di Helge Fauskanger - traduzione di Gianluca Comastri
Anche chiamato: Antico Noldorin (l'unico termine che Tolkien usa!)
L'Antico Sindarin è l'ultima tappa prima del Sindarin nell'evoluzione dal Quenya Primordiale al Grigio-elfico maturo (tra QP e AS abbiamo L'Eldarin Comune e il Lindarin Comune). Esso fu sviluppato e parlato nel Beleriand, ma pare si sia evoluto in maturo Sindarin al tempo in cui i Noldor ritornarono. L'Antico Sindarin preserva la generale sonorità dell'Elfico arcaico molto meglio di quanto non faccia il Sindarin. Vi sono ben pochi casi in cui parole in Antico Sindarin sono identiche a parole Quenya: gli esempi comprendono ku, kua "colomba", malina "giallo", míre "gioiello", parma "libro", randa "ciclo, era", rauta "metallo", rimba "frequente, numeroso", rimbe "folla, ressa", ringe "freddo", runda "ruvido pezzo di legno", síre "fiume", yaiwe "scherno, dileggio". Altri vocaboli sono identici al Telerin, il più strettamente correlato linguaggio Amanya, come branda "maestoso, nobile, eccellente", Bana "Vána" (una Valië) e belda "forte".
L'Antico Sindarin esplicitamente identificato come tale è noto solo dalle Etimologie, sebbene alcune antiche forme Sindarin menzionate nel saggio di Tolkien Quendi ed Eldar siano state incluse nel dizionario sottostante. Non vi sono testi AS. Tolkien menzionerebbe una parola AS come stadio intermedio tra il Quenya Primordiale e il Sindarin semplicemente a chiarificare la derivazione del termine Sindarin. Nelle Etimologie il linguaggio è naturalmente chiamato Antico Noldorin (abbreviazione AN), dacché Tolkien non aveva ancora operato la revisione che volse il linguaggio di sonorità gallese nei suoi miti nell'idioma dei Sindar. Nella sua primissima concezione, l'"Antico Noldorin" fu evidentemente il linguaggio che i Noldor parlavano in Valinor, il linguaggio che volse nel classico Noldorin nella Terra di Mezzo. Osservare che nelle Etimologie, il "Noldorin" (> Sindarin) è talvolta chiamato "NE" = Noldorin Esule, come se fosse implicito che AN sia il "Noldorin non esule". Diversamente da altre forme arcaiche, i vocaboli "AN" non sono usualmente asteriscati, come se fossero attestati in scritti: ciò si accorda con LR:173, laddove è affermato che i Noldor iniziarono a scrivere nella loro favella nei giorni dell'orgoglio di Fëanor. Tolkien più tardi rivisitò tutto questo. I Noldor vennero a parlare Quenya, il Noldorin divenne Sindarin, e dobbiamo presumere che l'"Antico Noldorin" parimenti divenne Antico Sindarin, sebbene Tolkien non usi mai tale termine. L'Antico Sindarin sarebbe attestato in scritti, o dovremmo asteriscare l'intero corpus? Forse che l'Antico Sindarin sarebbe stato scritto con le Rune di Daeron? Comunque, in WJ:370 Tolkien espresse incretezza circa il fatto che una certa inflessione fosse precedentemente ricorsa o meno in Sindarin, come se lo stadio più antico di tale linguaggio non fosse direttamente attestato. Per di più, forme che sembrano appartenere circa al medesimo stadio dell'evoluzione linguistica delle forme "Antico Noldorin" dalle Etimologie sono asteriscate in fonti successive (vedere per esempio ekla-mbar, ekla-rista nel dizionario sottostante).
Non tenteremo qui di dare un'elencazione completa delle modifiche fonologiche che incisero sull'Antico Sindarin; vedere le discussioni parola per parola nel dizionario sottostante. Alcuni punti principali possono essere compendiati allo stesso modo. Come affermato sopra, l'Antico Sindarin preserva la sonorità generale dell'Elfico Primordiale molto meglio di quanto non faccia il Sindarin. In particolare, le vocali finali che furono perse successivamente sono ancora al posto; le vocali finali lunghe così caratteristiche dell'Elfico Primordiale sono meramente divenute corte. Per esempio, il primitivo alkwâ "cigno" fornisce l'AS alpha, bélekâ "possente" diviene beleka. (In un caso, tuttavia, una vocale finale lunga sembra persistere in Antico Sindarin, il primitivo magnâ "capace" che fornisce la forma invariata magnâ; questo è probabilmente un errore, di Tolkien o del trascrittore, per *magna.) Quando non finale, la qualità di tre delle primitive vocali lunghe fu alterata in Antico Sindarin: â divenne ó (tale modifica è esplicitamente menzionata in LR:392 s.v. THÔN), ê divenne í e ô divenne ú. Per esempio, vedere ndóko, khíril, rúma nel vocabolario sottostante. Vi sono alcune parole ove tali modifiche non trovano luogo (vedere gása, tára, róna), ma questi possono essere meri errori - di Tolkien o del trascrittore. Le primitive î, û rimasero invariate (normalmente compitate í, ú in Antico Sindarin).
In parecchi casi, le t, p, k primeve divengono th, ph, kh seguendo un'altra consonante, sebbene tale modifica non trovi luogo in alcune parole (Tolkien dimenticò le sue stesse regole?) Vedere thintha nel vocabolario sottostante (dove sono elencati ulteriori riferimenti ad altri vocaboli). Comunque, non vi è evidenza che i gruppi mediali st, sp, sk divengano sempre sth, sph, skh, sebbene tale modifica ricorresse inizialmente: i primitivi stankâ "crepaccio", spangâ "barba" e skalnâ "velato" fornendo in AS sthanka, sphanga, skhalla. (Tale modifica può non essere occorsa al primissimo stadio dell'Antico Sindarin, dacché stabne "stanza" è elencato come AS così come la forma tarda sthamne.) Prima del ph, s sparisce durante la fase dell'Antico Sindarin, come indicato dalle compitazioni (s)pharasse "caccia" e (s)pharóbe "cacciare" (LR:387 s.v. SPAR). Può essere che sth-, skh- parimenti divenisse th, kh in tardo AS (in tardo Sindarin troviamo th-, h-, che è anche come l'originale primitivo th- e kh- appare in Sindarin, suggerendo che la distinzione tra, diciamo, il primitivo sk- e il primitivo kh- sia affatto sparita nel tardo Antico Sindarin). - Alcune parole suggeriscono che t, p, k divennero th, ph, kh anche seguendo un'altra t, p, o k, producendo le aspirate (?) tth, pph, kkh. Vedere rattha nel vocabolario sottostante.
Prima di una nasale, le esplosive afone t, p, k divennero le foniche d, b, g per assimilazione alle nasali foniche. Cfr. fper esempio yadme "ponte" dal primitivo jatmâ, o tulugme "supporto, sostegno" da tulukmê. Altre assimilazioni che trovarono posto alla fase dell'Antico Sindarin comprendono bn > mn, le mediali sm > mm (invariate inizialmente), nm > mm, dn > nn, sr > rrh (= R lunga afona?), ln > ll, ht > tt, hs > ss (per esempi, vedere ammale, Boromíro/Borommíro, etlenna, gêrrha, khalla, matthô-be, watte, wasse nel vocabolario sottostante).
In vocaboli polisillabici, le consonanti finali furono spesso perdute, ma furono preservate nella forma plurale dei sostantivi (dacché esse non erano ivi finali bensì della desinenza plurale -i). Perciò abbiamo coppie come nele pl. neleki, oro pl. oroti, pele pl. pelehi, skhapa pl. skhapati, thele pl. thelehi (vedere il prossimo paragrafo per il significato di tali sostantivi).
In Antico Sindarin appaiono i primi accenni delle lenizioni così rilevanti in tardo Grigio-elfico. Non vi è ancora traccia della fonizzazione di tutte le occlusive post-vocaliche afone (AS beleka che fornisce il Sindarin beleg) o delle esplosive post-vocaliche foniche che divengono spiranti (AS ngolodo "Noldo" che fornisce il Sindarin golodh), ma la lenizione di s in h seguendo una vocale occorre durante lo stadio dell'Antico Sindarin dell'evoluzione linguistica. Vi sono diversi esempi nelle Etimologie: barasa "caldo, rovente" che poi divenne baraha, khelesa "vetro" divenne kheleha, pelesi il pl. di pele "campo recintato" divenne pelehi, e thelesi il pl. di thele "sorella" divenne thelehi. (Per kheleha e pelehi, elencati nelle Etimologie alle voci KHYEL(ES) e PEL(ES), le lezioni errate "khelelia" e "peleki" ricorrono nel testo stampato in LR.)
La desinenza plurale in Antico Sindarin era -i, direttamente discendente dal Quenya Primordiale *-î e affine al Quenya -i: boron "vassallo fedele" pl. boroni, toron "fratello" pl. toroni. I sostantivi che terminano in una vocale normalmente perdono tale vocale prima dell'aggiunta della desinenza plurale -i: poto "piede di animale", pl. poti. Comunque, in diversil casi sostantivi in -o hanno invece plurali in -ui: malo "polline", pl. malui; orko "folletto, Orco", pl. orkui; pano "asse", pl. panui; ranko "braccio" pl. rankui. Tale fenomeno occorre quando l'originale, primitiva forma non termina in -o (o evidentemente -ô), ma in -u. Malo, orko, ranko derivano, secondo le Etimologie, dai primitivi smalu, órku, ranku, e mentre in Quenya Primordiale la finale corta -u divenne -o già allo stadio dell'Eldarin Comune, l'Antico Sindarin preserva l'originale qualità della vocale prima della desinenza plurale (anche l'Eldarin Comune deve aver operato in qualche modo). Tuttavia, pano "asse" è detto venire from primitive panô, ed anche il suoplurale in Antico Sindarin è panui. Questo perché l'Antico Sindarin traslò il primitivo oi in ui; confrontare l'AS muina col Quenya moina (primitivo *moinâ, mia ricostruzione; radice MOY). Il primitivo pl. di panô deve essere stato *panôi, successivamente *panoi, divenendo panui in AS. Ciò, comunque, non segue il modello stabilito dal sostantivo poto "piede di animale" menzionato sopra (pl. poti invece di **potui). Per più di una ragione, si è tentati di dismettere la forma plurale panui come una specie di errore e leggere semplicemente pano pl. *pani.
Come menzionato sopra, le forme plurali dei sostantivi in alcuni casi preservano le originali consonanti finali perse nel singolare: nele "dente", pl. neleki (radice NÉL-EK), oro pl. oroti "montagna" (radice ÓROT), skhapa "costa" pl. skhapati (primitivo skhyapat-), pele "campo recintato", pl. pelesi (tardo pelehi) (radice PEL(ES)), thele "sorella", pl. thelesi (later thelehi) (radice THELES), ró "leone" pl. rówi (primitivo râu, radice RAW). Alcuni dei suoni finali perduti furono ripristinati in Sindarin, evidentemente per analogia coi plurali. Per esempio, oro pl. oroti corrisponde al Sindarin orod pl. ered (la post-vocalica T essendo lenita in D in Sindarin).
In un caso la vocale della forma sg. e pl. di un sostantivo differisce: mó "mano", pl. mai. Questo in quanto l'Antico Sindarin traslò l'originale lunga â in ó (come ndâkô "guerriero" > ndóko), mentre il dittongo ai fu invariato (come gaia "terrore", primitivo gais-). Così mentre il primitivo mâ3 "mano" divenne mó, il primitivo pl. *ma3i, successivamente *mai, rimase mai.
Eccetto che per l'inflessione plurale vi sono piccole dirette evidenze di inflessioni in Antico Sindarin. C'è la parola thoronen, detta essere il "gen.sg." del vocabolo per "aquila"; il nominativo non è dato, ma poteva essere *thoron (come in Sindarin). Tale desinenza genitiva -en occorre anche nel Quenya (o "Qenya") delle Etimologie, ma Tolkien posteriormente la cambiò in -o, discendente dal primitivo -ho (WJ:368, cfr. 3O nelle Etimologie, LR:360). Ciò probabilmente getta considerevoli dubbi sulla desinenza -en in Antico Sindarin maturo (se posso usare tale termine). In WJ:370, Tolkien argomenta che il Sindarin aveva probabilmente sviluppato l'inflessionale -ô nel "periodo primitivo" (più tardi presumibilmente *-o, dopo l'accorciamento delle vocali finali). Egli nota che "il piazzamento del sostantivo genitivo in seconda posizione nel normale Sindarin [come Aran Moria, "Re di Moria"] è probabilmente derivato anche da forme inflessionali" in -ô, *-o. Sembra che secondo la matura concezione di Tolkien del linguaggio, dovremmo probabilmente leggere*thorono per thoronen.
Indirette evidenze dal tardo Sindarin suggeriscono che l'Antico Sindarin possa anche aver avuto un locativo vivente in *-sse (una desinenza di caso ben nota dal Quenya, essendo l'Alto-elfico molto più conservativo del Grigio-elfico). I Tolkien-linguisti convengono sul fatto che la parola ennas "là" nella Lettera del Re (SD:128-129) deve essere derivata dall'antico *entasse, sc. un termine enta "quello situato laggiù" (noto dal Quenya, LR:356 s.v. EN) con una desinenza locativa che esprime "in quel [luogo] situato laggiù" = "là". Se l'Antico Sindarin ebbe un locativo, forse anche l'allativo e l'ablativo erano casi ancora viventi?
L'infinito: La desinenza infinita -ie, nota dal Quenya (UT:317), appare anche in Antico Sindarin: bronie "resistere, tollerare, sopravvivere", etledie "andare all'estero, andare in esilio", ndakie "ammazzare", orie ed ortie "sorgere", tre-batie "traversare", trenarie *"raccontare, dire fino alla fine", warie "tradire, ingannare". (Nelle Etimologie, trenarie è esplicitamente definito una forma "inf." alla voce NAR2, LR:374.) Un altro gruppo di verbi mostra la desinenza infinita -be: buióbe "servire, seguire", matthô-be "maneggiare", naróbe *"narrare una storia", ortóbe "rialzare", phalsóbe "schiumeggiare", pharóbe (più antico spharóbe) "cacciare", phuióbe "provare disgusto, aborrire", puióbe "sputare", rostóbe "scavare, escavare", wattóbe "macchiare, tingere". (Naróbe è realmente glossato "egli narra una storia", ma può a malapena essere una forma in 3. persona presente.) Alla luce di tali esempi, dobbiamo concludere che parthóbi "sistemare, comporre" è probabilmente un travisamento di *parthóbe.
Il passato: Il corpus contiene solo tre esempi di tempo passato: lende "andava" (dalla radice LED, altre forme non attestate ma cfr. l'infinito etledie "andare all'estero, andare in esilio", che è essenzialmente il medesimo verbo col prefisso et- "fuori"), narne *"narrò una storia" (infinito naróbe), e ndanke, passato di ndakie "ammazzare". i tempi passati lende e ndanke sono formati dalle loro radici (LED, NDAK) per mezzo di infissione nasale, procedimento noto anche dal Quenya (invero lende è anche una parola Quenya, col medesimo significato). Narne mostra la desinenza passata -ne, anche ricorrente in Quenya.
Il presente: Un possibile esempio del tempo presente è il vocabolo persôs "esso influenza, concerne". La desinenza -s sembra essere un suffisso pronominale "esso". Senza di essa, tale verbo può apparire come *persa "influenza, concerne" (dacché la primitiva desinenza verbale -â,come ogni altra -â, diverrebbe -a invece du ô quando finale).
L'aoristo (?): Vi sono pochi verbi che mostrano la desinenza -e, o -i- quando una desinenza segue; questa dovrebbe apparire come la stessa forma che è stata identificata come l'aoristo in Quenya, con le medesime desinenze: yurine "io corro" (where -ne = "io") e trenare "egli racconta". "Egli corre" ed "io racconto" dovebbero presumibilmente essere *yure, *trenarine.
Soltanto due desinenze pronominali sono attestate: -s "esso" in persôs "esso influenza, concerne" (la quale desinenza è anche nota dal Quenya), e -ne "io" in yurine "io corro". La seconda desinenza può essere affine al Quenya -nyë (dacché il più antico *ny, *nj divenne n in Lindarin Comune, l'antenato sia del Telerin che dell'Antico Sindarin). Alternativamente, tale desinenza può rappresentare il primitivo -ni, sc. la prima persona sg. radice NI "I" usato come una desinenza (LR:378). La 3. persona singolare può evidentemente essere espressa per mezzo della sola radice verbale, come in trenare "egli racconta, riferisce", ove non sembra siano presenti elementi pronominali.
La maggior parte dei vocaboli viene dalle Etimologie; sono state incluse poche parole da altre fonti (UT, WJ, PM). Il secondo gruppo di vocaboli non è esplicitamente identificato come Antico Sindarin, ma sembra miglior cosa collocarlo in tale lista. Usualmente, essi sono anche inclusi nel vocabolario dell'Elfico Primordiale, con la nota che essi possono essere dell'Antico Sindarin.
Osservare che le combinazioni ph, th, kh rappresentano le aspirate p, t, k (LR:322), non i suoni spiranti che si odono nell'inglese philosophy e think e nel tedesco ach. (È possibile, tuttavia, che i suoni spiranti siano intesi in certe combinazioni; , la parola rattha può essere intesa come contenesse un'aspirato tth, sc. t seguito da th come in think). Sono usati sia i circonflessi (nei macron delle fonti) che gli accenti. I circonflessi devono contrassegnare vocali lunghe; gli accenti sembrano in alcuni casi marcare il tono (p.e. spíndele, ngalámbe, trenárna), ma normalmente un accento indica che una vocale è lunga (come in ró "lion"; ovviamente, non vi possono essere dubbi su quale sillaba è accentata in una parola monosillabica). L'ortografia di Tolkien non è del tutto coerente; per esempio, abbiamo sia ô che ó per la o lunga. Non c'è ragione di presumere che qui sia intesa alcuna sottile distinzione sulla lunghezza delle vocali (come in tardo Sindarin, laddove Tolkien usa i circonflessi a indicare vocali molto lunghe). Cfr. per esempio taluni verbi come buióbe e matthô-be; sicuramente questi potrebbero ben essere stati compitati buiô-be e matthóbe.
Vocaboli primitivi "ricostruiti" da Tolkien stesso non sono qui asteriscati, sebbene egli usualmente li asteriscasse. Osservare che nelle parole primitive, i circonflessi (per macron nelle fonti) indicano sempre vocali lunghe, mentre gli accenti indicano tonicità. Nei vocaboli primitivi, generalmente preferiamo lo spelling j per il suono della y come nell'inglese you (la compitazione di Tolkien è inconsistente, e talvolta fu pure alterata dal trascrittore).
abóro "Avar", "Elfo che non lasciò mai la Terra di Mezzo o iniziò la marcia [da Cuiviénen]". Nelle Etimologie, tale vocabolo era derivato da una radice AB-, ABAR- "rifiutare, negare" (LR:347), e la forma primitiva era data come ábârô (o ábâro), includendo la desinenza personale (maschile/agentale) -ô: un ábârô è quindi un "rifiutatore" (che è, uno che rifiutò l'invito dei Valar a raggiungerli in Valinor). Quando non finale, la primitiva lunga â diviene ó in Antico Sindarin; per un altro esempio cfr. ndóko (q.v.) da ndâkô. (In parole monosillabiche, â può divenire ó pure quando finale; cfr. mó "mano" from mâ.) Comunque, le finali primitive lunghe -â, -ê, -î, -ô, -û meramente divengono corte; la qualità delle vocali è invariata: perciò la finale -ô di ábârô diviene -o in abóro. - La ricostruzione ábârô e la radice AB-, ABAR- sono rimpiazzate da informazioni fornite da Tolkien in una fonte che è di circa un quarto di secolo più giovane delle Etimologie, specificamente il saggio Quendi ed Eldar circa del 1960 (WJ:360-423). In WJ:370, la radice dalla quale le parole Quenya e Sindarin per Avari sono derivate è detta essere ABA. Tale radice "probabilmente derivata da un primitivo elemento negativo, o esclamazione, come *BA 'no'! (...) esprime rifiuto di fare ciò che altri potrebbero desiderare o incoraggiare". La più antica forma è ora detta (in WJ:371) essere abaro, non come in Etim ábârô con le lunghe â e ô. Mentre Tolkien originariamente mantenne la r come una parte della radice ABAR data in Etim (LR:347), abaro dev'essere analizzato come la nuova radice ABA con la più lunga desinenza agentale -ro. La nuova ricostruzione abaro è detta aver fornito l'Eldarin Comune abar (WJ:371), il quale dovrebbe anche esserne stato la forma Antico Sindarin. La forma plurale *abari dovrebbe aver fornito il plurale Sindarin Evair, il quale è attestato in WJ:380 (detto essere un vocabolo noto solamente ai Maestri di tradizione). La primeva ricostruzione ábârô, che fornisce l'Antico Sindarin abáro, invece produsse il Sindarin ("Noldorin") Afor, pl. Efuir, più tardi Efyr (LR:347 - f in queste parole è giusta una peculiare maniera di compitare la v; leggi Avor pl. Evuir, Evyr). Sembrerebbe che tutte queste forme fossero rese obsolete dal più maturo concetto di Tolkien come enunciato in Quendi ed Eldar.
alpha "cigno". La forma primitiva data come alk-wâ, derivata da una radice ÁLAK "impetuoso" (LR:348). Alk-wâ sembrerebbe essere una formazione aggettivae (desinenza -wâ, riguardo alla quale vedere katwe), così la parola primitiva probabilmente ebbe il medesimo significato della radice: "impetuoso", poi usato come un sostantivo "(uno) impetuoso" ed applicato a un animale. Nell'intero ramo Lindarin della famiglia dei linguaggi Elfici, il primitivo kw assai presto divenne p (WJ:375 cfr. WJ:407 nota 5), così alk-wâ, alkwâ dapprima divenne alpa (la qual forma persistette nel Telerin di Aman), ma nell'evoluzione dell'Antico Sindarin, una susseguente modifica volse p, t, k seguenti una l o r liquida in ph, th, kh, rispettivamente. Perciò la forma alpha (a sua volta fornendo il Sindarin alph pl. eilph - vedere UT:265, nota a piè di pagina). Confrontare salpha, e per altri esempi di p, t, k > ph, th, kh a seguire l o r vedere bértha-, parkha, parthóbi, pelthaksa, sulkha. (Per termini dove tale cambio non trova luogo, vedere awarta, ngurtu, orko/orkui, ortie, ortóbe. Dacché le successive forme Sindarin sono awartha, gurth, orch/yrch e ortho, sembrerebbe che la modifica eventualmente occorresse dopo tuttol; le forme abnormi possono essere spiegate come iniziali in Antico Sindarin, in seguito divenute *awartha, *ngurthu, *orkho/orkhui, *orthie, *orthóbe.)
ammale, ammalinde "uccello giallo, 'martello giallo' ", derivato da una radice SMAL "giallo" (LR:386). Le forme primitive sono date come asmalê, asmalindê; questi esempi indicano che in Antico Sindarin, il gruppo sm fu assimilato a mm tra due vocali. Ambedue i vocaboli mostrano una a prefissa che è probabilmente solo la radice vocalica raddoppiata, ed il suffisso -ê è probabilmente una desinenza femminile. Asmalindê mostra una desinenza femminile più lunga -indê, non altrimenti menzionata come una forma primitiva, ma cfr. il Quenya -indë come in Serindë (Þerindë) "Tessitrice" (PM:333).
anda "lungo", solamente attestato nel composto andatektha, q.v. Derivato dalla radice indefinita ÁNAD, ANDA (LR:348); la forma primitive vi è data come andâ con la comune desinenza aggettivale -â, sebbene alcuna forma Antico Sindarin vi sia elencata (ma il tardo Sindarin and, ann è menzionato).
andatektha "simbolo di vocale lunga" (= Q andatehta, un simbolo usato nella scrittura ad indicare che una vocale è lunga; elencato in LR:391 s.v. TEK). Composto di anda e tektha (q.v.), non altrimenti attestato in Antico Sindarin. La forma "Noldorin" che discendeva da andatektha è data in Etim come andeith, corrispondente al Sindarin andaith in SdA Appendice E: "In tal modo [il modo Tengwar del Beleriand] la lunghezza della vocale veniva così indicata dall'«accento acuto», chiamato in tal caso andaith, «segno lungo»."
ango "nipote, discendente". Derivato da una radice ÑGYÔ, ÑGYON (LR:377) che è glossata similmente; ciò è probabilmente da intendersi come un potenziamento della radice YÔ, YON "figlio" (LR:400), dacché Tolkien operò un riferimento incrociato a tale radice. Gli affini Quenya e Telerin di ango sono indyo ed endo, rispettivamente; queste forme assieme puntano ad una primitiva forma ñgjô, identica alla forma ÑGYÔ elencata da Tolkien (y = j). I dettagli possono essere dibattuti ma dobbiamo probabilmente presumere uno sviluppo più o meno come ñgjô > *ñdjô > *ñdô > *añdo > ango (confrontare lo sviluppo Quenya *ñdjo > *iñdjo > indyo, e il Telerin ñgjô > *ñdjô > *ñdô > *eñdo > endo). La ragione per cui una a (in Quenya una i, in Telerin una e) si sviluppò prima di ñ è evidentemente che questo suono iniziale era divenuto sillabico; PM:360 rende evidenza che prima di una ñ sillabica, dovrebbe svilupparsi in Sindarin una vocale a (ed una i in Quenya), come nel nome Angolodh da ñgolodô ove la consonante iniziale era sillabica (Quenya Ingoldo; la forma Sindarin Angolodh non era effettivamente usata, ma la sua forma Antico Sindarin dovrebbe nondimeno essere stata *Angolodo). - Il termine ango "nipote, discendente" non fornì alcuna parola Sindarin, probabilmente in quanto divenne identico ad ang "ferro" (Antico Sindarin *anga) dopo la perdita delle vocali finali.
anu "un maschio (d'Uomini o Elfi), animale maschio. Derivato da una radice 3AN (LR:360), semplicemente definita come "male". La forma primitive dovrebbe essere *3anû, una desinenza maschile discretamente ben attestata essendo aggiunta alla radice (cfr. per esempio kherû "padrone" [Lettere.282], donde il Quenya heru "signore"). Per la perdita dell'iniziale 3 (ricostruita anche come h), cfr. elwa da *3elwâ.
Araume < Oroume "Oromë", nome di un Vala. Nelle Etimologie, tale vocabolo fu derivato da ORÓM (LR:379), una forma raddoppiata di ROM "rumore intenso, squillo di corno, ecc." (LR:384; cfr. romba, róma). La forma primitiva del nome fu data come Orômê (LR.379). La desinenza -ê è a sorpresa nel nome di un Vala maschio, dacché tale desinenza è normalmente femminile. In questo caso, -ê è forse da preferire come una desinenza astratta; cfr. WJ:400, dove è detto che gli Eldar interpretano il nome come "che soffia nel corno". Da Orômê Tolkien dapprima derivò l'Antico Sindarin Oroume; dovremmo piuttosto aspettarci **Orúme, dacché il primitivo ô forniva l'AS ú (vedere brúna per un esempio). Forse "ou" è solo un altro modo di compitare ú; vedere doume sotto dogme. Questo strano "ou" quindi volge in au in Araume (sebbene ú dovrebbe regolarmente essere invariato in Sindarin!), e allo stesso tempo, l'iniziale o misteriosamente diviene a (qualche sorta di dissimilazione?) Lo sviluppo sembra essere piacevolmente ad hoc; Tolkien punta direttamente alla forma in Classico Sindarin Araw, forse aveva già deciso per essa prima che tentasse di selezionare le tortuosità fonologiche. Il preciso significato del nome rimane vago; esso semplicemente ha qualcosa a che fare con corni o squilli di corno. Tuttavia, tale spiegazione del nome Oromë/Araw è resa obsoleta dall'informazione fornita nel saggio Quendi ed Eldar, scritto circa un quarto di secolo più tardi. Tolkien rigettò l'interpretazione "che soffia nel corno" o "soffiatore di corno" come una mera etimologia poplare da parte degli Elfi; non vi era realmente alcuna connessione con la radice ROM dopotuttol. Tolkien decise che il nome di Oromë fosse effettivamente adattato dalla forma che il suo nome aveva nel linguaggio dei Valar. In Valarin, il nome semplicemente denota Oromë e non ha etimologia oltre a quella (WJ:400-401). L'originale forma Valarin era Arômêz (con una speciale varietà, aperta e simile ad A, di ô); il più antico adattamento Elfico fu Arâmê, posteriormente divenendo Arômæ (con ô simile ad A), poi Araum(a), quindi Araumh (mh = nasalizzata v) ed Arauv, finalmente divenendo Araw in classico Sindarin. La forma Arômæ può essere vista come Antico Sindarin. Nello schema fonologico usato da Tolkien nelle Etimologie, il primitivo Arâmê dovrebbe aver fornito l'Antico Sindarin *Aróme, il quale gli è per lo meno prossimo (ma le idee di Tolkien circa lo sviluppo del Sindarin furono chiaramente modificate negli anni, così non è una sorpresa se non vi è pieno accordo tra le Etimologie ed il saggio Quendi ed Eldar, scritto molto più tardi).
awarta "dismettere, abbandonare". Derivato da una radice WAR- "cedere il passo, desistere, non sopravvivere, piantare in asso, tradire" (LR.397); la forma primitiva dovrebbe essere awartâ-. Il suffisso verbale -tâ è assai comune; l'apposizione come prefisso della radice vocalica probabilmente è semplicemente intensiva. Contrasta col più semplice verbo warie "tradire", derivato dalla medesima radice, ma senza vocale prefissa (e neppure alcuna desinenza). - La forma awarta deve essere iniziale Antico Sindarin, successivamente, t che segue r divenne th (presumiblilmente producendo awartha-, la qual forma è attestata in tardo Sindarin). Confrontare bértha- da *bertâ-.
Bala "Potenza, Dio, Vala". Nelle Etimologie derivato da una non definita radice BAL (LR:350); una voce successiva BEL "forte" è comunque confrontata con BAL, così il significato elementare può avere qualcosa a che fare con "potere". La forma primitiva di bala è data come *bálâ, una formazione che sembra equivalente a Bánâ da BAN; vedere Bana sotto. In WJ:403 Tolkien fornisce qualche informazione circa il Quenya Vala, lo stretto affine di Bala. Vala (e perciò Bala) è propriamente un verbo "ha potere", e la forma plurale Valar (Antico Sindarin *Bali?) può essere interpretata "coloro che hanno potere". Susseguentemente questi verbi furono anche usati come sostantivi: "una Potenza, le Potenze". - Il termine Bala come tale non sembra avere alcun discendente indipendente in Sindarin; la parola Sindarin per Vala, Balan, discende dalle più lunghe forme Balane, Balano.
Balandor "Valinor", *"Terra del Vala" (LR:350 s.v. BAL). Composto di Bala "Vala" e ndor "terra", q.v.
Balane forma fem. di Bala, "Valië" (LR:350 s.v. BAL). Primitivo *Balanê, sc. la forma più elementare Bala (vedere sopra) con la desinenza femminile -nê aggiunta a produrre una forma di genere specifico. Vedere Balano.
Balano forma masc. di Bala, " Vala (maschio)" (LR:350 s.v. BAL). Primitivo *Balanô, sc. la forma più elementare Bala (vedere sopra) con la desinenza maschile -nôaggiunta a produrre una forma di genere specifico. In tardo Sindarin, doipo la perdita delle vocali finali, il masc. Balano e il fem. Balane confluirono a produrre una parola di genere neutrale per Vala, Balan.
Balthil un nome dell'Albero Bianco di Valinor (LR:350 s.v. BAL). La forma Sindarin con umlaut discendeva da essa, Belthil, è tradotto "Radianza Divina" nell'indice del Silmarillion. La parola sembra essere semplicemente un composto di due radici, BAL e THIL (LR:350, 392). BAL fornisce parole per "Vala" e perciò "divino" (vedere Bala sopra), mentre THIL è dichiarato (in LR:392) essere una variante della radice SIL, dal significato "argento splendente" (LR:385, confrontare Lettere:425, terza nota a piè di pagina). La formazione Balthil sembra essere alquanto simile a Narsil, detto (in Lettere:425) essere "composto di 2 radici di base senza variazione o aggiunte".
Bana "Vana", nome di una Valië (la forma Quenya è compitataVána nella versione pubblicata del Silmarillion). La forma primitiva è data come Bánâ. La desinenza -â è usualmente aggettivale e mai esplicitamente femminile; può semplicemente essere la radice vocalica suffissa ed allungata, ma bánâ può originariamente essere stato un aggettivo che fu successivamente usato solo come un epiteto di tale dea (comparare il nome Quenya di un'altra dea, Varda, originariamente un aggettivo "elevata, sublime"; vedere barada). Bánâ è derivato da una radice BAN (LR:351) che non è definita come tale, ma sembra che abbia a che fare con bellezza; è l'origine del Quenya vanya "bello". Se bánâ è propriamente un aggettivo, può avere un significato simile. In Antico Sindarin, era anche usato il composto Bana-wende (*"fanciulla Vána" o pure *"Bella fanciulla"); vedere wende. - In WJ:383, riproducendo una tarda fonte (ca. 1960), è detto che il nome Quenya di tale Valië, Vána, è invece derivato da una radice
WAN; tale radice ha a che fare con colori pallidi, anche associata con bellezza (più dell'inglese fair). Qui, la forma primitiva è probabilmente intesa come
*Wânâ, che fornirebbe *Wóna in Antico Sindarin.
barada "elevato, sublime" (o "scosceso" se = Sindarin baradh, il vocabolo che produce). Derivato da una radice BARÁD (LR:351), in sè non definita ma è suggerito sia una forma espansa di BAR, ipoteticamente detto voglia dire "alzarsi" (LR:351); BARÁD potrebbe significare qualcosa come *"sollevato, alzato" e perciò "elevato, sublime". La forma primitiva è data come barádâ, mostrando la normale desinenza aggettivale -â (in Quenya, il nome della dea Varda, La Sublime, è derivato da questo primitivo aggettivo).
baraha, primitivo barasa, "caldo, rovente". Derivato da una non definita radice BARÁS (LR:351) detta essere ritrovata solamente nel "Noldorin" (leggi: Sindarin). La forma primitiva è data come barasâ (accentata sulla sillaba finale), mostrando la comune desinenza aggettivale -â. La più antica forma AS fu barasa, posteriormente divenuta baraha con la lenizione dell'intervocalica s in h. (Per altri esempi di tale lenizione, cfe. pelehi, thelehi under pele, thele; vedere anche kheleha.)
barane "marrone, [swart], bruno". La forma primitiva dovrebbe essere *baráni, sc. la radice BARÁN (LR:351) con la desinenza -i, assai comune in primitivi aggettivi di colore (confrontare in particolare karani "rosso" da KARÁN, LR.362). La forma composta Quenya varni- preserva l'originale qualità della vocale finale (incomposta varnë, con la medesima modifica della finale corta -i in -e come in Antico Sindarin; tale modifica sembra essere occorsa allo stadio dell'Eldarin Comune, ed è pertanto comune in Antico Sindarin, Quenya e Telerin).
barasa "caldo, rovente"; vedere baraha (la forma tarda).
Barathi, anche Barathil "Varda, Elbereth" (LR:351 s.v. BARATH). La forma Barathil sembra essere secondaria, con una più lunga desinenza femminile -il anche vista in khíril "signora" (ed in Bradil, un altro nome di Varda, più tardi depennato). Il secondo elemento nel normale nome Sindarin della dea Varda, Elbereth, discende da Barathi (con un elemento el- "stella" prefisso); vedere elen-barathi. Secondo RGEO:74, il Sindarin bereth (da barathi) indica "consorte", usato per la consorte di un re, perciò venendo a significare "regina": Varda è sia la Regina dei Valar che la consorte di Manwë. Nelle Lettere:282, Elbereth è tradotto "Signora delle Stelle", fornendo anche un'altra glossa per bereth e perciò barathi: "signora". Nelle Etimologie, la radice BARATH dalla quale Barathi è derivato non è chiaramente definita, ma meramente suggerita essere "correlata a BAR e BARÁD". Riguardo alla seconda, vedere barada. La radice più elementare qui è chiaramente BAR, ipoteticamente definita come "alzarsi" e perciò in grado di fornire vocaboli per qualcosa di alto o elevato; BARÁD e BARATH chiaramente sono semplicemente forme estese di BAR, e BARÁD (producendo parole per "elevato, sublime, erto") è detto essere stato "mescolato" con BARATH. Tolkien derivò Barathi dal primitivo Barathî, che mostra la desinenza femminile -î. Dacché Barathî fu definito come "consorte di Manwe, Regina delle Stelle", sembra implicare che tale fosse il primo nome che i primi Elfi diedero a Varda. Barathî dovrebbe aver prodotto *Varsi in Quenya; comunque, Tolkien immaginò che tale primitivo nome si fosse fuso con l'aggettivo barádâ "elevato, sublime", il quale fu la vera origine del nome Quenya Varda. Comunque, l'antico nome persistette in Sindarin, a fornire l'elemento finale del successivo nome Elbereth. - Sembra piuttosto dubbio che Tolkien con barathî intendesse indicare semplicemente "consorte" allorquando scrisse le Etimologie, sebbene questo fosse il modo in cui egli definì il Sindarin bereth in RGEO:74 molti anni più tardi. Barathî fu probabilmente dapprima inteso a significare *"colei che è sublime/elevata". Forse Tolkien posteriormente, dopo aver adottato l'interpretazione "consorte", immaginò che bereth includesse la desinenza femminile Sindarin -eth, primitiva -ittâ (PM:345); se così la forma primitiva dovrebbe piuttosto essere *berittâ o *barittâ (e la forma in Antico Sindarin *berittha o *barittha).
bata "sentiero battuto, viottolo". Derivato da una radice BAT (LR.351); la forma primitiva è data come bátâ (o báta, ma questo dovrebbe aver fornito invece l'Antico Sindarin **bat). La desinenza -â è talvolta usata a formare sostantivi (più spesso aggettivi), ma in tal caso sembra essere semplicemente la radice vocalica raddoppiata e suffissa. È anche possiblie che -â avesse qui un significato locale; confrontare rattha, yura.
batthô "calpestio" (indicato come accentato sulla sillaba finale). Derivato da una radice BAT "passo" (LR:351); la forma primitiva è data come battâ- (come batthô indicato come accentato sulla sillaba finale). Si è detto che in battâ, la "consonante mediale [è] allungata in formazione frequentativa": la T della radice BAT "passo" è duplicata a simboleggiare l'azione ripetuta: *"passare ripetutamente" = "calpestare". In Antico Sindarin, il primevo tt diviene tth (comparare rattha, q.v., da rattâ; è probabile che il primitivo kk, pp similmente divenne kkh, pph: sebbene non abbiamo espliciti esempi, posteriori vocaboli Sindarin suggeriscono un loro sviluppo in AS). Normalmente, la lunga finale -â in parole polisillabiche diviene -a in vocaboli Antico Sindarin (vedere abóro). Pertanto, potremmo esserci aspettati battâ- a fornire *battha- invece di batthô. La â non finali lunga può regolarmente divenire ó (qui compitata ô), e così la finale â in parole monosillabiche (vedere mó). Ciò che fa la differenza è evidentemente che in battâ-, la finale -â era tonica (giusto come è anche la vocale finale di batthô). L'accento tonico dovrebbe essersi spostato sulla prima sillaba in batho, la tarda forma Sindarin. Quando Tolkien scrisse ciò, doveva già aver deciso che le originali vocali finali fossero perse in Sindarin. Qui egli sembra giocare col concetto che le vocali finali toniche non andarono perdute, che batthô (tonico in -ô) dapprima divenne bathó in Sindarin, la vocale finale sopravvivendo in quanto accentata, l'accento movendo dalla prima sillaba solo più tardi, in base a come evolveva il classico modello di accentazione. Un verbo Sindarin in una voce primeva nelle Etimologie punta nella medesima direzione: berio "proteggere", derivato da una primitiva forma barjâ (baryâ); ancora una volta, Tolkien accortamente indica che la finale -â era accentata (LR:351 s.v. BAR). Egli probabilmente presumeva che barjâ in Antico Sindarin divenne *baryô (baryó), ancora tonica sulla vocale finale, la quale a sua volta fornì il Sindarin *berió, poi berio con l'accento tonico su di un'altra sillaba. Comunque, l'evidenza è che Tolkien decise brevemente in un secondo momento per un modo alquanto differente di derivare verbi Sindarin in -o da primitive forme in -â, rigettando l'idea della "vocale finale tonica" che sperimentò nelle prime voci delle Etimologie. (In voci successive, pure la finale tonica -â diviene -a piuttosto che -ô in Antico Sindarin; vedere khalla.) Invece di presumere che -â fosse originariamente tonica, egli introdusse una desinenza infinita -be; nelle Etimologie, dapprima la presentò alla voce BEW (ove buio "servire, seguire" è derivato dall'Antico Sindarin buióbe, q.v. riguardo lo sviluppo fonologico). Forse Tolkien avrebbe dovuto derivare il Sindarin batho dall'Antico Sindarin *batthóbe, non batthô, se avesse trovato il tempo di rivedere tutte le sue note e ricondurle in accordo con le sue nuove intuizioni.
belda "forte", derivato da una radice BEL di significato simile (LR:352); la forma primitiva dovrebbe essere *beldâ con fortificazione mediale l > ld ed aggettivale -â. (Confrontare kuldâ "rosso dorato" da KUL, LR:365.)
beleka "possente, immenso, grande". Derivato dalla medesima radice BEL "forte" (LR:352) come belda sopra. Tolkien dapprima menziona una forma bélek, la quale è probabilmente da intendersi come una variante estesa di BEL, con la radice vocalica raddoppiata e suffissa (cosiddetta ómataina, estensione vocalica) ed una consonante -k aggiunta. Quindi segue la forma primitiva bélekâ, la quale è chiaramente tale radice estesa con la the comune desinenza aggettivale -â.
belka "eccessivo" - attestato come un vocabolo Telerin, ma "probabilmente da AN", Antico Noldorin (LR:352). Naturalmente, nessun termine Antico Sindarin avrebbe potuto valicare l'oceano per entrare nel parlato dei Teleri di Aman. Separato dalle difficoltà causate dalle revisioni di Tolkien della storia di tale linguaggio, belka dovrebbe essere semplicemente una forma variante di beleka, derivato dalla medesima radice BEL "forte". Nel caso di belka, la forma primitiva dovrebbe essere *belkâ con una desinenza aggettivale -kâ aggiunta direttamente alla radice (piuttosto che alla più corta desinenza -â aggiunta alla radice estesa bélek- come sopra). Riguardo alla desinenza aggettivale -kâ, cfr. per esempio poikâ "netto, puro" da POY, LR:382.
belle "potenza (fisica)". Derivato dalla medesima radice BEL (LR:352) come belka ebelda sopra; la forma primitiva di belle dovrebbe più probabilmente essere *bellê, dacché la desinenza -ê è spesso astratta. Il raddoppio della l potrebbe essere una "fortificazione mediale", sebbene l > ld sia più comune. (Osservare che l'Ilkorin bel è detto derivare da belê senza raddoppio della l.) Concepibilmente bellê potrebbe anche essere la radice BEL con l'universale ed astratta desinenza -lê (VT39:16).
berina "impavido, audace". Derivato da una radice BER "valente" (LR:352); questa è una formazione aggettivale equivalente a malina (q.v.) da smalinâ: primitivo *berinâ.
bértha- "essere audace" (l'accento probabilmente indica che è la prima sillaba che è accentata, non che la e è lunga). Derivato da una radice BER "valente". La forma primitiva dovrebbe essere *bertâ-, il comune suffisso verbale -tâ essendo usato in una maniera alquanto inconsueta: a formare un verbo stativo, che descrive qualcosa che uno è piuttosto che qualcosa che uno fa. Normalmente, -tâ forma verbi transitivi o pure causativi (p.e. tultâ- "far venire" da TUL- "venire", LR:395). - Seguendo r e l, la primitiva t diviene th in Antico Sindarin; vedere alpha. Dacché ngurtu (non *ngurthu) è detta essere una forma Antico Sindarin, può essere che tale modifica ricorresse durante lo stadio dell'Antico Sindarin, così che una forma iniziale di bértha- fu *bérta-
besse "moglie" (o "donna"?) Derivato da una radice BES "sposarsi" (LR:352); la forma primitiva è data come bessê. Il vocabolo potrebbe includere la desinenza (femminile?) -sê vista in NDIS-SÊ (LR:375), donde il Quenya nissë "donna". Alternativamente, il raddoppio della S di BES è qualche sorta di fortificazione mediale, e la desinenza è semplicemente il suffisso femminile -ê. - Non possiamo essere assolutamente sicuri del fatto che besse significhi "moglie" o semplicemente "donna"; il primitivo bessê è definito come "moglie" (rispecchiando il significato della radice "sposarsi"), mentre il Sindarin bess ha un significato generalizzato "donna". La forma intermedia in Antico Sindarin besse è menzionata, ma non definita. Essa probabilmente indica ancora "moglie"; l'enunciazione alla voce BES sembra indicare che essa era il Sindarin bess e non la forma iniziale besse che era usata per rimpiazzare termini primevi per "donna". Vedere anche LR:378.
bioro, anche biuro, "seguace, vassallo". Derivato da una radice BEW "seguire, servire"; la forma primitiva è data come beurô con la desinenza maschile (spesso, come qui, agentale) -rô (WJ:371). Sembra che il primitivo eu dapprima divenne iu e poi io; biuro è probabilmente da intendersi come una forma più antica, successivamente (ma ancora durante lo stadio dell'Antico Sindarin) divenendo io. Confrontare sniuma "laccio" da *sneumâ; la tarda forma "Noldorin" hniof (Sindarin *nýw) suggerisce che iu più tardi divenne io (*snioma). - Nelle Etimologie, il nome Bëor è derivato da bioro. La versione pubblicata del Silmarillion (cap. 17) ammette che Bëor significhi "Vassallo", ma in questo libro, il nome è detto essere derivato dal linguaggio proprio della gente di Bëor, non dall'Elfico: il concetto di Tolkien sembra aver subito alcune revisioni. (In Sindarin, l'antico bioro, biuro dovrebbe produrre býr piuttosto che beor; forse Tolkien, desiderando tenere il nome di antica data Bëor pure dopo ch'egli ebbe riveduto la fonologia Sindarin, lo trasferì dal Grigio-elfico all'Umanico per questo buon motivo.)
Boromíro nome masc., *"Gioiello Fedele", Boromir (LR:353 s.v. BOR; la variante Borommíro si trova in LR:373, sotto MIR). La voce BOR indica che Boromíro rappresenta Boronmíro; la forma Borommíro alla voce MIR dovrebbe riflettere nm nella forma di una doppia mm, n essendone assimilata. il primo elemento, non assimilato boron, è apparentemente più o meno identico al vocabolo indipendente boron, vedere sotto. L'elemento míro è evidentemente una variante di míre "gioiello", q.v., la desinenza maschile -o sostituendo -e quando la parola è usata come la parte finale di un nome maschile. - In una nota a piè di pagina in SdA Appendice F, è detto che il nome Boromir è una forma "ibrida", il contesto indica che ciò significa che essa contiene sia elementi Quenya che Sindarin; questa è probabilmente la maniera di Tolkien di spiegare perché la m di Boromir non è lenita in v. Nelle Etimologie, ove le forme Boromíro, Borommíro, Boronmíro sono citate come la storica origine di tal nome, non vi è traccia di questa tarda nozione per cui il nome sarebbe in qualche modo "ibrido". Nelle Etimologie, Boromir è descritto come "un antico nome N[oldorin] [successivamente: Sindarin] di antica origine". Mentre il nome esisteva prima che SdA fosse scritto, le idee di Tolkien circa la sua esatta storia sembrano aver subito revisioni.
boron "risoluto, uomo fidato, vassallo fedele", pl. boroni (LR:353 s.v. BOR). Derivato da una radice BOR- "sopportare" (LR:353); una forma primitiva è data come bóron- (il trattino suggerendo che qualche vocale finale, forse la -o maschile, era originariamente presente). La forma bóron- mostra ómataina (raddoppio della radice vocalica) e la desinenza -n; invero la radice BORÓN, anche elencata in LR:353, è detta essere una "estensione" di BOR ed una "forma verbale" di borón- (osservare la differenza di tono). La desinenza plurale vista in boroni discende direttamente dalla primitiva -î. - Per un possibile parallelo di boron pl. boroni da BOR, vedere toron pl. toroni da TOR (cfr. anche *thoron).
Boronmíro > Boromíro (nome masc.) (LR:353 s.v. BOR). Vedere Boromíro.
[Bradil] (depennato) "Varda". Questo nome rigettato della Dea delle Stelle fu derivato da una radice BARÁD (LR:351), riguardo alla quale vedere barada. La forma brad- ha perso la prima, non accentata vocale di BARÁD (cfr. branda sotto); la desinenza -il è un suffisso femminile trovato anche in Barathil e khíril (q.v.)
branda "elevato, nobile, fine". La stessa parola ricorre nel Telerin di Aman. Derivato da una radice BARÁD, in sé non definita; vedere barada per alcuni commenti su tale radice. La forma primitiva di branda è data come b'randâ, mostrando la perdita della prima A, infissione nasal (o fortificazione mediale d > nd) e la comune desinenza aggettivale -â. Forse dobbiamo intendere che la forma assai più antica fosse *barandâ con la prima vocale intatta; posteriormente essa fu perduta (in quanto non era accentata?) Confrontare una forma primitiva come b'rônâ dalla radice BORÓN; vedere brûna.
brasse "calor bianco". Derivato da una non definita radice BARÁS (LR:351); fornisce parole per "rovente, ardente, incandescente". Una forma primitiva b'rás-sê è data (semplicemente definita come "calore"); una forma più antica può pure essere stata *barás-sê con la prima A intatta (la perdita delle vocali non accentate in tali forme primitive non è insolita; confrontare *b'ron- da BORÓN; vedere bronie sotto). Il preciso significato della desinenza -sê è incerto (sebbene la vocale finale -ê possa denotare astrattezza). In alcuni termini, -sê apparentemente denota qualcosa ottenuto dall'azione denotata dalla radice: khotsê "riunione" da KHOTH "raduno" (LR:364), sjadsê (tardo sjatsê) "fenditura, squarcio" da SYAD "tagliare attraverso, fendere" (LR:389), wahsê "macchia" da WA3 "macchiare, lordare" (LR:397). Se la non definita radice BARÁS intende qualcosa come "ardere" o "riscaldarsi", brás-sê potrebbe attagliarsi a tale modello.
bronie "resistere, soppportare, sopravvivere". Derivato da una radice BORÓN (LR:353), detta essere una forma estesa di BOR "sopportare", supponendola originariamente una forma verbale. Com'è uso in tali forme estese, la radice vocalica è stata raddoppiata e suffissa (ómataina, estensione vocalica), prima che una consonante sia stata aggiunta (qui -n). Bronie mostra la desinenza infinita -ie nota anche dal Quenya (vedere i commenti di Tolkien su tale vocabolo en-yalië in UT:317; per altri esempi di infiniti in Antico Sindarin in -ie, vedere etledie, ndakie, orie, ortie, tre-batie, trenarie, warie). Rimovendo tale desinenza, rimane bron-, che deve discendere da *b'ron-, una forma della radice BORÓN che ha perso la prima, non accentata vocale; vedere brûna.
Bronwega *"Uomo Longanime"; nome masc. (LR:353 s.v. BORÓN, LR:398 s.v. WEG). L'elemento bron- è il medesimo della radice del verbo bronie, vedere sopra. Riguardo alla desinenza -wega "-uomo", vedere la voce distinta.
brûna (semplicemente un'altra maniera di compitare brúna) "che ha lunga durata, antico" (solamente di oggetti; sottintende che essi siano antichi, ma non modificati o usurati). Derivato dalla medesima radice BORÓN (LR:353) come bronie sopra. La forma primitiva è data come b'rônâ, con perdita della prima O di BORÓN; una simile radice ridotta deve supportare il verbo bronie (vedere sopra). B'rônâ mostra allungamento della radice vocalica e la comune desinenza aggettivale -â. Come vediamo, la ô lunga non finale fornisce l'Antico Sindarin ú (comparare rúma da *rômâ, o wanúre da *wonôrê).
buióbe "servire, seguire". Derivato da una radice BEW di significato simile (LR.352); la forma primitiva è data come beujâ- (beuyâ-) con la frequente desinenza verbale -jâ, che qui non aggiunge nulla al significato della radice stessa. Sembrano esservi talune incongruenze riguardanti lo sviluppo del primitivo eu in Antico Sindarin. In beurô > bioro, biuro, tale dittongo primitivo diviene io o iu. Esso similmente diviene iu in *sneumâ > sniuma. Comunque, eu diviene ui in *pheujâ > phuiobe, e così anche nel vocabolo in oggetto: beujâ > buióbe. Può essere notato che Tolkien dapprima derivò núma, non sniuma, da *sneumâ (vedere núma). Egli la modificò inseguito, ma sembra aver considerato la possibilità che eu divenisse ú (û) invece di iu o io. Se così, dobbiamo presumere uno sviluppo beujâ- > *bûjâ- > buió-. Se si ignora l'esempio rigettato núma, possiamo semplicemente presumere che mentre eu divenne iu, euj (probabilmente via -eui- > -iui-) fornì ui invece di divenire un "trittongo" **iui (confrontare puióbe, tuio, q.v.) - La desinenza -be ricorrente nel termine buióbe è interessante. Non è realmente discendente da alcun elemento nella forma primitiva beujâ-, ma è un'addizione posteriore. Sembra essere una desinenza infinita, ed è stato suggerito che sia in qualche modo correlata alla preposizione Quenya ve "come", Sindarin be (attestata nella forma ben, "secondo il", nella Lettera al Re), se Tolkien immaginò che il primitivo *be (bi?) fosse qualche antico elemento avverbiale. Anche la desinenza avverbiale -vë vista in Quenya, come in andavë "lungo" (come avverbio, aggettivo anda) punta in tale direzione. - Il primitivo *beujâ-bê (o *beujâ-bi?) diviene buióbe in quanto la â non finale produce l'Antico Sindarin ó (vedere abóro). In tardo Sindarin, buióbe divenne *buiauv > *buiau > buio. La desinenza infinita -be è quindi responsabile del fatto che in tardo Sindarin (o almeno nel "Noldorin" delle Etimologie), radici verbali in -a hanno infiniti in -o. Per altri esempi della desinenza infinita -be, vedere matthô-be, naróbe, ortóbe, phalsóbe, parthóbi (leggi *parthóbe), spharóbe (pharóbe), phuióbe, puióbe, rostóbe, wattóbe.
daer "sposo" (LR:354 s.v. DER). Ci si domanda se questo possa o meno essere un travisamento di *dair; confrontare ndair (detto significare anch'esso "sposo") da NDER. Pure, un più probabile errore è che il linguaggio non sia ben identificato. Il contesto alla voce DER è come segue: Tolkien, spiegando perché l'iniziale D della radice DER "uomo" irregolarlmente diviene N nel vocabolo Quenya nér (anch'esso dal significato "uomo"), attesta che tale inaspettato sviluppo è parzialmente dovuto alla "radice potenziata ndere sposo, AN daer". La "radice potenziata ndere" compone una voce indipendente nelle Etimologie: NDER, espressamente dichiarata essere una forma potenziata di der "uomo" (LR.375). Ma in questa voce, il termine "AN" (Antico "Noldorin"/Sindarin) per "sposo" è detto essere, non daer, ma ndair. D'altra parte, la voce NDER elenca un vocabolo "N" ("Noldorin"/Sindarin) doer, che è listato come il discendente di ndair. Mentre stava scrivendo le Etimologie, Tolkien si è tenuto in mente modifiche circa il fatto che l'antico ai divenisse ae o oe in tardo Sindarin, così doer chiaramente corrisponde a daer alla voce DER. Sembra, quindi, che il vocabolo daer in tale voce sia effettivamente Sindarin, non Antico Sindarin. Forse Tolkien accidentalmente scrisse "AN" a fronte di tale parola laddove intendeva scrivere "NE", Noldorin Esule, o forse il trascrittore travisò "NE" come "AN". Daer dovrebbe essere un termine Antico Sindarin ("Antico Noldorin") più atipico; sarebbe l'unica parola nel linguaggio ad avere il dittongo ae. La vera forma Antico Sindarin, dalla quale discende il Sindarin daer, è ndair (q.v.)
dalma "palmo della mano". La parte dal- deriva da una radice DAL- "piano". Si sarebbe tentati di identificare l'elemento -ma con una desinenza nominale in Eldarin Comune - comparare parma "libro" dalla radice PAR "comporre, mettere assieme" (LR:380), perciò parma = *"cosa composta". Un dalma dovrebbe quindi semplicemente essere un "oggetto piano, qualcosa di piatto". Comunque, non era questo che Tolkien aveva in mente: in LR:353 s.v. DAL siamo informati che dalma è effettivamente un composto, il secondo elemento essendo una forma di mâ "mano" (cfr. LR:371 s.v. MA3-). Ebbene, il significato letterale di dalma è *"mano piatta". La forma indipendente in Antico Sindarin di tale vocabolo è mó (q.v.) mostrando la normale modifica â > ó quando â non è il suono finale in vocaboli polisillabici, ma una â finale in vocaboli polisillabici è semplicemente accorciata in -a, così anche in dalma. Tale parola Antico Sindarin potrebbe ancora essere stata vagamente sentita come un composto da chi parlava quel linguaggio, ma il termine Sindarin discendente dalf dovrebbe in definitiva essere percepito come un vocabolo unitario.
dî "donna", detto essere raro e poetico: "sposa, signora" (LR:378; tale parola è anche menzionata in LR:354 s.v. DER). Questo vocabolo era in principio nî, essenzialmente identico alla radice NÎ1 "donna". Lo spostamento n > d non ricorre per ragioni fonologiche; secondo LR:378 esso fu dovuto all'influenza della parola dîr "uomo" (q.v.) - non che le parole per uomo e donna fossero effettivamente confuse, ma da che il termine per "uomo" era dîr, fu apparentemente sentito come appropriato e simmetrico che anche la sua controparte femminile dovesse essere una parola in d-.
dîr "maschio adulto, uomo" (elfo, mortale, o di altre razze parlanti). Derivato da una radice DER dal significato simile (LR:354); tale termine Antico Sindarin è anche menzionato in LR:378 (sotto NÎ1, laddove Tolkien dice come esso influenzò nî "donna" nel divenire dî). La forma primitiva dalla quale dîr deve essere derivato è menzionata all'inizio della medesima voce (LR:377): dêr con una vocale lunga. Tale esempio dimostra che la lunga ê divenne î (í) in Antico Sindarin; confrontare khíril.
Dirghel un nome masc. (LR:354 s.v. DER), apparentemente indica *"uomo lieto". Questa forma è menzionata semplicemente come una più antica forma del Sindarin Diriel e non è detta essere in Antico Sindarin come tale; la includiamo qui, sebbene essa sia probabilmente intesa come più recente del resto delle forme AS (la "pure" forma AS può essere *Dirgelle). Il primo elemento è chiaramente identico a dîr "uomo" (vedere sopra); la vocale lunga è apparentemente abbreviata prima di un gruppo di consonanti. Il nome posteriore Diriel è anche menzionato ala voce GYEL (LR:359) in un contesto che suggerisce che l'elemento -ghel (tardo -iel) è da equipararsi al Sindarin gell "gioia" (primitivo *gjellê, forse mostrando la desinenza astratta -lê; la forma AS dovrebbe essere *gelle). In Dirghel, la lenizione di g in gh seguendo una liquida (qui r) è già occorsa; questo è uno sviluppo successivo che non appartiene allo stadio dell'Antico Sindarin. D'altra parte, né l'una né l'altra hanno raggiunto lo stadio del Sindarin Classico, dacché gh non ricorre a lungo in Sindarin (in tale particolare condizione, gh apparentemente divenne i: Dirghel > Diriel). - I testi narrativi all'infuori delle Etimologie impiegano la forma Díriel con una lunga í, preservando la vocale lunga di dîr (dír-) "uomo".
dissa "giovane donna". Nelle Etimologie, tale termine è menzionato alla voce BES (LR:352), ma la radice è ovviamente un'altra. Dissa sembra essere essenzialmente la stessa parola di ndissa, q.v. per una discussione delle desinenze coinvolte. Una forma con iniziale d- invece di nd- è piuttosto difficile da spiegare. La radice di ndissa è NDIS, detta essere una forma potenziata di NIS "donna" (LR:378). La forma dissa dovrebbe richiedere una radice *DIS, che non è attestata altrove. Tolkien considerò l'idea che NDIS fosse un potenziamento di *DIS invece di NIS? In LR:375 s.v. NDIS- è detto che tale forma radicale fu ottenuta come un potenziamento di NIS in parallelo alla relazione tra NDER e DER, due radici dal significato "sposo" e "uomo", rispettivamente (LR:375, LR:354). Forse tale parallelo fu sostenuto in un passo ulteriore, cosicché gli Elfi estrapolarono una nuova radice *DIS da NDIS per imitare interamente a relazione tra NDER e DER, e un sostantivo dissa fu formato da essa, coesistendo con la più corretta forma ndissa? O fu ndissa, come dî (per nî) influenzato da dîr "uomo" a produrre una forma con la semplice iniziale d-? In tardo Sindarin, sia ndissa che dissa dovrebbero divenire dess (ma il comportamento di tale parola in mutazione di posizione dipende da quale derivazione è preferita).
dogme, dougme, doume "Notte [come fenomeno], nottata, ombre della notte". Derivato da una radice DO3/DÔ (LR:354), che chiaramente indica una radice elementare DO3 con una forma alternativa DÔ che assurse quando la retrospiranta 3 fiu persa e la vocale fu allungata per compensazione. La radice DO3/DÔ non è definita, ma fornisce parole per notte e buio. Una forma primitiva do3mê è menzionata in LR:355; la desinenza -mê è astratta. Essa spesso forma una specie di sostantivi verbali; vedere ragme (cfr. anche tulugme), ma qui -mê > -me sembra denotare quancosa che è semplicemente intangiblie: la notte. Nella forma dogme, 3 è divenuta g; questo è il nostro solo esplicito esempio di tale spostamento. Comunque, tarde forme Sindarin suggeriscono che 3 regolarlmente divenne g prima delle nasali; per esempio, taen "altezza", derivato da una radice TA3 (LR:389), deve rappresentare l'Antico Sindarin *tagna (a sua volta derivato dal primitivo *ta3nâ; una forma ta3na è menzionata). - Le forme alternative dougme, doume sono strane. Se la "ou" di doume rappresenta la lunga ú, tale termine potrebbe essere derivato da *dômê, sc. una forma alternativa di do3mê dove 3 fu perduta invece di divenire g prima di una nasale, la vocale o essendo allungata in ô per compensazione. La primitiva ô lunga fornì la lunga ú in Antico Sindarin; forse "ou" è solo un'altra maniera di compitare ú; cfr. Oroume (vedere Araume). Se doume è lo stesso di *dúme, potrebbe anche essere derivato da dômi- "crepuscolo", una forma menzionata in LR:354 s.v. DOMO-: s'è detto che il Quenya lómë "notte, crepuscolo" deriva sia da do3mê "notte" che da dômi "crepuscolo", dacché tali forme sono abbattute assieme in Quenya. Forse furono anche confuse in Antico Sindarin, dogme rappresentando do3mê e doume rappresentando dômi-, con dougme come un compromesso storicalmente ingiustificato tra le due.
Eide "Quiete, Riposo", usato come nome di una Valië (chiamata in Quenya Estë), la moglie di Lórien. Una primeva forma Antico Sindarin fu Ezde, quella tarda era Ide. Nelle Etimologie, Eide (Ezde, Ide) è elencato sotto l'intestazione di una voce EZDÊ (LR:357), ma con un riferimento incrociato a SED, che qui è la radice elementare: EZDÊ è piuttosto una ricostruzione di un termine primitivo. (Sotto SED [LR:385] è menzionata una forma Ezda; ciò probabilmente è semplicemente un travisamento di Ezde.) In WJ:403, Tolkien deriva tale nome da una radice SED, affermando che esdê divenne ezdê in Eldarin Comune (s essendo mutata in z dal contatto con la consonante fonica d). Esdê sembrerebbe essere la forma più primitiva, con una forma riarrangiata della radice SED (vocale-consonante-consonante invece del normale consonante-vocale-consonante); la desinenza -ê può essere sia astratta che femminile. Originariamente esdê era evidentemente un nome comune "riposo"; in WJ:404, Pengolodh osserva che mentre le forme Quenya e Telerin (Estë, Êde) venivano ad essere usate solamente come un nome della dea, il vocabolo Sindarin îdh aveva ancora un significato generale "quiete". Ciò suggerisce che qui, la desinenza -ê era originariamente solo astratta, sebbene il fatto che vi fosse una desinenza femminile della stessa forma dovrebbe aver reso la parola facilmente applicabile ad un nome fem.. La forma Eldarin Comune Ezdê si connette alla forma Antico Sindarin Ezde elencata nelle Etimologie. Prima di una consonante, z divenne i (confrontare mazga "soffice" > maiga), che produce Eide. Successivamente, ei fu monottonghizzata [procedimento inverso alla formazione del dittongo, N.d.T.], fprnendo Ide (che a sua volta fornisce Idh come il nome Sindarin/"Noldorin" di Estë; comparare il sostantivo îdh da WJ:404 menzionato sopra).
ekla-mbar "Eglamar", un nome del Beleriand: "Dimora degli Abbandonati", con riferimento agli Elfi che vi furono lasciati. Questa forma, menzionata in WJ.365, qui è asteriscata come inattestata. Tale forma, come ekla-rista sotto, non è esplicitamente detta essere Antico Sindarin, ma sembra appartenere alla medesima fase dell'evolutione linguistica delle forme Antico Sindarin ("Antico Noldorin") dalle Etimologie, noncurante della riveduta storia del linguaggio (trapiantato dal Reame Beato nella Terra di Mezzo). L'elemento ekla deve essere derivato da heklâ (WJ:361), detto essere una forma aggettivale (con la comune desinenza aggettivale -â) di hekla, un vocabolo Quenya Primordiale definito come "alcun oggetto (o persona) messo da parte, o tolto da, la sua normale compagnia" (successivamente usato per Elfi che non andarono in Aman, ma rimasero nel Beleriand). La radice è HEKE, detta essere probabilmente un elemento avverbiale "da parte, a parte, separato" (WJ:361; tale radice non si trova nelle Etimologie). La desinenza -la (in hekla) qui è semplicemente un formatore di sostantivi. Nelle Etimologie, -la è trovato nei nomi di un certo numero di utensili: makla "spada" da MAK "spada, combattimento a fil di spada" (LR:371), tekla "penna" da TEK "scrivere" (LR:391, perciò *"oggetto per scrittura"), e, con una radice con nasale infissa, tankla "spillo, spilla" da TAK "bloccare, fissare" (LR:389). Ma nel vocabolo magla "macchia" dalla radice SMAG- "[?]lordare, macchiare" (LR:386) la desinenza semplicemente agisce comeun formatore di sostantivi, come in hekla. Heklâ, la forma aggettivale di hekla, diviene ekla in Antico Sindarin in quanto la "h- in Q[uenya] P[rimordiale] sopravvisse soltanto nei dialetti di Aman. Essa sparì senza lasciar tracce in Sindarin" (WJ.365). - Il secondo elemento di ekla-mbar viene dalla radice MBAR "risiedere, abitare" (LR:372), qui usato come un sostantivo "dimora". Nelle Etimologie, si suggerisce che MBAR sia una forma potenziata di BAR, probabilmente intendendo "sollevare", ma il modo in cui il senso di "risiedere, abitare" possa svilupparsi da "sollevare" non è spiegato.
ekla-rista "Eglarest", un nome di luogo apparentemente comprendente rista "tagliare; forra, ravina". Come ekla-mbar sopra, tale forma è asteriscata come inattestata in WJ:365. Riguardo all'elemento ekla, vedere ekla-mbar. L'elemento rista deve essere riferito alla radice RIS "lacerare, strappare" o "tagliare, fendere" (LR:384, ove due differenti voci sono votate a questa radice). Un verbo in Antico Sindarin rista- "squarciare, strappare" (q.v.) è qui menzionato. Il rista di ekla-rista sembrerebbe essere un sostantivo derivato da tale verbo, riferentesi ad un taglio nel paesaggio, perciò una ravina. La desinenza -ris nel Sindarin Imladris "Gran Burrone" dovrebbe essere correlata. Vedere rista.
elen-barathi un nome di Varda, forma ancestrale del Sindarin Elbereth (forma intermedia tra l'Antico Sindarin ed il Sindarin Classico: Elmbereth) (MR:387). Riguardo barathi, vedere la voce separata. Elen "stella" è "secondo la leggenda Elfica" derivato dall'esclamatione primitiva ELE "guarda!" ("fatta dagli Elfi quando per la prima volta videro le stelle"); elen rappresenta una forma estesa di ELE, con -n suffissa alla radice vocalica raddoppiata (ómataina). Questo è ciò che Tolkien concepì successivamente, come descritto in WJ:360 (anche alludendovi nell'Appendice del Silmarillion, voce êl, elen). Nelle Etimologie, la corrispondente radice (EL, LR:355) è semplicemente definita come "stella" o "cielo stellato", e non v'è nulla che suggerisca che la connessione posteriore con "guarda!" fosse già emersa nella mente di Tolkien.
elle "cielo". Derivato da una radice 3EL (LR:360) dal significato simile; Tolkien immaginò che dopo la perdita dell'3, gli Elfi confusero tale radice con quella originariamente distinta EL "stella, cielo stellato" (cfr. LR:355). Tale parola, assieme all'affine Quenya hellë, punta ad una forma primitiva *3elli o più probabilmente *3ellê. La duplicazione della l potrebbe essere qualche specie di fortificazione della mediale; la desinenza -ê potebbe semplicemente essere la radice vocalica suffissa ed allungata. Concettualmente una più lunga desinenza -lê potrebbe essere presente, ma tale desinenza è normalmente astratta o universale (vedere belle), e il "cielo" è un ente relativemente concreto. - Nelle Etimologie, il suono primitivo compitato 3 è detto essere una "retrospirante" (LR.360, in una nota editoriale); essa dovrebbe essere la spirante equivalente a g, compitata gh in Lingua d'Orchi (come in ghâsh "fuoco"). È parecchio probabile che Tolkien più yardi decidette che tale suono primitivo fosse piuttosto una normale h; osservare che mentre la parola Quenya ho "da" e la desinenza plurale genitiva (partitiva) -on sono derivate da una radice 3Ô nelle Etimologie (LR:360), il prefisso hó- di significato simile, così come la desinenza genitiva, è derivato da una radice HO nel saggio Quendi ed Eldar scritto decenni dopo (WJ:368-369). 3 nelle idee iniziali di Tolkien sul Quenya Primordiale sembrerebbe pertanto corrispondere a H nella sua più tarda concezione. Osservare che 3, come la tarda H, diviene h nel ramo Sindarin, ma fornisce h in Quenya (elle = hellë; confrontare Ekla-mbar = Quenya Heceldamar sopra). Sembra, quindi, che la forma primitiva di elle potrebbe essere ricostruita come hellê tanto quanto 3ellê (e la radice 3EL dovrebbe forse essere ammodernata in *HEL).
elwa "azzurro (pallido)". Derivato dalla medesima radice 3EL "cielo" (LR:360) di elle sopra; la forma primitive dovrebbe essere *3elwâ con la desinenza aggettivale -wâ (riguardo alla quale vedere katwe): letteralmente *"celeste" con riferimento al colore, perciò "azzurro (pallido)".
elyadme "arcobaleno", lit. "ponte celeste" (LR:360 s.v. 3EL). L'elemento iniziale el- rappresenta la radice 3EL "cielo" stessa. (Concettualmente, elyadme potrebbe anche essere interpretato *"ponte stellare" dopo la perdita della 3; comparare elle sopra - ma l'arcobaleno ovviamente non appare di notte quando le stelle sono visibili.) Riguardo yadme "ponte" (solamente attestato in tale composto), vedere la relativa voce.
et- prefisso "avanti, via", in Antico Sindarin attestato soltanto nel vocabolo etledie (vedere sotto). Tale prefisso ha la stessa origine dell'identico prefisso Quenya menzionato alla voce per la radice ET (LR:356), sebbene non vi siano elencate forme AS (ma la tarda forma Sindarin è ed-).
etledie "andare all'estero, andare in esilio". Un infinito consistente di tre elementi: il prefisso et- "avanti, via" (vedere sopra), la radice verbale led- "andare, passare, viaggiare" (LR:368 s.v. LED - è qui che la forma AS etledie è elencata) e la desinenza infinita -ie (riguardo alla quale vedere bronie). Il passato di etledie dovrebbe essere *etlende; vedere lende.
etledro "esilio" (LR:368 s.v. LED). Tale termine può riferirsi ad una persona esiliata piuttosto che "esilio" come un astratto: il significato letterala può essere *"che va via", usato con riferimento ai Noldor che lasciarono Valinor per divenire Esiliati nella Terra di Mezzo. Al verbo etled- "andare via" (vedere etledie sopra) è aggiunta la desinenza (maschile/) agentale -ro (primitivo -rô, WJ:371; confrontare bioro). Comunque, -ro sembra funzionare come una desinenza astratta nella parola in Antico Sindarin ndakro "massacro, battaglia" (verbo ndak- "uccidere"). Pertanto, etledro può dopo tutto essere inteso a indicare "esilio" come un astratto.
etlenna "esiliato" (LR:368 s.v. LED). Deve essere considerato un participio passato del verbo etled- "andare via" (q.v.), perciò letteralmente "fuoriuscito". La forma primitiva deve essere *etlednâ con la desinenza -nâ, spesso usata a formare aggettivi e participi passati. Osservare che dn è assimilato a nn in Antico Sindarin.
Ezde > Eide "Quiete", nome di una Valië, la moglie di Lórien (LR:356 s.v. EZDÊ; la forma Ezda data sotto SED [LR:385] può essere un travisamento). Vedere Eide.
Findekâno nome masc., "Fingon". (LR:381 s.v. PHIN). Il linguaggio a cui tale forma si suppone appartenga non è identificato; essa è menzionata come la forma ancestrale del nome Sindarin Fingon, così la includiamo qui. Sembra essere un ibrido che potrebbe non essere effettivamente occorso in alcuna fase dell'evoluzione linguistica; Tolkien mischiò le cose. L'elemento finde non aveva tale forma in Antico Sindarin; essa era phinde (q.v.), il ph divenne f solo in tardo Sindarin. D'altra parte, l'elemento kâno deve essere pure precedente all'Antico Sindarin, giacché in tale linguaggio la â non finale divenne ó. L'effettiva forma in Antico Sindarin deve essere stata *Phindekóno. Nello scenario delle Etimologie, phinde significa "abilità", mentre l'elemento *kóno è da derivare dalla radice KAN "osare" (LR:362). In questa voce la successiva forma Sindarin caun, nei composti -gon, è menzionata; tali forme dovrebbero essere derivate dall'Antico Sindarin *cóno, primitivo *kânô (tardo kâno) con la desinenza maschile -ô; il significato dovrebbe quindi essere *"ardimentoso", *"impavido". *Phindekóno o "Findekâno" perciò significa *"Uno Abile ed Impavido". Tuttavia, non è così che Tolkien posteriormente spiegò il nome Fingon. In PM:345, Fingon è detto essere una forma Sindarizzata del Quenya Findecáno (Findekáno). Il primo elemento è detto essere findë "capelli" (una treccia o ciocca di capelli); è principalmente inteso come ripresa del fin- nel nome del padre di Findecáno, Finwë. Findë "capelli" è derivato dal primitivo phindê, il quale dovrebbe fornire l'Antico Sindarin *phinde, che stride con phinde "abilità" dalle Etimologie (nelle Etimologie, il Quenya findë "treccia, ciocca di capelli" corrisponde invece all'Antico Sindarin sphinde, dacché nel concetto iniziale di Tolkien la radice per "capelli" era SPIN [LR:387] invece di PHIN). Cáno nella concezione rivista di Tolkien significa "comandante", derivato da una radice KAN "gridare, chiamare ad alta voce" (PM:361-362) che non è ovviamente lo stesso che KAN "osare" nelle Etimologie. La forma primitiva di cáno è data come kânô (detto essere la più antica e più semplice forma agentale, con allungamento della radice vocalica e la desinenza maschile -ô), la quale dovrebbe nuovamente fornire l'Antico Sindarin *kóno. Comunque, dacché il nome Fingon è ora detto essere Sindarizzato dal Quenya Findecáno, non vi è ora alcuna necessità di coinvolgere alcuna forma in Antico Sindarin.
gaia "terrore". Derivato da una radice GÁYAS "paura" (LR:358). Tale radice sembra essere una versione espansa di una più semplice radice GAY; vedere gêrrha sotto. Gaia deve essere derivato da una tale radice più semplice: il primitivo *gâjâ (*gâyâ), *gaiâ. Se la radice ha un significato verbale "spaventare", ciò dovrebbe essere una specie di sostantivo verbale: "che spaventa, paura" = "terrore". Per una simile formazione, comparare kânâ "protesta" dalla radice KAN "gridare, chiamare ad alta voce" (PM:361-362; non la stessa radice di KAN "osare" nelle Etimologie, LR:362).
gása "il Vuoto". Derivato da una radice GAS "sbadigliare, spalancare" (LR:357; la forma gása è elencata nella pagina successiva; non è glossata ma semplicemente equiparata al Quenya cúma, a sua volta glossata come riferita al Vuoto, sc. la vacuità al di là del Mondo: LR:365 s.v. KUM). Una forma primitiva gâsa è data (LR:358), ma la forma più primitiva deve essere stata *gâsâ, prima dell'accorciamento delle vocali finali lunghe (una finale corta originale -a non dovrebbe apparire in Antico Sindarin, ma essere persa già allo stadio dell'Eldarin Comune). Il vocabolo mostra allungamento della radice vocalica ed una desinenza -â che può qui essere usata come un formatore di sostantivi; può essere semplicemente la radice vocalica suffissa. È sorprendente che la prima â di gâsa, *gâsâ risulti á in Antico Sindarin, dacché la â non finale normalmente diviene invece ó: *gósa. Questo può essere un travisamento; confrontare tára. - Una tarda forma AS dovrebbe essere *góha, dopo la modifica di s in h in tali posizioni (cfr. kheleha da khelesa).
gêrrha (primevo gæ^sra) "terribile". Derivato da una radice GÁYAS "paura" (LR:358). Questa ha l'aspetto di una forma espansa della più semplice radice GAY, ma mentre tale radice è invero elencata sopra GÁYAS, non sembra avere un significato idoneo (GAY in sé è indefinita ma fornisce parole per "rosso, ramato, rubizzo"). Comunque, una radice GAYA "timore, terrore" è effettivamente menzionata in scritti successivi (PM:363; Appendice del Silmarillion s.v. gaer). Qualunque sia il caso, la forma primitiva di gêrrha è data in LR:358 come gaisrâ, la parte gais- rappresentando la radice GÁYAS e -râ essendo una primitiva desinenza aggettivale (riguardo alla quale vedere tára). La prima forma Antico Sindarin di gaisrâ fu gæ^sra, l'originale dittongo ai divenendo una lunga æ (come la a nell'inglese cat, ma più lunga). Sembra che il primitivo ai volse nella lunga æ solamente prima di un gruppo di consonanti; osservare che ai è invariata in un termine come yaiwe, q.v. (primitivo *yaiwê). Nella tarda forma gêrrha, la lunga æ è volta in una lunga e (ê). Il primevo gruppo mediale sr ora appare come rrh; ciò è probabilmente da intendere come R lunga afona (dacché la r afona è spesso compitata rh nelle opere di Tolkien). Sembra che sr fosse assimilato a rr (confrontare il mediale sm che diviene mm, vedere ammale), ma tale duppia R era afona come la s che ad essa viene assimilata. Tale vocabolo gerrha a sua volta produce il Sindarin gaer. Con l'introduzione di una nuova radice GAYA negli scritti posteriori di Tolkien, probabilmente rimpiazzando GÁYAS delle Etimologie, può essere miglior cosa derivare gaer da una più semplice forma aggettivale gairâ (WJ:400) Antico Sindarin *gaira. Ciò dovrebbe rendere gaer l'affine del Quenya aira "sacro" (PM:363).
Gondambar "Pietra del Mondo", un nome di Gondolin. Non è detto a quale linguaggio tale forma (menzionata in LR:359 s.v. GOND) appartenga; è giusto menzionata come una "antica" forma fondamentale del Sindarin Gondobar, così la includiamo qui. L'elemento gond- "pietra" probabilmente rappresenta una parola piena in Antico Sindarin *gondo, affine al Quenya ondo, chiaramente derivato dal primitivo *gondô (cfr. Lettere:410, PM:374). Ambar "mondo" (come un termine Antico Sindarin attestato soltanto in questo composto, eccetto che anche Phind-ambar è preso come OS) è derivato dalla radice MBAR "dimorare, abitare" (LR.372). Nella forma ambar (la stessa parola è usata in Quenya), la radice vocalica è stata prefissa a produrre una forma "intensiva": cfr. l'ortografia a-mbar in LR:372 s.v. MBAR. Nelle Etimologie, Tolkien definì a-mbar come "oikumenê", un vocabolo greco per il mondo come abitazione o dimora della razza umana. Comparare il significato della radice MBAR. - Il composto Gond-ambar è letteralmente "Pietra-mondo"; il secondo elemento è da intendere come un genitivo, perciò "Pietra del Mondo" piuttosto che "Mondo (fatto) di Pietra" o simili. Forse un esplicito marcatore genitivo fu presente in una fase iniziale; confrontare WJ:370, ove è suggerito che il Sindarin può ben avere sviluppato -ô inflessionale nel "periodo primitivo". Una finale lunga -ô dovrebbe appartenere allo stadio del Lindarin Comune o solo brevemente dopo di esso; l'Antico Sindarin dovrebbe già avere -o. Forse Gondambar è una forma intermedia tra il tardo Gondobar e l'Antico Sindarin *Gondo-ambaro.
*gósa possibile correzione di gása, q.v.
gæ^sra > gêrrha "terribile" (LR:358 s.v. GÁYAS). Vedere gêrrha.
hwesta "sbuffo, alito, brezza". Derivato da una radice SWES "rumore di soffio o respiro" (LR:388). Una forma primitiva swesta- menzionata da Tolkien è evidentemente un verbo "ansimare"; leggere probabilmente *swestâ- con una lunga finale â, la finale breve a dovrebbe essere sparita allo stadio dell'Eldarin Comune. La desinenza -tâ è una frequente desinenza verbale, talvolta causativa (vedere bértha-), ma qui semplicemente forma un verbo da una radice non verbale. Il sostantivo hwesta è a sua volta derivato da tale verbo; il Quenya ha il medesimo termine. Osservare l'eninciazione precisa in LR:388 s.v. SWES: "Q hwesta- ansimare; hwesta respiro, brezza, puff of air; ON [Antico "Noldorin"/Sindarin] hwesta". L'intenzione di Tolkien può essere che l'Antico Sindarin hwesta fosse sia sostantivo che verbo, corrispondente ad entrambi i significati dell'identica parola Quenya. - Tale vocabolo è il nostro solo esplicito esempio di come il primitivo sw si comporta in Antico Sindarin; esso diviene hw. Tale digrafo è sicuramente inteso a rappresentare il medesimo suono del Quenya, la w afona (inglese wh, in dialetti dove which è udibilmente distinto da witch). - Inizialmente, il primitivo st divenne sth in Antico Sindarin, ma ciò qui non avviene (**hwestha). Questo esempio, così come rista, può suggerire che tale modifica non occorra mediamente.
hyúle "incitamento" (o "grido di incoraggiamento in battaglia", se = Sindarin hûl, la parola che fornisce). Derivato da una radice SIW "eccitare, incitare, stimolare" (LR:386). L'affine Quenya siulë punta ad una forma primitiva siulê con la desinenza astratta -lê (VT39:16), la W della radice SIW divenendo una vocale piena prima di una consonante, producendo un dittongo iu. Sembra che allo stadio del Lindarin Comune, tale dittongo divenne yu (ju) seguendo una consonante dentale, la i volgendo in una semivocale y prima di u. (Una nota a pié di pagina in SdA Appendice E attesta che dalla Terza Era, il Quenya iu era parimenti venuto ad essere pronunciato come yu nell'inglese yule; nel ramo Lindarin, una simile modifica era evidentemente avvenuta in ere precedenti, se solo in certe condizioni.) La forma in Lindarin Comune di *siulê era evidentemente *syûlê (*sjûlê); osservare come u divenne la lunga ú per mantenere la lunghezza prosodica del dittongo perduto iu. La combinazione sy (sj) successivamente diviene hy in Antico Sindarin; il digrafo hy indubbiamente rappresenta il tedesco ich-Laut, come nella normale ortografia di Tolkien del Quenya (e.g. hyarmen "sud"). Invero il Quenya hy viene anche dall'antico sy- in molti casi, sebbene tale modifica debba essere totalmente indipendente dalla modifica similare avente luogo nella Terra di Mezzo. (Hy non sopravvisse nel tardo Sindarin, ma divenne h, hyúle che fornisce hûl.)
Ide "Quiete", nome della moglie di Lórien, una Valië (Quenya Estë) (LR:357 s.v. EZDÊ). Vedere Eide.
ien-rinde "anno" (LR:400 s.v. YEN). Letteralmente "cerchio annuo", apparentemente riferito all'anno come ad un ciclo (confrontare il termine Quenya coranar, "cerchio del sole"). Il linguaggio cui tale parola appartiene non è identificato; essa è menzionata come la forma ancestrale del Sindarin idhrin, così la includiamo qui. Ien rappresenta la radice YEN "anno" (così nelle Etimologie; in SdA, Tolkien usò il derivativo Quenya yén a denotare un "lungo anno", un secolo Elfico di 144 anni solari - ma questo apparentemente non è il significato della voce). Normalmente, la primitiva iniziale y rimane y in Antico Sindarin (comparare yaiwe, yura e probabilmente pure yen in yen-panta, sebbene non sia esplicitamente detto che la seconda sia Antico Sindarin). Lo sviluppo ye > ie sembra essere avvenuto dopo la fase normalmente chiamata Antico Sindarin, così forse ien-rinde dovrebbe essere *yen-rinde in "puro" AS. Il secondo elemento rinde è chiaramente il medesimo di un'identica parola Quenya perr "cerchio" menzionata nelle Etimologie alla voce RIN (LR:383); anche il successivo termine Sindarin che discende da ien-rinde (idhrind > idhrin) è qui menzionato. La radice RIN in sé non è glossata, ma tutti i vocaboli derivati da essa hanno a che fare con cerchi o qualcosa di circolare. Rinde dovrebbe probabilmente essere derivato da *rindê o più probabilmente *rindi, con fortificazione della mediale N > ND.
impanta vedere yen-panta
in-fant vedere yen-panta
Indlour, un nome masc. (LR:361 s.v. ID). Il linguaggio cui questo termine appartiene non è identificatp; sembra essere una forma più antica del nome Inglor, così lo includiamo qui. Due forme primitive sono suggerite: Indo-klâr o Indo-glaurê. L'elemento12.33 23/05/00 indo significa "cuore", derivato da una radice ID, in sé non definita ma cfr. îdî "cuore, desiderio, auspicio". La forma più primitiva dovrebbe essere indô con infissione nasale ed una desinenza -ô che può essere semplicemente un formatore di sostantivi, forse anche una desinenza agentale (se il cuore è considerato un "desideratore"). Klâr non ricorre altrove, ma deve essere derivato dalla radice KAL "splendere" (LR:362); una forma k'lâ è detta essere la base del Quenya cala "luce", così forse dobbiamo presumere che vi fosse una primitiva forma agentale *k'laro "che brilla" (la desinenza agentale -ro è menzionata in WJ:371), successivamente divenendo klâr in Eldarin Comune. Il suggerimento alternativo glaurê (in Indo-glaurê) dev'essere preso come una variante con g prefissa di laurê, "oro, luce dorata", derivata dalla radice LÁWAR - la qual radice in LR.368 è detta avere la forma alternativa "Noldorin" (poi: Sindarin) GLÁWAR. Quindi, Indo-glaurê deve intendere qualcosa come "cuore d'oro", mentre Indo-klâr può essere interpretato "Cuore Splendente". La tarda forma Indlour ha perduto la finale o di indo e la consonante iniziale di glaurê o klâr (g potrebbe essere perduta attraverso la normale lenizione Sindarin, sebbene tale processo appartenga ad uno stadio posteriore all'Antico Sindarin; la k di klâr fu forse assimilata a g dalla precedente d, tale g più tardi sparendo nuovamente attraverso lenizione). Il dittongo iniziale au, alternativamente la lunga vocale â, ora appare come ou - una strana combinazione che talvolta riemerge nella compitazione di Tolkien. In Oroume, successivamente Araume, ou diviene au - ma qui l'au primigenio diviene invece ou! Alternativamente, la lunga â (come in klâr) dovrebbe normalmente divenire in Antico Sindarin ó (vedere abóro). Alla voce dogme, dougme, doume suggeriamo che ou possa essere una maniera di compitare la lunga ú; forse ou in Indlour è una maniera di compitare la lunga ó? (Confrontare "Féanour" da Phay-anâro in LR:381 s.v. PHAY; normalmente, la primitiva â produce l'Antico Sindarin ó e il Classico Sindarin au, aw.) In breve, Indlour è una forma piuttosto curiosa. In LR:381, "Féanour" è elencato come una "forma N[oldorin]", corrispondente al "AN"/AS Phayanôr, così forse il nome Indlour dovrebbe similmente essere preso come tardo "Noldorin" per *Indoklôr in "AN". Se così, il nome Indlour non dovrebbe essere affatto incluso qui.
kamba ?"(cavo) della mano". Nelle Etimologie, tale vocabolo è menzionato alla voce MA3, LR:371. Comunque, kamba in sé è derivato dalla radice KAB "cavo" (LR:361). Nessuna forma Antico Sindarin vi è menzionata, ma il Quenya kambe (meglio compitato cambë) è qui tradotto "cavo (della mano)" (la quale glossa qui assegnamo ipoteticamente anche a kamba). Tale forma Quenya può suggerire che kamba alla voce MA3 sia un travisamento di *kambe. Se accettiamo kamba, la forma primitiva dovrebbe essere più verosimilmente *kambâ con infissione nasale e la desinenza (qui nominale) -â. Dacché tale desinenza è più comuemente aggettivale, potremmo speculare sul fatto che *kambâ fosse originariamente un aggettivo "cavo" (medesimo significato della radice), essendo posteriormente anche usato come un sostantivo "un cavo", il significato essendo eventualmente specializzato: il cavo di una mano. La tarda parola Sindarin cam venne ad indicare semplicemente "mano".
katwe "sagomato, formato". La forma primitiva è data come katwâ, derivato da una radice KAT "sagomare". La desinenza -wâ è aggettivale; confrontare per esempio alcuni primitivi aggettivi di colore "ricostruiti" da Tolkien: laik-wâ "verde", smalwâ "maggese, pallido", narwâ "rosso" (LR:368 s.v. LÁYAK, LR:386 s.v. SMAL, LR:374 s.v. NAR1 - narwâ non è asteriscato, ma a motivo della lunga vocale finale non può essere Quenya). Dacché la final -â normalmente fornisce l'Antico Sindarin -a, potremmo esserci aspettati **katwa invece di katwe. Comunque, una speciale regola fonologica può esservi effettivamente. Comparare alcune forme date in LR:400 s.v. YAT, ove jatmâ (yatmâ) "ponte" fornisce il Quenya yanwë invece of **yanwa (cfr. anche l'Antico Sindarin yadme in elyadme). Sembra che le desinenze -mâ, -wâ fossero alterate in -mê, -wê seguendo una t (o probabilmente seguendo qualche consonante dentale, ma se così, pathwa piuttosto che **pathwe da *pathmâ è una curiosa eccezione). Perciò, katwe può effettivamente discendere da una forma alterata *katwê.
kelepe "argento". Derivato da una radice KYELEP dal significato simile (LR:366; la forma TELEP anche datavi è la tarda forma Telerin di tale radice). La forma primitiva non è esplicitamente data nelle Etimologie, ma le Lettere:426 hanno kjelepê (qui compitata kyelepê). Questo è il nostro unico esempio esplicito della primitiva kj (ky) essendo semplificata in k in Antico Sindarin. (Tale modifica occorre già ad uno stadio iniziale, in Lindarin Comune, quando tutte le sonorità primitive palatalizzate furono depalatalizzate: kj > k, nj > n etc. Tale modifica è pertanto riflessa nei linguaggi discendenti: Sindarin, antico e classico, ed il Telerin di Aman.) La desinenza -ê in kjelepê potrebbe essere semplicemente la radice-vocalica suffissa ed allungata, ma -ê si trova anche in un certo numero di altri sostantivi primitivi che denotano sostanze, e.g. mazgê "pasta" (LR:371 s.v. MASAG) o srawê "carne" (MR:350).
khalla "nobile, elevato" (confrontare orkhalla), derivato dalla radice KHAL2 "innalzare" (LR:363). La forma primitiva è data come khalnâ (indicato come accentato sulla sillaba finale) con una desinenza -nâ che talvolta forma semplicemente aggettivi (confrontare magnâ), ma spesso essa funziona anche come una desinenza participia passata. In tal caso, khalnâ è letteralmente *"innalzato", il participio passato della radice verbale "innalzare". Per altri esempi dell'assimilazione *ln > ll, vedere skhalla (< skalnâ) e skhella (< skelnâ).
kheleha "vetro", dal primevo khelesa. (Kheleha fu travisato come "khelelia" dal trascrittore delle Etimologie: LR:365 s.v. KHYEL(ES). Il primitivo khjelesê non poteva ragionevolmente produrre l'AS khelelia, ma per la modifica dell'intervocalica s in h, cfr. per esempio baraha [q.v.] da barasa. Khelesa > kheleha è pertanto del tutto plausibile. Un altro, simile travisamento volse pelehi in "peleki"; vedere pele.) La radice, già menzionata, è data come KHYEL(ES) (semplicemente definita come "vetro"), apparentemente indicando una sempice radice KHYEL con una forma espansa KHYELES che mostra raddoppio della radice vocalica, suffissa (cosiddetta ómataina, estensione vocalica) ed una -S suffissa. La primitiva forma "ricostruita" da Tolkien khjelesê (compitata khyelesê in LR:365) mostra la desinenza -ê, una funzione della quale è di derivare sostantivi che denotano sostanze (vedere kelepe sopra per alcuni esempi). È sorprendente qhe questa originale finale -ê divenga -a in Antico Sindarin khelesa/kheleha, dato che normalmente, -ê fornisce -e (cfr. per esempio kelepe da kjelepê, vedere sopra). Può essere che questo sia un travisamento e che le forme AS dovessero effettivamente essere *khelese, *khelehe; non sarebbe il primo caso di un editore che confonde e ed a nella difficile calligrafia di Tolkien. - Queso è il solo esplicito esempio che mostra come il primitivo khj- risulti in Antico Sindarin; esso diviene kh-, fondendosi con l'originale kh- (invariato in AS). La depalatalizzazione di khj- in kh- semplicemente riflette la generale perdita di palatalizzazione in Lindarin Comune; comparare kj > k (kjelepê fornendo kelepe). - Kheleha produce il "Noldorin" hele, but nella visione posteriore di Tolkien del Sindarin, la parola per "vetro" è heledh, e questo è ora detto essere un prestito dal Khuzdul (Nanesco) kheled e originariamente non affatto un termine Elfico: vedere l'Appendice del Silmarillon, voce khelek-.
khelelia - travisamento di kheleha, q.v.
khelesa (tardo kheleha) "vetro" (LR:365 s.v. KHYEL(ES))
khéro "padrone". Derivato da una radice KHER "reggere, governare, possedere" (così glossato in LR:364; semplicemente "possedere" nelle Lettere:178). Il vocabolo Quenya heru "padrone" è anche menzionato in tale voce, e la forma primitiva di questo sostantivo è data nelle Lettere 282: kherû. In tale termine, appare la desinenza maschile/agentale -û. Comunque, kherû dovrebbe aver fornito l'Antico Sindarin *kheru, non khéro. La seconda può piuttosto rappresentare un altro esempio della "forma agentale più antica e più semplice" (PM:362) derivata a mezzo della desinenza maschile/agentale -ô combinata con l'allungamento della radice vocalica: *khêrô "reggente, governatore, possessore". Ciò not è ancora totalmente scevro da problemi, dacché la lunga ê non finale fornisce l'Antico Sindarin í (vedere dîr), dovremmo esserci aspettati invece *khíro. Nel vocabolo Sindarin discendente da khéro, hîr, la precedente ê, é è invero divenuta î. Può essere che khéro sia un errore, di Tolkien o del trascrittore, per *khíro. Confrontare la parola khíril (non **khéril) "signora", che è elencata immediatamente dopo khéro "padrone". - Le Lettere:282 elencano anche una più semplice forma primitiva khêr. Il contesto suggerisce che Tolkien aveva allora deciso di derivare il Sindarin hîr da tale forma, nel qual caso la forma Antico Sindarin dovrebbe essere alterata in *khír.
khíril "signora". Derivato dalla medesima radice KHER "reggere, governare, possedere" (LR:364) come la sua controparte maschile khéro sopra. Invece dle maschile -o, tale parola mostra la desinenza femminile -il. Qui l'attesa modifica della primitiva lunga ê nell'Antico Sindarin í trova luogo: khêr- > khír-, a supporto dell'assunto che khéro dovrebbe similmente leggersi *khíro.
ku, kua "colomba". La forma primitiva che Tolkien derivò dalla non definita radice KÛ è kukûwâ. Kukû- può essere onomatopeica, mentre la desinenza -wâ è probabilmente aggettivale (vedere katwe riguardo tale desinenza). Forse kukûwâ è un aggettivo riferentesi al suono emesso da una colomba, poi usato come un sostantivo rferito all'animale stesso (per un altro primitivo nome di volatile in -wâ, comparare alpha "cigno" da alk-wâ). L'Antico Sindarin kua deve venire da una forma più breve *kûwâ, forse formato da kukûwâ semplicemente per aplologia. La semivocale w evidentemente si fuse nella u prima di essa, producendo *kûâ, *kuâ > kua. La forma alternativa ku ha perso pure la vocale finale, sebbene la finale -â regolarmente divenga -a in Antico Sindarin.
kúma "vacuo, vuoto". Derivato dalla radice KUM "vuoto" (LR:365); la forma primitiva dovrebbe essere *kûmâ con allungamento della radice vocalica e la desinenza aggettival -â.
lende "passato". Un tempo passato formato dalla radice verbale LED "andare, passare, viaggiare" (LR:368) per infissione nasale e la desinenza -e; questa è anche una maniera comune per formare il passato in Quenya, il quale linguaggio invero ha lo stesso termine con lo stesso significato. L'infinito di tale verbo è ledie, attestato con un prefisso (vedere etledie). Confrontare ndakie "uccidere", passato ndanke con infissione nasale.
linde "cantore / che canta", usato come un nome o parte del nome "di molti fiumi dal rapido corso che mandano un mormorio di onde". Menzionato in WJ:309 come l'origine del secondo elemento del nome di fiume Sindarin Taeglind (la versione pubblicata del Silmarillion ha la forma Teiglin). In WJ:309, tale linde non è esplicitamente detto essere Antico Sindarin, ma sembra appartenere alla stessa fase di sviluppo delle forme "Antico Noldorin" delle Etimologie. La forma più primitiva dovrebbe probabilmente essere *lindê. La radice è ovviamente LIN, avente a che fare con "suono melodioso e piacevole" (WJ:382; confrontare la radice LIN2 "cantare" elencata nelle Etimologie, LR:369). La forma *lindê mostra fortificazione della mediale N > ND e la desinenza -ê, che può essere sia astratta (da cui l'interpretazione "che canta") e femminile/agentale (da cui l'interpretazione "cantore"; cfr. l'elemento finale del Quenya lómelindë "usignolo, *cantore notturno").
líre "riga, banda". Derivato da una radice LIR1, in sé non definita. La forma primitiva dovrebbe con tutta probabilità essere *lîrê, con allungamento della radice vocalica e la finale -ê, in tal caso giusta un formatore di sostantivi (non astratti o femminili come tale desinenza spesso è).
litse, tardo litthe "sabbia". La radice LIT (LR:369) non è definita. Litse dovrebbe derivare da *litsi o più probabilmente *litsê. Esattamente cosa dovrebbe significare qui la desinenza -sê è lungi dall'esser chiaro (vedere brasse per alcune riflessioni su tale desinenza); la vocale finale -ê non è infrequente in termini che denotano sostanze. La modifica ts > tth evidentemente ricorre durante la fase dell'Antico Sindarin; ciò sembra essere il nostro solo esplicito esempio di detta modifica, sebbene anche l'antica tt divenga tth in Antico Sindarin (vedere batthô, rattha).
loga "terra paludosa". Tale forma, menzionata in UT:263 come l'origine del Sindarin lô, non è esplicitamente detta essere Antico Sindarin (identificata soltanto come una "antica" forma). Tuttavia, loga è detto essere derivato da una radice log- "umido, fradicio, acquitrinoso" (non nelle Etimologie) e potrebbe rappresentare una forma intermedia tra il primitivo *logâ ed il Sindarin ló. Una forma *logâ può semplicemente essere un aggettivo (con la comune desinenza aggettivale -â), avendo virtualmente lo stesso significato della radice; posteriormente tale aggettivo può essere stato usato con riferimento ad un concreto luogo "acquitrinoso", perciò sviluppandosi in un sostantivo "terra paludosa". (L'AS loga può ancora essere stato un aggettivo; la glossa "terra paludosa" in UT.263 si applica primariamente al Sindarin lô.)
magnâ "abile". Derivato da una radice MAG "usare, maneggiare", detto essere correlato con MA3 "mano" (LR:371); "maneggiare" sembrerebbe quindi essere la definizione più testuale di MAG. La forma magnâ non può essere Antico Sindarin corretto, ma è un ovvio equivoco, di Tolkien o del trascrittore, per *magna. La forma primitiva, menzionata anche in LR:371, era invero magnâ; forse le due furono confuse: In Antico Sindarin, la lung finale â iniziale fu accorciata in -a in vocaboli polisillabici; tutte le vocali finali lunghe furono così abbreviate (vedere abóro). - Il significato di tale termine è alquanto sorprendente. Dacché gli aggettivi formati con la desinenza -nâ sono spesso visti come una specie di participi passati, potremmo esserci aspettati magnâ, derivato da una radice indicante "usare, maneggiare", a intendere "usato, maneggiato" (comparare skalnâ "nascosto" da una radice SKAL1 "celare"; vedere skhalla). Invece, -nâ è qui usato come un formatore di aggettivi molto generalizzato; il significato "usare, maneggiare" è sviluppato nella direzione di "che adopera riguardi nell'usare o nel maneggiare oggetti" e perciò "abile". Confrontare maite "esperto, abile", derivato dalla radice correlata MA3 "mano".
mai pl. di mó, q.v. (LR:371 s.v. MA3)
maiga "pieghevole, duttile", primevo mazga. Derivato da una radice MASAG "modellare, rendere duttile con manipolazioni, impastamento, etc." (LR.371). Una primitiva forma mazgâ è elencata; la forma assai più antica deve essere stata *masgâ, prima che la s fosse resa fonica in z in contatto con la seguente consonante fonica (qualcosa che sembra essere accaduta in Eldarin Comune; vedere Eide). Mazgâ mostra la comune desinenza aggettivale -â. In (tardo) Antico Sindarin, z divenne i prima di una consonante; confrontare Eide, dall'iniziale Ezde. Perciò mazga > maiga.
maite "esperto, abile". Derivato dalla radice MA3 "mano" (LR:371); la forma primitiva è data come ma3iti con una desinenza aggettivale -iti. Una più breve desinenza -ti è vista in aggettivi come neiti- "piovoso, rugiadoso" (LR:376 s.v. NEI), phoroti "retto" o "nord" (LR:382 s.v. PHOR). Non sembrano esservi dirette attestazioni della più lunga desinenza -iti in vocaboli "ricostruiti" da Tolkien stesso, ma la desinenza Quenya -itë in aggettivi come uruitë "incandescente" (LR:396 s.v. UR) è chiaramente discendente da -iti. Il primitivo ma3iti divenne maite già allo stadio dell'Eldarin Comune, dopo la perdita della mediale 3 (H) e la modifica della finale corta -i in -e. - In "Noldorin", maite fornisce moed (LR:371); ciò dovrebbe corrispondere a maed in tardo Sindarin. (Un simile, sebbene semanticamente distinto vocabolo maed "ben fatto" è menzionato in PM:366; questo è detto essere derivato da magit-, presumibilmente indicando una forma completa *magiti.)
malda "oro" (come metallo). In LR:386 derivato da una radice SMAL "giallo"; la forma primitiva è data come smaldâ, evidentemente mostrando fortificazione della mediale l > ld ed una (qui nominale) desinenza -â, con tutta probabilità semplicemente la radice-vocale raddoppicata e suffissa. Tale esempio, così come malina e malo sotto, dimostra che il primitivo gruppo iniziale sm- è semplificato in m- in Antico Sindarin. Tolkien considerò anche che l'Antico Sindarin ("Antico Noldorin") conservasse sm-, a sua volta fornendo il Sindarin/"Noldorin" hm- (m afona); vedere LR:387. Comunque, quest'idea fu evidentemente abbandonata (Anthony Appleyard ha sottolineato che se tale idea fosse valida nel periodo di SdA, mallorn dovrebbe essere stato invece hmallorn). Nella ricostruzione di David Salo dell'Antico Sindarin, il primitivo sm iniziale fornisce l'AS hm- (m afona), il quale a sua volta diviene m- fonica in Sindarin. - Sembra dubbio che la spiegazione del termine Eldarin per "oro" che è offerta nelle Etimologie fosse ancora valida nello scenario posteriore di Tolkien. Per una cosa, secondo la voce SMAL in Etim, il vocabolo Quenya per "oro" era anche malda. In SdA Appendice E, la parola Quenya per "oro" è detta essere invece malta (menzionata come il nome della tengwa #18). In accordo con ciò, una fonte successiva attesta che la radice Eldarin per "oro" era MALAT (PM:366) - non SMAL. Tolkien evidentemente decise di derivare il Quenya malta da *malatâ invece. La seconda dovrebbe produrre l'Antico Sindarin *malata, a sua volta fornendo il Sindarin malad (come nel nome Rathmalad, WJ:191).
malina "giallo". Derivato da una radice SMAL (LR:386) dal significato simile; la forma primitiva è data come smalinâ. La desinenza -inâ sembra essere elementarmente una variante estesa della comune desinenza aggettivale o participia -nâ. Altre parole in Antico Sindarin che esemplificano tale desinenza sono berina "impavido" e pikina "minuscolo", che devono essere derivate da *berinâ, *pikinâ. Via Antico Sindarin -ina, la primitiva -inâ rinvenne dal Classico Sindarin -en, una delle più comuni desinenze aggettivali in Grigio-elfico.
malo pl. malui "polline, polvere gialla". Derivato da una radice SMAL "giallo" (LR:386); la forma primitiva è data come smalu con una desinenza assai inusuale; ove -u ricorre, essa tende a denotare parti del corpo (p.e. ranku "braccio", LR:382 s.v. RAK) o località (p.e. jagu- "golfo", LR:400 s.v. YAG). Smalu è il solo termine in -u che denota una sostanza; sembra che qui essa sia semplicemente un formatore di sostantivi usato per derivare un vocabolo per "qualcosa di giallo". - In Eldarin Comune, smalu presumibilmente divenne *smalo, producendo malo quando l'iniziale sm fu semplificata in m in Antico Sindarin. Come suggerito nell'articolo principale sopra, il fatto che la forma plurale mostri ancora -u- come una parte di -ui potrebbe essere spiegato dall'assunto che la sillaba finale del primitivo plurale *smaluî, *smalui non si modifichi in Eldarin Comune (mentre la finale -u divenne -o).
map- "carpire, sottrarre con la forza". Semplicemente la radice MAP "afferrare con la mano, ghermire" (LR:371) with no additional elements. Tolkien probabilmente intendeva MAP come correlato con MA3 "mano", trovato alla stessa pagina nelle Etimologie.
matthô-be "maneggiare" (questo è evidentemente semplicemente un'altra maniera di compitare matthóbe, matthó-be; confrontare per esempio buióbe). Derivato da una radice MA3 "mano" (LR:371). La forma primitiva è data come ma3-tâ (il trattino enfatizzando che -tâ sia una desinenza derivazionale aggiunta ad una radice ma3-). Il suffisso -tâ è una desinenza verbale assai comune, è si può vedere che la glossa "maneggiare" è molto letterale, da che ma3- indica "mano". Tolkien nota che ma3-tâ a sua violta genera l'Eldarin (Comune) mahtâ. Qui, la lettera h probabilmente rappresenta [x], sc. il tedesco ach-Laut: la retrospirante 3 fu eventualmente resa afona in contatto col suono afono t, divenendo [x]. Comparare wahtê "macchiare, lordare" dalla radice WA3, evidentemente l'Eldarin Comune per il Quenya Primordiale *wa3tê. Wahtê divenne l'Antico Sindarin watte (q.v.), ht essendo assimilato a tt, e mahtâ- deve similmente essere divenuto *mattó- in primevo AS, successivamente volgendo in matthó- quando la doppia tt divenne tth (vedere batthô - dobbiamo parimenti assumer