso il
significato della desinenza -mâ è molto generale; essa semplicemente denota un
oggetto in qualche modo connesso allo stato o azione denotato dalla radice.
Parmâ "libro" viene da una radice PAR "comporre, mettere assieme";
un parmâ è semplicemente un "oggetto che è composto o messo assieme".
Talvolta -mâ denota un agente impersonale, come in
tuimâ "un pollone, germoglio" da TUY "scaturire, sbocciare" o
tjulmâ "albero di nave" da TYUL "alzarsi" (ma in SD:419, la forma
primitiva del Quenya tyulma è ricostruita invece come kjulumâ). In alcuni casi, -mâ è usato semplicemente per derivare
sostantivi concreti, come in pathmâ "spazio livellato, terreno" o sjalmâ
"guscio, conchiglia, corno di Ulmo" (radici PATH, SYAL non definite).
Similmente, skelmâ "pelle, vello" viene da una radice SKEL che
non è glossata chiaramente; può indicare "svestire, spogliare" (cfr.
SKAL1). IL Quenya corma "anello" palesemente rappresenta una
primitiva forma *kormâ (non ricostruita da Tolkien); la radice
KOR significa "rotondo", così un *kormâ è semplicemente un "oggetto rotondo".
Infrequentemente la desinenza -mâ può anche denotare una
sostanza, come in wilmâ "aria, aria sottostante" dalla radice
WIL "volare, fluttuare in aria", o sagmâ "veleno" da SAG
(significato della radice non dato; forse "amaro").
La desinenza -mâ sembra anche ricorrere in un aggettivo,
silimâ "bianco splendente", "argento" (come agg.) (SIL). Ma questa
è probabilmente una più lunga desinenza aggettivale -imâ; vedere sopra.
La desinenza -mê è propriamente una desinenza sostantiva astratta o verbale, più
come l'inglese "-ing", come in julmê "bisboccia, gozzoviglia", dalla
radice JULU "bere" (WJ:416) o labmê "l'azione di *LABA",
sc. una radice avente a che fare col leccare o il muovere la lingua (WJ:416). Il nome del
Vala Oromë è realmente adattato dal Valarin (un'antica forma Eldarin
era Arâmê), ma in epoche successive gli Eldar presero il nome
che indica "che soffia nel corno", erroneamente supponendo che contenesse la desinenza sostantiva verbale
-mê (WJ:400).
Un certo numero di altri vocaboli sono facilmente illusrati come termini astratti che hanno
assunto un significato più concreto, come tali parole spesso fanno: rakmê
"scandaglio" da RAK "protendersi, raggiungere", tekmê
"lettera, simbolo" da TEK "porre un marchio", tinmê
"scintillio, brillio" da TIN "scintillare", tulukmê "supporto,
sostegno" da TULUK (radice non definita ma avente a che fare con essere compatto o
tenace). Notare che l'italiano "supporto" può avere un significato sia astratto che
concreto (l'atto di supportare vs. un tangibile sostegno), che
illustra come astratti e concreti sono facilmente amalgamati. In un caso, la
desinenza -mê sembra essere confusa con -mâ; sia
telmâ che telmê (o telma, telme)
"cappa, copertura" sono menzionate da Tolkien quando etimologizzò il Quenya
telmë "cappuccio" (TEL/TELU). Ancora una volta, una
"copertura" totalmente astratta prende un senso concreto: un cappuccio, che dovebbe più
propriamente essere chiamato un telmâ con la desinenza per utensili.
In pochi casi, la desinenza -mê/-me occorre nei
nomi di sostanze: khithme "nebbia" (KHIS/KHITH),
silimê "luce di Silpion", anche un termine poetico per "argento"
(SIL; this may actually be a nominalized form of the apparentemente
adjectival desinenza seen in silimâ; see -imâ). In one
word -mê semplicemente denota qualcosa di intangibile: do3mê
"notte" (DO3, vedere DOMO).
La desinenza agentale -mô è attestata solamente nella parola Ulumô "Signore dei Flutti, Ulmo" (ULU). Tuttavia, il suo discendente Quenya -mo è ben attestato ed è dichiarato essere una desinenza che "spesso appare in nomi o titoli, talvolta con una significanza agentale" (WJ:400; qui "Signore dei Flutti" come significato di Ulmo è detto essere etimologia popolare Elfica, per il nome che fu effettivamente adottato e adattato dal Valarin Ul(l)ubôz).
La desinenza -nâ (-na) è molto produttiva. In pochi casi
(khalnâ, barnâ sotto
KHAL2, BAR) la vocale finale è marcata come accentata;
forse tale desinenza ricevette l'accento in Elfico Primordiale. La sua funzione è di
formare aggettivi: In UT:266, un vocabolo in -nâ è defiito come una "antica forma
aggettivale", mentre in WJ:365 un'altra di tali parole, heklanâ, è
detta una "forma aggettivale estesa" (estesa se comparata alla più breve
forma aggettivale heklâ, presumibilmente). Gli esempi comprendono
ku3nâ "arcuato, sagomato ad arco, ricurvo" (KU3 "arco"),
magnâ "capace" (MAG, under MA3), ndeuna "secondo"
(NDEW "seguire, venire alle spalle"), ornâ "saliente, elevato"
(UT:266), patnâ "ampio" (PAT), pathnâ "liscio"
(PATH), ragnâ "corrotto" (RAG), sarnâ
"di pietra" (SAR, vedere STAR), ta3na ?"alto, maestoso, nobile"
(TÂ/TA3), tubnâ "profondo" (TUB). Tale desinenza può
ben essere aggiunta a radici che hanno già un significato aggettivale, tali come
k'rannâ "rubizzo (di viso)" da KARÁN "rosso" o
mornâ "oscuro" da MOR "nero" (vedere Letters:282 per
mornâ; questo derivato non è dato nelle Etimologie,
sebbene lo sia il suo discendente Quenya morna).
Talvolta la desinenza -nâ (-na) produce forme che
possono essere considerate participi passati, come quando DUL "nascondere, celare" fornisce
ndulna "segreto" (o *"nascosto, celato"). Gjernâ "antico, logoro" può essere visto come un participio passato se la radice GYER significa "logorarsi
(per l'uso)" come il suo derivato Quenya yerya. Parimenti,
skelnâ "nudo" viene da una radice (SKEL) che può significare
"spogliare" (cfr. SKAL1 ). Chiaramente participiali sono le forme
skalnâ "velato, nascosto, ombreggiato, ombroso" da SKAL1
"diffuso, soffuso (della luce)", skarnâ "ferito" da
SKAR "strappare, squarciare", e barnâ "incolume, protetto,
sicuro" da BAR "sollevare, salvare, soccorrere". Notiamo anche wannâ
"partito, morto" da WAN "partire, andare via, sparire, svanire" e
khalnâ "nobile, esaltato" da KHAL2 "sollevare".
Lebnâ "lasciato indietro" sembrerebbe essere un participio passato dalla sua
glossa, ma sorprendentemente la radice LEB/LEM non significa "lasciare indietro";
essa è glossata "stare, piantarsi, aderire, rimanere, trattenersi".
In pochi casi, vocaboli in -nâ sono usati come sostantivi piuttosto che
come aggettivi, come staknâ "fenditura, separazione". Queso dovrebbe essere un
participio passato usato come un sostantivo; la radice STAK è glossata "separare, inserire".
Vi è anche la forma originale del Lindon, Lindânâ; il nome
si riferisce ai Lindarin (Telerin) Elfi Verdi che vi si stabilirono
(WJ:385). Lindânâ dovrebbe significare semplicemente "[Zona dei] Lindarin".
Il termine ramna "ala (corno), esteso punto a fianco, etc."
non armonizza bene; esso è derivato da una radice già dal significato "ala" e deve
essere visto semplicemente come una variante (RAM).
Una più lunga forma -inâ, -ina si trova in alcuni termini:
smalinâ "giallo" (SMAL), Bedûina
("Bedû-ina") "dei coniugi" (Bedû, Aulë e
Yavanna; vedere LEP/LEPEN/LEPEK), ngolwina "saggio, istruito in arti
profonde" (ÑGOL). Nel caso di ngolwina, la desinenza non è
aggiunta direttamente alla radice ÑGOL, ma a *ngolwê (mia
ricostruzionw), l'origine del Quenya nolwë "saggezza, tradizione segreta".
La parola luktiênê "incantatrice" (LUK), la forma primitiva di Lúthien, sembra contenere una desinenza femminile -nê. Dovrebbe essere la controparte del maschile -nô; vedere sotto. Essa è apparentemente suffissa ad un sostantivo *luktiê "incantesimo" piuttosto che direttamente ad una radice verbale. Una distinta desinenza -nê occorre in ornê "albero (sottile)", dichiarato essere correlato all'aggettivo ornâ "saliente, alto" (UT:266). In tale termine, -nê sembrerebbe essere una desinenza nominale corrispondente all'aggettivale -nâ, un ornê essendo letteralmente un "oggetto alto", usato con riferimento ad alberi sottili. Come slignê "tela di ragno" vi si adatti è difficile da dire, dacché Tolkien non definì la radice SLIG. In neinê "lacrima", la desinenza -nê non aggiunge nulla al significato della radice NEI "lacrimare" e deve essere vista semplicemente come una desinenza nominale.
Il suffisso -nô è una desinenza maschile. Esso ricorre in bernô "uomo" e besnô "marito" (BES, cf. BER). Dacché la radice BES significa "sposarsi", besnô "marito" potrebbe essere interpretato *"sposo", se assegnamo un significato agentale a -nô. Esso è chiaramente agentale in khalatirnô "guardiano dei pesci": radice TIR "controllare, guardare". (Nelle Etimologie, khalatirnô ha un diacritico indicante che essa potrebbe essere sia lunga che corta: -nô o -no.) Cfr. anche stabnô "carpentiere, riparatore, costruttore" da STAB (anche stabrô, così le desinenze -nô e -rô sono talvolta intercambiabili). In alcuni casi, -nô denota agenti impersonali, come sjadnô "che spacca" = spada da SYAD "fendere, spaccare". In adnô "cancello" la desinenza non aggiunge alcun significato alla radice AD "entrata, cancello".
La desinenza -ô, -o è predominantemente una desinenza maschile; comparare il pronome sô/so "egli" (radice S, anche sû/su). La desinenza -ô sembra corrispondere al femminile -ê così come la desinenza maschile -û corrisponde al femminile -î. Spe